23/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



9 puntata: Alaa
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale.  
 
un'immagine del gaza hospital9 puntata. La voce del muezzin si stende sui tetti di Sabra e Chatila. La chiamata alla preghiera scandisce il tempo e da quassù il campo si mostra nella sua interezza. Solo cielo, verso il tramonto, attraversato da una busta di plastica nera legata a un bastone: il fruscio del vento accompagna i movimenti dello sbandieratore. Un fischio acuto si alza verso le nuvole: una, due volte, e un sibilo fende l’aria: è un mandarino che vola veloce dal tetto verso il basso mentre uno stormo di piccioni lo insegue. La vista, ampia, si apre sul mercato e sulla moschea, sulla strada di Chatila che si allunga verso il fondo, scopre il campo e le sue costruzioni tra dedali di cavi elettrici. Più lontano ancora; le montagne a est, lo stadio ricostruito dopo la guerra e il mare ad ovest.   Beirut - nel  mezzo - è una striscia di terra soffocata da palazzi, nuovi o in costruzione: una città che cambia rapidamente, all’architettura è stato attribuito il ruolo istituzionale di cancellarne memoria. I fischi si fanno numerosi, si accavallano l’un l’altro fino a coprire il rumore del traffico,  smorzato dalla distanza. Il Gaza Hospital appare come un mostro di cemento armato, sul tetto del gigante alcuni ragazzi allevano piccioni per dargli il volo al tramonto. Ancora un fischio, a cui altri fanno eco; da qui si scorge lontano un'altra busta di plastica legata a un bastone, sventolata da un ragazzo su un tetto di Chatila: anche lui chiama e controlla il suo piccolo stormo che in formazione disegna il cielo. È una sorta di fionda quella che si fa roteare per lanciare i mandarini, che fendono l’aria per arrivare lontano seguiti dagli uccelli. Sono quattro o cinque le squadre di piccioni nel cielo. Si incrociano, vanno e ritornano, ognuno cerca di rubarne qualcuno agli altri tendendo trappole con i retini sui tetti; è una sfida quotidiana, rinnovata al calar della sera.
L’ora in cui questi ragazzi salgono le scale dell’ex-ospedale fino all’ultimo pianerottolo abitato, poi ancora più su attraverso una rampa di gradini rotti che porta all’ultimo piano, quello senza neanche le pareti che si affaccia ventoso all’esterno e dove vivono alcuni siriani. Da lì si arriva sul tetto, dove i piccioni riposano in gabbia.
 
Ero con Alaa Al Alì affacciato alla balaustra del nono piano del Gaza Building quando ho filmato per la prima volta il gioco dei piccioni. Scorrevano parole di confidenze e loro movimentavano il cielo accompagnando i nostri discorsi, così siamo saliti di un paio di piani ancora e abbiamo raggiunto i ragazzi. La vita nello stabile prosegue lenta, amplificata dall’eco di voci e suoni che le danno una dimensione irreale, in contrasto con i caotici ritmi del mercato di Sabra. Nel Gaza Building i corridoi sono luoghi sociali, dove la gente siede in gruppo per fumare il narghilè o bere del tè, dove i bambini giocano a pallone o si rincorrono e le donne si ritrovano a lavare panni e stoviglie nei lavabi collettivi. Spesso si incontrano uomini che salgono le scale con le taniche d’acqua buona comprata al mercato. Nello stabile le condizioni abitative sono drammatiche, gli spazi sovraffollati, la ventilazione nelle stanze insufficiente, la luce scarsa; le sale del vecchio ospedale sono divenute case, si sono alzate pareti divisorie tra le famiglie e alcuni ambienti sono rimasti privi di finestre. Queste le caratteristiche che hanno provocato l’alta percentuale di umidità e muffa, mentre i servizi igienici e gli scarichi fognari – costruiti per servire i degenti di una clinica e non gli abitanti sempre più numerosi di un palazzo – non riescono a servire il vasto numero di persone che ora lo abitano. Questi aspetti hanno causato nel tempo la cronicizzazione di malattie respiratorie, intestinali e dermatologiche tra gli occupanti, in una situazione dove i disturbi psicologici sono numerosi e lo spazio privato praticamente inesistente.

