21/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Cresce negli Usa il movimento che chiede la messa in stato di accusa di Bush
L’ultimo è stato Neil Young. Con in uscita il nuovo album “Living with war”, il cantautore canadese ha annunciato che una delle canzoni è intitolata “Let’s impeach the president”, aggiungendosi così al gruppo di quelli che negli Usa cavalcano l’idea di mettere Bush in stato d’accusa. Un’utopia al momento, con il Congresso dominato dai repubblicani. Ma, da qualche iniziale boutade di associazioni dell’estrema sinistra, il movimento si è pian piano ingrossato anche grazie al calo di popolarità del presidente, fino a diventare parte del discorso politico. Con opinionisti che valutano l’opportunità di questa scelta, deputati che lanciano petizioni, candidati al Congresso che promettono di impegnarsi su questa strada se saranno eletti.
 
L'ex presidente Bill ClintonLa procedura. E così di impeachment si ritorna a parlare, otto anni dopo l’assoluzione di Bill Clinton, messo in stato d’accusa – e poi assolto – per falsa testimonianza nell’affaire Monica Lewinsky. La Costituzione statunitense prevede che tale procedura possa essere iniziata dalla Camera dei rappresentanti contro il presidente, il suo vice e tutti i funzionari pubblici federali. I capi d’accusa contemplati, nella formula usata, sono “tradimento, corruzione o altri crimini gravi e minori”. Se la Camera decide di rimandare qualcuno a giudizio, il processo si svolge davanti al Senato. Nella storia degli Usa, solo contro due presidenti è stata iniziata la procedura di impeachment: Andrew Johnson e appunto Clinton, entrambi assolti. Nel 1974 Richard Nixon si dimise quando era chiaro che la Camera lo avrebbe messo in stato di accusa per lo scandalo Watergate. Ma prima che l’aula votasse in merito.
 
Contro Bush. Per quanto riguarda Bush, di eventuali spunti per un impeachment ne sono stati esposti vari: si va dalle bugie (o errori di intelligence, secondo Washington) per motivare la guerra in Iraq alla questione delle intercettazioni telefoniche senza un mandato giudiziario. Dalle torture ai detenuti iracheni o a Guantanamo, alla consegna di sospetti terroristi a Paesi che non escludono il ricorso alla tortura. Ma c’è anche chi ha proposto l’impeachment per la cattiva gestione dell’emergenza causata dall’uragano Katrina. Che tali desideri siano da tempi espressi dai blog progressisti o dalle associazioni pacifiste non è una novità: la stessa Cindy Sheehan, quando iniziò la sua campagna all’esterno del ranch di Bush in Texas, era arrivata a bordo di un pullman con la scritta “Impeachment tour”, e con quello ha poi girato gli States.
 
Dagli attivisti ai politici. Poi, piano piano, quel seme ha cominciato a dare frutti. Diversi organi locali in cinque Stati, dalla California al Vermont, hanno approvato mozioni che chiedono la messa in stato di accusa di Bush. Vari musicisti – dai Green Day ai Pearl Jam, da Pink a Neil Young – hanno cantato testi critici verso l’attuale presidente. Opinionisti si sono schierati sui giornali: se era naturale il sì di un progressista come Robert Scheer, ha fatto scalpore la presa di posizione della rivista culturale Harper’s,  Ma soprattutto la questione è arrivata a Washington. John Conyers, democratico a capo della commissione Giustizia della Camera, l’anno scorso lanciò una petizione tra i cittadini che in un mese aveva già raccolto 540mila firme. E 14 candidati democratici alle elezioni di novembre, riuniti nel movimento ImpeachPAC, promettono di chiedere l’impeachment in aula.

Una strada difficile. Ma i cittadini cosa ne pensano? Negli ultimi mesi, a seconda dei sondaggi, dal 42 al 53 per cento degli interpellati si è detto favorevole all’impeachment se fosse provato che Bush ha mentito sulla guerra in Iraq. La percentuale cambia a seconda delle preferenze politiche: più o meno tre simpatizzanti democratici su quattro sono a favore della messa in stato di accusa, mentre lo è solo un repubblicano su quattro. Anche per questo, se per ora l’impeachment è fantapolitica (i repubblicani hanno una maggioranza di 30 seggi alla Camera), le cose potrebbero cambiare se il Congresso uscisse rivoluzionato dalle elezioni di novembre. Un’e-mail mandata recentemente ai sostenitori del partito di Bush paventava questa ipotesi. Ma è anche vero che i democratici sanno di doversi muovere con cautela. Se mettere in stato d’accusa Clinton era costato caro ai repubblicani, usciti ridimensionati dalle successive elezioni di medio termine, figurarsi il dibattito che si scatenerebbe se l’impeachment riguardasse il “presidente di guerra” (come si è definito lo stesso Bush) in una nazione ancora impegnata in un conflitto. Senza tenere conto, come ha scritto un opinionista del Washington Post, che detronizzare Bush potrebbe servire a poco. Lo rimpiazzerebbe il vice Dick Cheney, da molti considerato il vero padrone della Casa Bianca.

Alessandro Ursic

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