Scritto per noi da
Barbara Monachesi*
25 aprile. E cosi' finalmente oggi c'è aria di festa!
Il popolo nepalese canta vittoria e i 19 giorni di sciopero, coprifuoco, scontri
e grandi tensioni sembrano già lontani.
Ieri notte, intorno alle 23.30, mentre ancora per la città si snodavano
decine di suggestive fiaccolate di protesta, il Re Gyanendra ha
annunciato alla nazione di accettare le richieste del suo popolo, e di
voler totalmente ritornare all'ordinameto democratico che aveva lui
stesso soppresso nell'ottobre del 2002.
L'era di una monarca dispotico, cominciata in maniera cruenta nel 2001,
con l'irrisolto mistero dell'assassinio del fratello, legittimo
regnante, sembra che stia per chiudersi.
Le due giornate di grandi manifestazioni proclamate dai leader
dei sette partiti dell'alleanza di opposizione per oggi e domani
avranno luogo ugualmente. Ma non saranno più ritmate da slogan
antimonarchici quanto da canti di gioia.
Dalle proteste ai festeggiamenti. Questo e' quello che i nepalesi si
auguravano da tempo. Certo il cammino è ancora impervio, e molti sono
gli interrogativi privi di risposta, in primis il ruolo che avranno i
maoisti in questo nuovo assetto, ma il primo passo, il più arduo, è
stato fatto.
Loktantra Jindabaad ossia lunga vita alla democrazia del popolo!
24 aprile, il pugno di ferro del re. La diffusa inosservanza degli ordini di coprifuoco emanati nei giorni
scorsi ha portato ad un inasprimento delle misure restrittive.
Il governo ha annunciato che durante il coprifuoco sarà consentito
allontanarsi dalla propria abitazione solo tre volte durante tutta la
durata della "misura di sicurezza", anche se il coprifuoco dovesse
durare per diversi giorni.
La polizia che piantona le strade è chiamata a controllare che le
misure vengano rispettate ed è stata nuovamente autorizzata a sparare
a chi contravviene agli ordini impartiti.
Ieri si sono consumati nuovi scontri in diverse aree della città e la
polizia ha fatto abbondante uso di gas lacrimogeni causando la perdita
della vista ad almeno due dimostranti.
Si contano oltre un centinaio di feriti, il cui soccorso è reso arduo
dall'impossibilità del personale sanitario di monitorare la situazione
in loco. Continuano infatti ad essere negati i permessi per medici,
giornalisti e difensori dei diritti umani di osservare le
manifestazioni.
I leader dei sette partiti politici che fanno parte dell'alleanza di
opposizione, dopo aver rifiutato l'invito del Re Gyanendra di limitarsi
a nominare di comune accordo il nuovo primo ministro, hanno
annunciato per le giornate di domani e dopodomani nuove proteste e
manifestazioni. In sette diversi punti della città, infatti, i laeder dell'opposizione
terranno comizi, al termine dei quali la gente riprenderà a sfilare
per le strade della capitale.
Si registra, intanto, un altra importante nostiza. I maoisti avrebbero
attaccato le forze armate a Chautara, una città a circa 100 km ad est
di Kathmandu. Non si hanno notizie precise sull'entità dello scontro e
sul numero di persone coinvolte nell'attacco. Le comunicazioni,
infatti, sono state tagliate.
23 aprile. E così come c'era da aspettarsi l'ennesimo coprifuoco è arrivato anche oggi.
Dalle 9 alle 20 non si potrebbe uscire, ma la gente si sta già radunando.
C'è ormai una diffusa consapevolezza che non e' il momento di
lasciarsi intimidire, tanto dai fucili e dai bastoni di esercito e
polizia, quanto dalla carenza di verdure, acqua e gas.
Ieri, per ore, ho atteso fuori dalla casa di Mr. Koirala (laeder del
Nepali Congress) dove i leader dei partiti dell'alleanza di opposizione
al sovrano si sono incontrati per decidere sulla proposta avanzata dal
re.
Abbiamo visto sfilare le auto degli inviati speciali di diverse
nazioni, dell'ONU e dell'Unione Europea.
La gente sospettava che si
trovassero lì per convincere i partiti ad accettare l'offerta del Re
Gyanendra, quella di nominare un primo ministro di loro gradimento, ed
è stata fuori per ore, anche sotto pioggia e grandine, perché non ci
fossero dubbi: non basta questo timido tentativo di accomodare le cose.
