05/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Seconda parte
dal nostro inviato
Enrico Piovesana

(Segue dalla prima parte)

Il comandante Mohamed Ansari (Foto E.Piovesana) Mohammed, l’ambiguo capo della polizia.
Mohammed Ansari è il comandante della polizia di Lashkargah. Arriviamo nel suo ufficio senza preavviso interrompendo una riunione con due loschi signori, turbante nero, barba lunga e camicia slacciata sul petto – che qui è segno distintivo dei ‘poco di buono’. Loro nemmeno salutano. Il comandante, visibilmente imbarazzato, ci dice che adesso ha da fare: “Tornate domani”. Il giorno ci riceve, assai più rilassato. “Questa provincia è sempre più insicura, come del resto tutto il meridione afgano. I talebani, alleati dei narcotrafficanti, sono sempre più forti. Con i soldi dell’oppio si sono comprati fucili, lanciarazzi, detonatori telecomandati, apparecchiature radio, visori notturni. Solo l’anno scorso ho perso circa novanta dei miei uomini, uccisi in combattimento e in attentati. Gli americani non ci aiutano mai, è come se non ci fossero, fanno tutto da soli. Ogni volta che chiediamo il loro intervento, il loro appoggio, loro rispondono che non possono. Speriamo che con l’arrivo degli inglesi qui in Helmand le cose cambino. Dicono che distruggeranno le piantagioni d’oppio: se davvero lo faranno non sarà certo una passeggiata, perché a difesa dei campi troveranno i contadini armati e i talebani, che senza oppio non avrebbero più fondi per la loro jihad”.
Soldati Usa in Afghanistan (Foto E.Piovesana)Gli americani, pur conoscendo bene – per averlo inventato negli anni di Reagan – il sistema del finanziamento ‘oppio per armi’, per quattro anni non hanno mosso un dito per cambiare questo stato di cose. Anzi, lo hanno incoraggiato con il consumo di oppio da parte dei propri soldati stanchi di fumare hashish. Una leggerezza fatale, che ha permesso alla resistenza talebana di rafforzarsi di raccolto in raccolto. Come dimostra l’escalation degli attentati e l’aumento del numero di soldati americani uccisi: un centinaio nel 2005, vale a dire il doppio rispetto agli anni precedenti. Molti di più secondo le gente di qui – tra cui anche giornalisti locali – pronta a giurare sul Corano che il reale numero delle perdite Usa viene tenuto nascosto dai comandi americani e dalle autorità afgane.
 
La scuola bruciata dai talebani (Foto E.Piovesana) Daud, il mercenario al servizio degli americani. Grishk, sulla strada tra Kandahar e Herat, è zona talebana. Scontri a fuoco e agguati sono quasi all’ordine del giorno. Pochi giorni fa tre soldati americani sono stati feriti in un combattimento. La gente dice che sono morti. Una delle scuole del villaggio è state bruciata una mese fa dai talebani e non ha più riaperto: le aule annerite sono vuote e i 1.200 bambini che la frequentavano sono costretti a stare a casa. Per i talebani, i trafficanti e i loro amici è meglio che la gente rimanga ignorante e povera: l’istruzione potrebbe emancipare i contadini dalla schiavitù dell’oppio, renderli consapevoli della situazione in cui vivono e quindi meno sfruttabili e sottomettibili.
Appena fuori da Grishk c’è la base degli americani: un fortino in mezzo al deserto, dominato da una torre di legno su cui sventola la bandiera a stelle e strisce. La base ospita una delle tante prigioni Usa ‘non ufficiali’ dove vengono interrogati, e torturati, i sospetti membri dei talebani o di al Qaeda, prima di essere spediti a Kandahar, Bagram e poi a Guantanamo. A difendere la base non ci sono militari americani, ma mercenari afgani. La gente del posto li chiama khakhprush, venduti al nemico. Sono ragazzi dei villaggi vicini. Non indossano nessuna divisa. Quando non escono in missione per gli americani o con gli americani, se ne stanno sui tappeti stesi davanti alle baracche che circondano le mura della base. Passano la giornata bevendo tè, fumando hashish e facendo manutenzione del loro arsenale: fucili, mitragliatrici e lanciarazzi. Mullah Daud (Foto E.Piovesana)Il loro comandante è mullah Daud. Ci riceve nella sua piccola e buia baracca. Se ne sta seduto a terra a parlare con uno dei suoi ufficiali. Dietro a lui, appoggiato al muro, il suo Ak-47; accanto a lui un frasario d’inglese. “Gli americani ci pagano bene, ma non è per quello che lavoriamo per loro: lo facciamo perché sono gli unici che possono salvare questo paese. Il governo afgano, l’esercito afgano, la polizia, sono tutti corrotti. Pensano solo ai soldi e per farli non esitano ad allearsi con talebani e trafficanti d’oppio. Loro non fanno nulla, mentre noi combattiamo i talebani: i miei centocinquanta uomini ne hanno uccisi e arrestati a decine, e saremmo in grado di combattere anche i trafficanti d’oppio se ce lo chiedessero. Ma finora gli americani non ci hanno mai ordinato di farlo. Un mese fa è arrivato un ufficiale britannico: mi ha chiesto una lista di nomi di trafficanti. Gliene ho dati cinquanta, poi non l’ho più rivisto”.
Risaliti in macchina, l’interprete ci dice: “Daud li conosce veramente i trafficanti d’oppio: uno di loro era seduto adesso accanto a lui, quello grasso con il pakul in testa”.
Viene da pensare che non ci sia proprio nessuna speranza.
 