Alaa ha ventinove anni e quando l‘ho conosciuto abitava al nono piano del Gaza Building. Ha la passione del cinema, ha partecipato a un corso di ripresa e montaggio video che ha alimentato in lui il desiderio di farne una professione. Dopo il corso ha creato una piccola produzione video semi-professionale alla quale ha dato il nome italiano “Settimo cielo”.  Lavora in uno spazio ricavato nel sottotetto del Gaza Hospital, è palestinese e il suo unico documento è quello dell’Unrwa che lo riconosce come rifugiato in una terra dove è nato, ma dove non ha diritti.
Ha iniziato a fare piccoli documentari, vorrebbe usare l’audiovisivo come strumento di informazione diretta: per esprimere, raccontare e diffondere la storia del suo popolo. L’ ”idea” ci accomuna e ad Alaa il pensiero di collaborare a un progetto sul Gaza Hospital l’ ha appassionato fin dal principio. Presto  siamo diventati amici e abbiamo iniziato insieme un’intensa ricerca diretta sul campo, che ha portato all’incontro di un buon numero di dottori e infermieri la cui esperienza è legata all’edificio nel quale lui vive.
Una delle sorprese dell’ultimo viaggio è stato il trasferimento della sua famiglia dal Gaza Hospital in una casa di fronte, al primo piano di un palazzo di quattro, accanto al mercato. Umm Ahmed, la mamma di Alaa, non è più giovane e per la sua statura corpulenta aveva serie difficoltà ad uscire di casa, con tutte quelle scale da dover risalire.  Le stanze al nono piano del vecchio ospedale sono rimaste occupate da Samir – uno dei nove tra fratelli e sorelle di Alaa - e loro hanno traslocato in affitto.
Spesso mangio a casa con loro o mi fermo lì a riposare tra un appuntamento e l’altro. Ormai è un posto familiare e la mia presenza non desta più formalismi. Un giorno con Alaa abbiamo intervistato Umm Ahmed per la raccolta di testimonianze orali dell’archivio audiovisivo che mi piacerebbe costituire.

Potete immaginare la sorpresa quando lei ha confidato quanto le manca la vitalità del vecchio ospedale, la sua socialità collettiva e gli spazi comuni: erano solo un paio di mesi che vivevano nella nuova casa e gia pensavano di ri-traslocare per tornare a vivere nel Gaza Hospital.
Con le sue parole il microcosmo che è il vecchio ospedale della Mezzaluna Rossa Palestinese si arricchisce di sfaccettature inattese, caratteristiche come il sovraffollamento acquisiscono sfumature relazionali di incontro e di scambio che ne umanizzano l’aspetto di negatività statistica.
“Il Gaza Building è come un villaggio” - cercava di farmi capire Umm Ahmed sorridendo della mia espressione incredula – “e qui in appartamento a me quella dimensione manca! Qui passo la maggior parte delle giornate da sola…mi sento isolata”.
Quando sono rientrato in Italia, quella volta, Alaa Al Alì mi ha accompagnato fin dentro l’aereporto. L’aereo parte alle 6 di mattina e noi abbiamo passato la notte a parlare, senza dormire: Alaa era in quei giorni in attesa del visto per il suo primo viaggio fuori dal Libano ed era emozionato come un bambino. Destinazione Turkmenistan, dove per almeno un anno lavorerà con una compagnia che installa impianti elettrici nei palazzi. Da ragazzo ha imparato la professione di impiantista elettrico, ma Beirut è pagato poco e spesso in ritardo, così ha deciso di lasciare il Libano e raggiungere suo fratello Fyras.

“Imparerò il russo, ma sono molto dispiaciuto di dover interrompere il lavoro iniziato insieme”, diceva quella sera con una grande malinconia.
Sono passati tre mesi da quell’ultimo viaggio, il visto è arrivato e Alaa ha lasciato Chatila. Questo è il desiderio di molti, perché “fuori di lì” è meglio comunque e spesso non importa molto dove.
E’ settembre, io sono di nuovo a Beirut e la sua famiglia mi ha accolto come sempre.
Umm Ahmed è stata di parola. Ero appena arrivato al Gaza Hospital e stavo con  Abu Maher nel cortile, quando dall’alto dei piani sento chiamare il mio nome; è Yassyin – uno dei fratelli di Alaa – che dalla casa di un amico nell’altro edificio mi sorride e indica in alto, alle mie spalle: Umm Ahmed è affacciata al nono piano della sua vecchia casa nel Gaza, ora alza la mano e ride in segno di saluto, fa cenno di salire.
Mi fa piacere trovarli lì, nello stesso tempo mi fa riflettere: in un momento nel quale alcune organizzazioni palestinesi si battono per sgomberare il Gaza Building e dare una soluzione abitativa migliore ai suoi occupanti, io mi rallegro che una famiglia sia tornata a viverci…contraddizioni dovute al coinvolgimento emotivo, penso salendo quei nove piani di scale che ci separano.
Sono parole di benvenuto quelle che seguono, sguardi intensi; ho portato un piccolo dono e una foto che ritrae Umm Ahmed e Alaa seduti vicini; la piccola foto passa di mano in mano, per finire dietro il vetro della bacheca accanto a quelle degli altri figli lontani. Abbiamo mangiato e bevuto tè, parlato della vita in Turkmansitan e del primogenito Ahmed in America, dandoci appuntamenti con i fratelli per questi giorni.
Umm Ahmed mi guarda e dolcemente  sorride da mamma, finalmente è tornata nella sua casa all’interno del gigante e anche se un altro figlio è partito, qui si sente un po’ meno sola di prima.
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc
Categoria: Diritti, Guerra, Profughi
Luogo: Libano
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