E
ormai si è capito che non si tratta più di una "semplice" politica di
vertici, non è più una questione riservata ai leader, è la gente del Nepal che
non accetta alcun compromesso con un sovrano che si è dimostrato
oltremodo dispotico.

Così, mentre alcune centinaia di persone si radunanvano nel luogo del summit,
a
decine di migliaia sfidavano il cordone creato dalle forze dell'ordine
con autocarri e carriarmati per evitare che la protesta si avvicinasse
al palazzo reale.
A centinaia sono stati feriti e ancora non si sa quanti siano i morti
(sembra che si tratti di tre persone), ammazzati da soldati che hanno
aperto il fuoco sui loro stessi connazionali.
Quando è giunta notizia che i leader dei partiti non hanno ceduto alle
facili lusinghe di un monarca che appare sempre più isolato, si sono
aperti i festeggiamenti.
La decisione ormai è ufficiale: si continua con proteste e dimostrazioni.
Il futuro del piccolo regno himalayano è ancora incerto, ma la gente del Nepal
vuole farlo da sé.
22 aprile. Dopo 16 giorni di
proteste, sciopero e coprifuoco, re Gyanendra ha parlato ai nepalesi
dichiarando il ritorno alla democrazia. In un discorso televisivo
il sovrano ha offerto ai partiti politici di nominare di comune accordo un
nuovo primo ministro, ma non ha fissato alcuna data per le future elezioni, né
parlato di abbandonare il trono.
Per le strade è stata
data una tiepida accoglienza al proclama reale e molti dimostranti si sono
detti disposti a continuare le agitazioni per le strade del regno fino a quando
il re non deciderà di abbandonare lo stato.
Per gran parte della
gente che si è riversata per strada, sfidando il coprifuoco con ordine di
sparare a vista, il discorso del monarca sembra essere poco credibile e arrivato
in ritardo.
Opposizioni insoddisfatte. ll discorso di ieri del re Gyanendra continua a lasciare insoddisfatte
la folla di protestanti che anche oggi è scesa per strada. Gli slogan
pro-democrazia intonati nelle oltre due settimane di sciopero generale
indetto dall'alleanza dei sette partiti politici, si sono negli ultimi
giorni trasformati in slogan antimonarchici e non sembrano affatto
sedati dall'intervento televisivo del sovrano.
Le reazioni iniziali quindi continuano a non essere di benvenuto ed i
partiti politici, a lungo allontanati dalla scena politica del paese,
non sembrano soddisfatti dei risultati appena ottenuti. In molti,
infatti, dubitano della genuinita' della decisione reale,
considerandola l'ennesima mossa strategica per mantenere il potere e
calmare gli animi.
Da mesi ormai i leader dei maggiori partiti nepalesi si battono
affinche' venga eletta un'assemblea costituente capace di modificare la
costituzione del 1990 ed eventualmente anche l'ordinamento monarchico.
Domande queste che non hanno trovato alcuna risposta nelle parole del
monarca dell'unico regno induista del mondo.
Inoltre e' prevedibile che ci saranno grosse difficolta' nell'indicare
unanimamente un candidato da parte di partiti politici che han
trovato punti di contatto solo nel far fronte al "nemico" comune.
Anche i maoisti hanno fatto sentire la loro voce, complimentandosi con
il popolo nepalese per la determinazione dimostrata fino ad oggi e
chiamando martiri coloro che hanno perso la vita nelle agitazioni di
questi giorni. Cosi', pregando il popolo di non desistere, hanno
suggerito di cominciare ad distruggere tutte le foto e le statue
raffiguranti il sovrano.
200 mila manifestanti verso il palazzo il re.
Sabato, all’indomani delle aperture del re rigettate dai partiti
d’opposizione come insufficienti, sfidando il coprifuoco reimposto
dalle autorità, almeno 200 mila manifestanti sono confluiti dalle
periferie della capitale Kathamndu per convergere verso il palazzo
reale, in quello che orami appare un vero e proprio assedio a re
Gyanendra. La folla urlava: "Il discorso del re è una vergogna",
"Nessun compromesso con il re", "Vogliamo la democrazia completa",
“Gyanendra deve lasciare il paese”. La polizia ha reagito con durezza,
impiegando blindati e lacrimogeni, sparando sui manifestanti e
bastonandoli con pertiche di bambù. Fonti mediche locali parano di
centinaia di ferite, di cui decine – colpiti dai proiettili – versano
in gravissime condizioni.
Per il piccolo regno himalayano sembra arrivato il momento della resa dei conti.