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dal nostro inviato
Christian Elia
Nasra ci accoglie sulla soglia dell’ingresso principale del piccolo ospedale
provinciale di Auserd. Ha un volto bellissimo, incorniciato da un soffice velo
rosa che su di lei pare un garbato vezzo femminile. Con un sorriso disarmante
ci spiega in uno spagnolo perfetto che la struttura è piccola, ma fondamentale
per la popolazione della zona.
Ognuno dei cinque campi profughi ha un ospedale come questo e Rabuni, il campo profughi che funge da capitale, ospita quello nazionale. Solo che è molto distante e difficilmente raggiungibile, quindi il lavoro di questo centro è vitale. Nelle sue parole ci sono orgoglio e dignità. Con un cenno del capo ci invita a seguirla. Sembra che si entri a casa sua piuttosto che sul posto di lavoro.
Nasra si muove leggera con il suo camice bianco e ci guida a visitare la farmacia generale dell’ospedale. Lei, come molti suoi colleghi, ha studiato a Cuba e ci tiene a sottolineare che la massima parte delle confezioni proviene dall’isola caraibica. Molti anche i farmaci dell’Unione europea, ma il senso di scarsità è assoluto.
Nasra sottolinea come spesso le terapie vengano lasciate a metà perché il farmaco
termina. La sala parto è composta da un vecchio lettino ginecologico e un armadio
sgangherato, ma è molto pulita. Nasra ci racconta come il parto rimanga una delle
cause più frequenti di mortalità per i bambini e le donne saharawi. La tradizione
vuole che si partorisca in casa aiutate dalle donne più esperte e le partorienti
ricorrono alle cure mediche solo in caso di necessità. Se le complicazioni si
presentano troppo tardi, molte volte non si fa in tempo a raggiungere l’ospedale.
Arriviamo in una corsia: sul fresco corridoio con l’intonaco scrostato si affacciano
tre camere. Nella prima c’è Alima. Ha novant’anni e vegeta in un coma irreversibile
da mesi. La camera è completamente impregnata dall’odore del thè. Alima occupa
l’unico letto, ma la stanza è piena di gente.
Nasra ci spiega che nessuno dei suoi parenti la vuole lasciare sola nell’ultimo
viaggio. Sono tutti accampati in camera, su un enorme tappeto, attorno al fornello
da campo perennemente acceso. Figli e nipoti, nuore e generi, sorelle e fratelli
di Alima sono con lei. Giorno e notte. Colpisce come in una società estremamente
maschilista alla fine il centro di gravità di una famiglia sia sempre una donna.
La seconda stanza è occupata da una donna che ha appena messo al mondo una splendida bambina. Anche qui c’è tutta la famiglia, ma si ride e si scherza, si respira allegria. La stanza di Alima era piena di gente silenziosa mentre qui si respira aria di festa. Anche Nasra è felice, lo dice il sorriso che ha preso il posto dell’espressione contrita che aveva nella stanza di Alima. Sembra anche lei una di famiglia, che condivide gioie e dolori dei suoi pazienti.
L’ultima camera ospita solo una mamma e un bambino. Nasra si fa seria e racconta
che Aziza, questo il nome della donna, veglia il suo bimbo che sta male. Il piccolo,
di nome Ali, ha pochi mesi e gravissime malformazioni all’apparato respiratorio.
Qui non ci può stare nessuno per il pericolo di una infezione che sarebbe fatale.
Nasra spiega che le patologie più diffuse tra i piccoli saharawi sono quelle legate
ai problemi respiratori e gastro-intestinali. Diarrea, infezioni intestinali,
asma e denutrizione: tutti problemi facilmente risolvibili con strutture e farmaci
adeguati.
Aziza ci sorride dolcemente, non capisce niente di quello che diciamo ed è meglio così. Secondo Nasra il piccolo Ali ha una scarsissima aspettativa di vita, ma la sua mamma lo coccola e lo mostra con orgoglio, chiede di fotografarlo, quasi a voler godere di ogni minuto che potrà passare con il suo piccolino. Gli occhi di Ali sono grandi e neri, guarda tutto quello che si muove attorno a lui con curiosità. Assapora la vita.
Nasra ci accompagna alla porta. Ci saluta calorosamente e si vede che ha fretta.
Deve tornare al lavoro che svolge con dignità e dedizione. L’aspettano le famiglie
di cui finisce per far parte anche lei, condividendone le gioie e i dolori.