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La procedura. E così di impeachment si ritorna a parlare, otto anni dopo l’assoluzione di Bill Clinton, messo in
stato d’accusa – e poi assolto – per falsa testimonianza nell’affaire Monica Lewinsky. La Costituzione statunitense prevede che tale procedura possa
essere iniziata dalla Camera dei rappresentanti contro il presidente, il suo vice
e tutti i funzionari pubblici federali. I capi d’accusa contemplati, nella formula
usata, sono “tradimento, corruzione o altri crimini gravi e minori”. Se la Camera
decide di rimandare qualcuno a giudizio, il processo si svolge davanti al Senato.
Nella storia degli Usa, solo contro due presidenti è stata iniziata la procedura
di impeachment: Andrew Johnson e appunto Clinton, entrambi assolti. Nel 1974 Richard Nixon
si dimise quando era chiaro che la Camera lo avrebbe messo in stato di accusa
per lo scandalo Watergate. Ma prima che l’aula votasse in merito.
Contro Bush. Per quanto riguarda Bush, di eventuali spunti per un impeachment ne sono stati esposti vari: si va dalle bugie (o errori di intelligence, secondo
Washington) per motivare la guerra in Iraq alla questione delle intercettazioni
telefoniche senza un mandato giudiziario. Dalle torture ai detenuti iracheni o
a Guantanamo, alla consegna di sospetti terroristi a Paesi che non escludono il
ricorso alla tortura. Ma c’è anche chi ha proposto l’impeachment per la cattiva gestione dell’emergenza causata dall’uragano Katrina. Che tali
desideri siano da tempi espressi dai blog progressisti o dalle associazioni pacifiste
non è una novità: la stessa Cindy Sheehan, quando iniziò la sua campagna all’esterno
del ranch di Bush in Texas, era arrivata a bordo di un pullman con la scritta
“Impeachment tour”, e con quello ha poi girato gli States.
Una strada difficile. Ma i cittadini cosa ne pensano? Negli ultimi mesi, a seconda dei sondaggi, dal
42 al 53 per cento degli interpellati si è detto favorevole all’impeachment se fosse provato che Bush ha mentito sulla guerra in Iraq. La percentuale cambia
a seconda delle preferenze politiche: più o meno tre simpatizzanti democratici
su quattro sono a favore della messa in stato di accusa, mentre lo è solo un repubblicano
su quattro. Anche per questo, se per ora l’impeachment è fantapolitica (i repubblicani hanno una maggioranza di 30 seggi alla Camera),
le cose potrebbero cambiare se il Congresso uscisse rivoluzionato dalle elezioni
di novembre. Un’e-mail mandata recentemente ai sostenitori del partito di Bush
paventava questa ipotesi. Ma è anche vero che i democratici sanno di doversi muovere
con cautela. Se mettere in stato d’accusa Clinton era costato caro ai repubblicani,
usciti ridimensionati dalle successive elezioni di medio termine, figurarsi il
dibattito che si scatenerebbe se l’impeachment riguardasse il “presidente di guerra” (come si è definito lo stesso Bush) in
una nazione ancora impegnata in un conflitto. Senza tenere conto, come ha scritto
un opinionista del Washington Post, che detronizzare Bush potrebbe servire a poco.
Lo rimpiazzerebbe il vice Dick Cheney, da molti considerato il vero padrone della
Casa Bianca.
Alessandro Ursic