Il governatore Haji Mohammed Ibrahim (Foto E.Piovesana)Mr. Ibrahim, il governatore solitario. Ma un raggio di luce arriva, inaspettato, da una visita a casa del governatore distrettuale di Grishk. Haji Mohammed Ibrahim vive con il suo assistente Farid in una vecchia casa appena fuori dal bazar. E’ una persona colta e dai modi eleganti. “La gente di qui odia i mercenari di Daud più degli stessi americani. Con la scusa della lotta ai talebani e con le spalle coperte dai loro padroni, questi criminali vanno in giro a uccidere e derubare la gente facendo irruzione nelle case, terrorizzando la persone per farsi dare soldi. Chi non paga viene rapito e portato agli americani e spacciato per talebano, terrorista di al Qaeda o coltivatore d’oppio. Ma il vero problema, qui e in tutto l’Afghanistan, è la corruzione, la connivenza mafiosa che c’è tra trafficanti, talebani, polizia, esercito e governanti, locali e nazionali. Non ho paura a dirlo: purtroppo le cose stanno così. Di persone oneste e pulite ce ne sono poche e quelle poche hanno le mani legate. Non possono fare nulla, perché chi ci prova, paga con la vita. Tutti i miei fratelli erano in polizia o nell’esercito: tutte persone per bene che credevano nella legge. Negli ultimi anni sono stati uccisi tutti, uno ad uno. Non dai talebani, ma da gente del governo, dagli scagnozzi dell’ex governatore di Helmand. L’ultimo dei fratelli, che era capo della sicurezza a Lashkargah, è stato ucciso poche settimane fa. Forse toccherà anche a me questa sorte. Il mio potere qui è di fatto inesistente perché nessuno mi sostiene, tranne il mio fido Farid”, dice Haji Mohammed guardando con benevolenza il suo assistente intento a versare il tè. “Non posso fare niente. Ma almeno, finché non mi mettono sotto terra, posso parlare. Posso dire quello che so, quello che sanno tutti. In questo paese non cambierà niente finché comanderanno persone disoneste che pensano solo ai propri affari e che in virtù di questi sono disposte a scendere a patti con chiunque. Tutti sanno, anche se nessuno ne parla mai, che perfino il clan familiare del Una famiglia di contadini (Foto E.Piovesana) nostro presidente, Hamid Karzai, fa parte di questa cerchia. Suo fratello, Ahmad Wali, è uno dei più grandi trafficanti d’oppio del paese. Fa i suoi affari a Kandahar - città d’origine dei Karzai - con l’aiuto del capo della polizia locale comandata da Abdul Ghani: ai checkpoint i suoi uomini sequestrano i carichi d’oppio che arrivano da tutto l’Afghanistan e li consegnano a Karzai, che rivendendoli ci guadagna cifre enormi, non avendoli nemmeno pagati. Questo è l’Afghanistan. E questo sarà finché la gente sarà volutamente mantenuta nella povertà e nell’ignoranza. Per estirpare la piaga dell’oppio non servono le ruspe nei campi e i fucili contro i contadini. Né bastano i sussidi e gli incentivi, che comunque non ci sono. Ci vuole uno sviluppo culturale ed economico che richiede anni, generazioni. Gli afgani smetteranno di coltivare oppio solo quando le autorità smetteranno di fare affari con i trafficanti e quando i contadini avranno delle reali fonti alternative di sussistenza. E’inutile strappare la pianta se si lasciano nella terra le radici: i papaveri continueranno a fiorire”.
 
Categoria: Guerra, Politica, Economia
Luogo: Afghanistan
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