Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna
Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale
dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un
luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno
segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura
che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata
da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione
israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500
persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo
profughi sviluppato in verticale.
9 puntata. La voce del muezzin si stende sui tetti di Sabra e Chatila. La chiamata
alla preghiera scandisce il tempo e da quassù il campo si mostra nella
sua interezza.
Solo cielo, verso il tramonto, attraversato da una busta di plastica
nera legata a un bastone: il fruscio del vento accompagna i movimenti
dello sbandieratore.
Un fischio acuto si alza verso le nuvole: una, due volte, e un sibilo
fende l’aria: è un mandarino che vola veloce dal tetto verso il basso
mentre uno stormo di piccioni lo insegue. La vista, ampia, si apre sul
mercato e sulla moschea, sulla strada di Chatila che si allunga verso
il fondo, scopre il campo e le sue costruzioni tra dedali di cavi
elettrici. Più lontano ancora; le montagne a est, lo stadio ricostruito
dopo la guerra e il mare ad ovest. Beirut - nel mezzo - è una striscia di terra soffocata da
palazzi, nuovi o in costruzione: una città che cambia rapidamente,
all’architettura è stato attribuito il ruolo istituzionale di
cancellarne memoria.
I fischi si fanno numerosi, si accavallano l’un l’altro fino a coprire
il rumore del traffico, smorzato dalla distanza. Il Gaza Hospital
appare come un mostro di cemento armato, sul tetto del gigante alcuni
ragazzi allevano piccioni per dargli il volo al tramonto.
Ancora un fischio, a cui altri fanno eco; da qui si scorge lontano
un'altra busta di plastica legata a un bastone, sventolata da un
ragazzo su un tetto di Chatila: anche lui chiama e controlla il suo
piccolo stormo che in formazione disegna il cielo. È una sorta di
fionda quella che si fa roteare per lanciare i mandarini, che fendono
l’aria per arrivare lontano seguiti dagli uccelli. Sono quattro o
cinque le squadre di piccioni nel cielo. Si incrociano, vanno e
ritornano, ognuno cerca di rubarne qualcuno agli altri tendendo
trappole con i retini sui tetti; è una sfida quotidiana, rinnovata al
calar della sera.
L’ora in cui questi ragazzi salgono le scale dell’ex-ospedale fino
all’ultimo pianerottolo abitato, poi ancora più su attraverso una rampa
di gradini rotti che porta all’ultimo piano, quello senza neanche le
pareti che si affaccia ventoso all’esterno e dove vivono alcuni
siriani. Da lì si arriva sul tetto, dove i piccioni riposano in gabbia.
Ero con Alaa Al Alì affacciato alla balaustra del nono piano del Gaza
Building quando ho filmato per la prima volta il gioco dei piccioni.
Scorrevano parole di confidenze e loro movimentavano il cielo
accompagnando i nostri discorsi, così siamo saliti di un paio di piani
ancora e abbiamo raggiunto i ragazzi.
La vita nello stabile prosegue lenta, amplificata dall’eco di voci e
suoni che le danno una dimensione irreale, in contrasto con i caotici
ritmi del mercato di Sabra. Nel Gaza Building i corridoi sono luoghi
sociali, dove la gente siede in gruppo per fumare il narghilè o bere
del tè, dove i bambini giocano a pallone o si rincorrono e le donne si
ritrovano a lavare panni e stoviglie nei lavabi collettivi. Spesso si
incontrano uomini che salgono le scale con le taniche d’acqua buona
comprata al mercato. Nello stabile le condizioni abitative sono
drammatiche, gli spazi sovraffollati, la ventilazione nelle stanze
insufficiente, la luce scarsa; le sale del vecchio ospedale sono
divenute case, si sono alzate pareti divisorie tra le famiglie e alcuni
ambienti sono rimasti privi di finestre. Queste le caratteristiche che
hanno provocato l’alta percentuale di umidità e muffa, mentre i servizi
igienici e gli scarichi fognari – costruiti per servire i degenti di
una clinica e non gli abitanti sempre più numerosi di un palazzo – non
riescono a servire il vasto numero di persone che ora lo abitano.
Questi aspetti hanno causato nel tempo la cronicizzazione di malattie
respiratorie, intestinali e dermatologiche tra gli occupanti, in una
situazione dove i disturbi psicologici sono numerosi e lo spazio
privato praticamente inesistente.
Alaa ha ventinove anni e quando l‘ho conosciuto abitava al nono piano
del Gaza Building. Ha la passione del cinema, ha partecipato a un corso
di ripresa e montaggio video che ha alimentato in lui il desiderio di
farne una professione. Dopo il corso ha creato una piccola produzione
video semi-professionale alla quale ha dato il nome italiano “Settimo
cielo”. Lavora in uno spazio ricavato nel sottotetto del Gaza
Hospital, è palestinese e il suo unico documento è quello dell’Unrwa
che lo riconosce come rifugiato in una terra dove è nato, ma dove non
ha diritti.
