
"Dammi un passaggio
fino a Chichigalpa. Dormo lì questa notte, perché domani mi tocca
partire
all'alba". Era appena finita la
marcia dei bananeros ammalati per il Nemagón a Chinandega. Era una
marcia per
celebrare il ritorno di migliaia di persone alle loro case, dopo più di
otto
mesi accampati a Managua, e la firma degli
accordi con il Governo e il
Parlamento.
Wilfredo Martínez, "Will" per gli amici, era salito sulla camionetta che ci riportava
nella capitale.
Come sempre, aveva partecipato alla
marcia in qualità di leader di uno dei tanti gruppi di ammalati a causa
degli
agrotossici. Non stava bene. Era magro, pallido e più debole del
solito, ma continuava imperterrito nella sua attività minuziosa, come
una
formica operaia dalla gran tenacia.
Il passato. Era stato
cañero (coltivatore di canna da zucchero
ndr.) e si era
ammalato a causa dell'uso irrazionale dei pesticidi nelle piantagioni. Aveva anche
iniziato
a sostenere la lotta dei bananeros ammalati per il
Nemagón, mettendoci l'anima.
Insieme a Doña Coquito era stato delegato a mantenere i contatti con i
parlamentari, affinché cominciassero seriamente a dare delle risposte alle
richieste presentate dai settori in lotta. Sempre in prima fila nelle marce, parlava
di
questa lotta che, presto o tardi, avrebbero vinto.
Non aveva dubbi, nonostante le malattie che lo
colpivano severamente e sono sicuro che
abbia lottato fino agli ultimi momenti della sua vita.
Il presente. Quando ho saputo che era morto, a soli 42
anni, per una serie di complicazioni che avevano bloccato la funzione renale,
mi è rimasta l'amarezza di non averlo potuto salutare. Era già da un paio di
mesi che non lo vedevo. Ho cominciato a pensarlo, a ricordarlo e a cercare una
sua foto.
Alla fine ne ho trovata una, la più
significativa, in testa al corteo
mentre entra a Managua. Era la "Marcia senza Ritorno" del 2005. È
bello ricordarlo così, alla testa, marciando, con lo sguardo in alto, aprendo
una breccia per le future generazioni.
Altra storia. Con José Luis Suarez, invece, ho parlato a casa
sua, a Chichigalpa.
L’Asociación
Nicaraguense de Afectados por la Insuficiencia Renal Crónica (Anairc) mi avevano invitato per scrivere un reportage sulla
drammatica situazione dei
cañeros. La
Unión Internacional de
Trabajadores de la Alimentación (Uita) era interessata al progetto e io passai due
giorni con loro, ascoltando le loro esperienze, guardandoci negli occhi,
raccogliendo ogni dettaglio di queste dolorose storie e ogni particella di
quell'orgoglio che fluiva dalle quelle parole.
Stesso copione. José Luis era steso in una branda nel cortile
di casa sua. Aveva 59 anni, 38 dei quali
passati lavorando come bracciante nei cañaverales del Ingenio
San Antonio.
Avvicinandomi, mi afferrò la mano con le sue
dita cotte dal sole e dal lavoro e mi salutò con poche deboli parole. Aveva
voglia di parlare, nonostante la difficoltà a respirare e a proferire parola.
Aveva voglia di denunciare al mondo intero non
solo quello che era successo a lui, ma quello che avevano dovuto soffrire le
migliaia di compagni ammalati per i pesticidi. Mi nominò a memoria i 33 posti
all'interno del Ingenio San Antonio dove si trovavano le acque
inquinate.
Ricordo che con estrema difficoltà si alzò e
volle accompagnarci nei cañaverales, affinché potessi vedere con i miei
occhi lo stato di inquinamento della zona, le acque putrefatte con le quali
irrigano la caña e la vicinanza delle case ai campi, innaffiati
costantemente di pesticida per via aerea.
Ci obbligò a fermarci nella clinica del Ingenio,
affinché vedessi la ridicola assistenza che danno agli ammalati di
Insufficienza Renale Cronica (Irc). Sette anni fa gli avevano diagnosticato Irc
ed è morto dopo due mesi
dall'intervista.
Parole velenose. Le sue parole e il suo
corpo erano una
denuncia. "I padroni dell'impresa hanno portato la morte in questo
paese - raccontò - Da tre mesi sono steso in questo letto e faccio
fatica ad alzarmi. Quando nel
1999 mi
presentai per lavorare nel raccolto della
caña, mi fecero degli esami
medici e risultai ammalato di Irc. Mi rifiutarono il lavoro e mi buttarono in
strada a morire.Mi diedero una pensione di 1.500 córdobas
mensili (85 dollari) che non bastano nemmeno per una settimana. Abbiamo
bisogno che si denunci tutto quello che ci sta accadendo, perché spargere tutti
questi pesticidi e infettare l'acqua è stata una manovra criminale. Non sono solo
i
lavoratori a essere stati avvelenati, ma tutto il paese, perché le falde
acquifere percorrono centinaia di chilometri e i pozzi da cui la gente della
regione attinge l'acqua sono inquinate. Questi signori proprietari dell'impresa
sono ricchi e
potenti, godono dell'appoggio del Governo e dei politici e anche i mezzi di
comunicazione li coprono".
Logica inumana. Wilfredo e José Luis li ho avuti vicino e ho
potuto condividere con loro, come con tanti altri e anche se per poco tempo, il
sentimento di disperazione di una malattia terminale e contemporaneamente la
capacità di andare oltre la quotidianità e di vedere un orizzonte di giustizia,
pur nella consapevolezza di non poterlo assaporare. Sono due vittime in più della
vergogna che ha inondato
questo paese e della logica inumana di sfruttamento dei lavoratori e delle
lavoratrici.