Ha iniziato a fare piccoli documentari, vorrebbe usare l’audiovisivo
come strumento di informazione diretta: per esprimere, raccontare e
diffondere la storia del suo popolo. L’ ”idea” ci accomuna e ad Alaa il
pensiero di collaborare a un progetto sul Gaza Hospital l’ ha
appassionato fin dal principio. Presto siamo diventati amici e
abbiamo iniziato insieme un’intensa ricerca diretta sul campo, che ha
portato all’incontro di un buon numero di dottori e infermieri la cui
esperienza è legata all’edificio nel quale lui vive.
Una delle sorprese dell’ultimo viaggio è stato il trasferimento della
sua famiglia dal Gaza Hospital in una casa di fronte, al primo piano di
un palazzo di quattro, accanto al mercato. Umm Ahmed, la mamma di Alaa,
non è più giovane e per la sua statura corpulenta aveva serie
difficoltà ad uscire di casa, con tutte quelle scale da dover
risalire. Le stanze al nono piano del vecchio ospedale sono
rimaste occupate da Samir – uno dei nove tra fratelli e sorelle di Alaa
- e loro hanno traslocato in affitto.
Spesso mangio a casa con loro o mi fermo lì a riposare tra un
appuntamento e l’altro. Ormai è un posto familiare e la mia presenza
non desta più formalismi. Un giorno con Alaa abbiamo intervistato Umm
Ahmed per la raccolta di testimonianze orali dell’archivio audiovisivo
che mi piacerebbe costituire.
Potete immaginare la sorpresa quando lei ha confidato quanto le manca
la vitalità del vecchio ospedale, la sua socialità collettiva e gli
spazi comuni: erano solo un paio di mesi che vivevano nella nuova casa
e gia pensavano di ri-traslocare per tornare a vivere nel Gaza Hospital.
Con le sue parole il microcosmo che è il vecchio ospedale della
Mezzaluna Rossa Palestinese si arricchisce di sfaccettature inattese,
caratteristiche come il sovraffollamento acquisiscono sfumature
relazionali di incontro e di scambio che ne umanizzano l’aspetto di
negatività statistica.
“Il Gaza Building è come un villaggio” - cercava di farmi capire Umm
Ahmed sorridendo della mia espressione incredula – “e qui in
appartamento a me quella dimensione manca! Qui passo la maggior parte
delle giornate da sola…mi sento isolata”.
Quando sono rientrato in Italia, quella volta, Alaa Al Alì mi ha
accompagnato fin dentro l’aereporto. L’aereo parte alle 6 di mattina e
noi abbiamo passato la notte a parlare, senza dormire: Alaa era in quei
giorni in attesa del visto per il suo primo viaggio fuori dal Libano ed
era emozionato come un bambino. Destinazione Turkmenistan, dove per
almeno un anno lavorerà con una compagnia che installa impianti
elettrici nei palazzi. Da ragazzo ha imparato la professione di
impiantista elettrico, ma Beirut è pagato poco e spesso in ritardo,
così ha deciso di lasciare il Libano e raggiungere suo fratello Fyras.
“Imparerò il russo, ma sono molto dispiaciuto di dover interrompere il
lavoro iniziato insieme”, diceva quella sera con una grande malinconia.
Sono passati tre mesi da quell’ultimo viaggio, il visto è arrivato e
Alaa ha lasciato Chatila. Questo è il desiderio di molti, perché “fuori
di lì” è meglio comunque e spesso non importa molto dove.
E’ settembre, io sono di nuovo a Beirut e la sua famiglia mi ha accolto come sempre.
Umm Ahmed è stata di parola. Ero appena arrivato al Gaza Hospital e
stavo con Abu Maher nel cortile, quando dall’alto dei piani sento
chiamare il mio nome; è Yassyin – uno dei fratelli di Alaa – che dalla
casa di un amico nell’altro edificio mi sorride e indica in alto, alle
mie spalle: Umm Ahmed è affacciata al nono piano della sua vecchia casa
nel Gaza, ora alza la mano e ride in segno di saluto, fa cenno di
salire.
Mi fa piacere trovarli lì, nello stesso tempo mi fa riflettere: in un
momento nel quale alcune organizzazioni palestinesi si battono per
sgomberare il Gaza Building e dare una soluzione abitativa migliore ai
suoi occupanti, io mi rallegro che una famiglia sia tornata a
viverci…contraddizioni dovute al coinvolgimento emotivo, penso salendo
quei nove piani di scale che ci separano.
Sono parole di benvenuto quelle che seguono, sguardi intensi; ho
portato un piccolo dono e una foto che ritrae Umm Ahmed e Alaa seduti
vicini; la piccola foto passa di mano in mano, per finire dietro il
vetro della bacheca accanto a quelle degli altri figli lontani. Abbiamo
mangiato e bevuto tè, parlato della vita in Turkmansitan e del
primogenito Ahmed in America, dandoci appuntamenti con i fratelli per
questi giorni.
Umm Ahmed mi guarda e dolcemente sorride da mamma, finalmente è
tornata nella sua casa all’interno del gigante e anche se un altro
figlio è partito, qui si sente un po’ meno sola di prima.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc