dal nostro inviato
Enrico Piovesana
I verdi campi afgani di papaveri d’oppio si tingono di
rosa: è iniziata la fioritura. Presto sarà il momento del raccolto, che
quest’anno si i preannuncia da record. In questi giorni il governo di Kabul,
con il sostegno di cinquemila sodati britannici, sta avviando la campagna di
sradicamento e distruzione delle piantagioni. Un’operazione tante volte
annunciata ma mai realmente effettuata. Per il rischio della violenta reazione
dei contadini spalleggiati dai talebani (che con i proventi dell’oppio
finanziano la loro, sempre più aggressiva, resistenza armata). Ma soprattutto perché
nel business dell’oppio sono coinvolte le stesse autorità afgane che dovrebbero
combatterlo. Un coinvolgimento a tutti i livelli: dalla polizia locale, ai
comandanti militari distrettuali, ai governatori provinciali, su su fino ai
responsabili governativi di Kabul. E’ di questi giorni la notizia
(emersa dai dischi fissi dei pc trafugati dalla base Usa di Bagram e
rintracciati nei bazaar locali dal Los Angeles Times) che tra i ‘trafficanti di
primo livello’ figurano l’ex governatore della provincia di Helmand, Sher Mohammed
Akhundzada,
il capo della sezione antinarcotici generale Mohammed Daoud, il capo di stato maggiore della Difesa
generale Abdul Rashid Dostum e
il suo predecessore maresciallo Mohammed Fahim. Manca solo un nome, quello del
boss più potente; il nome che tutti sanno ma che nessuno osa fare: quello di
Walid Kazrai, fratello del presidente Hamid Karzai.
In questo
reportage, quel nome viene fuori. Come vengono fuori tutte le connivenze delle
autorità, comprese quelle statunitensi. Ma soprattutto emerge la radice del
problema oppio: l’estrema povertà dei contadini afgani, costretti a coltivare
papaveri per dar da mangiare ai propri figli, data la mancanza di ogni reale alternativa
economica di sopravvivenza. Per fortuna c’è anche chi sa dire la verità, come
il coraggioso governatore di un distretto di Helmand: “Per estirpare la
piaga dell’oppio non servono le ruspe nei campi e i fucili contro i contadini.
Né bastano i sussidi e gli incentivi, che comunque non ci sono. Ci vuole uno
sviluppo culturale ed economico che richiede anni, generazioni. Gli afgani
smetteranno di coltivare oppio solo quando le autorità smetteranno di fare
affari con i trafficanti e quando i contadini avranno delle reali fonti
alternative di sussistenza. E’inutile strappare la pianta se si lasciano nella
terra le radici: i papaveri continueranno a fiorire”.

Il polveroso e rumoroso bazar di Lashkargah, trafficato da
motorette e motorisciò, carretti e calessi trainati da asini, trattori
stracarichi di contadini e pick-up che trasportano nel cassone uomini armati di
kalashnikov, è il centro di smistamento di tutto l’oppio afgano. In questi
giorni, capannelli di curiosi – giovani e vecchi, contadini e poliziotti – si
accalcano davanti ai cartelloni e ai manifesti che preannunciano la campagna
antidroga del governo Karzai. Un disegno ritrae le ruspe e i soldati che
distruggono un campo di papaveri mettendo in fuga il diavolo che dimora nella
piantagione. Il messaggio è chiaro, anche per i molti analfabeti che non sanno
leggere gli avvertimenti scritti che accompagnano le immagini. Qualcuno
sorride, ma i più sembrano preoccupati. Per la gente di qui l’oppio non è il
diavolo, il male, bensì l’unico bene, l’unica fonte di sopravvivenza. Chiunque
possieda un appezzamento di terra fertile più grande di un orto lo coltiva a
papaveri.
Nizab, coltivatore e padre di famiglia. Basta
fare un giro fuori da Lashkargah, al di là del fiume Helmand, per rendersene conto:
tutti i campi,
ma proprio tutti, sono stati seminati a oppio. Anche quello di Nizab:
quarant’anni, magro come un chiodo, intento a strappare con il falcetto le
erbacce che infestano i germogli dei papaveri. “In famiglia siamo venti
persone. Con quello che ricavo dalla vendita dell’oppio riesco appena a sfamare
i miei figli. Guardate qui – dice sfilando una scarpa di gomma tutta rotta a
uno dei bambini che gli stanno intorno – non ho nemmeno i soldi per vestirli!
Se non fosse per l’oppio moriremmo di fame, perché non c’è altro: non potremmo
certo campare con quel che danno al mercato per il grano o il cotone, un decimo
di quello che pagano per l’oppio”.
Un altro disegno dei cartelloni ritrae giovani
afgani che si drogano fumando oppio. Ormai l’Afghanistan sta diventando paese
consumatore,
oltre che produttore. “Lo so che l’oppio uccide la gente – dice Nizab – e non
solo nei vostri paesi, ora anche qui da noi. Non è colpa mia se ci sono persone
che hanno i soldi per drogarsi: io di soldi non ne ho e per dar da mangiare ai
miei figli sono costretto a coltivare questa roba. Magari potessi riuscirci
facendo altro! Se il cotone e il grano rendessero come l’oppio, cambierei
subito coltura. Se ci fossero altri lavori da poter fare per vivere, non ci
penserei due volte. Ma qui non c’è niente altro che questo: tariak,
oppio”, dice Nizab indicando il campo attorno a sé e oltre.
“Ho visto i manifesti in città e ho sentito dire in
giro che arriveranno i poliziotti e anche i soldati inglesi a distruggere i
nostri campi: che vengano pure, noi li aspettiamo! Difenderemo a costo della
vita i nostri campi, perché tanto se ci tolgono anche questo, moriremo lo
stesso: di fame! Se con i soldi dell’oppio i talebani ci si comprano le armi
per me va bene, perché sono loro che difenderanno i nostri campi. Adesso è
meglio che ve ne andiate prima che qualche…guardiano vi spari dalle colline
laggiù”.
Karim, commerciante d’oppio al bazaar. Tra la folla di persone che
al bazar di Lashkargah osservano i nuovi manifesti c’è anche Karim, un uomo
sulla quarantina, uno dei tanti piccoli commercianti d’oppio della città. Come
tutti i suoi colleghi, ufficialmente fa il cambiavalute, ma nel retro della sua
piccola e buia bottega vende
tariak. “Io lo compro dai contadini a un
centinaio di dollari al chilo e lo rivendo a circa 150”, ammette Karim dopo
aver negato per mezz’ora di avere a che fare con l’oppio. “I prezzi sono
crollati rispetto agli anni scorsi per colpa della sovrapproduzione: nel 2000
i
coltivatori vendevano a 400 dollari al chilo perché i talebani avevano fermato
la produzione l’anno precedente, proprio per far salire il prezzo”. Karim
racconta che i suoi clienti sono iraniani e pakistani, e anche qualche russo e
qualche turco. Ma pure gente del posto e perfino soldati americani “Vengono a
fare scorta a fine missione per portarselo a casa come souvenir”.
Karim è un pesce piccolo nella catena del business
dell’oppio, solo un gradino sopra ai contadini che lo coltivano.
I veri signori della droga, i trafficanti, vivono in
pacchiane ville fortificate, girano con lussuosi fuoristrada e con l’orologio
d’oro al polso.
Mister Tariak, il trafficante internazionale. Uno di loro, dopo lunghe
trattative, accetta di parlarci, ma senza nome e senza foto. All’apparenza è
una persona normalissima. Dopo aver capito di non avere a che fare con spie
americane diventa perfino gentile. Sorseggiando tè verde e spizzicando il
vassoio delle uvette secche, inizia a spiegare il suo lavoro. “Attraverso
intermediari che trattano direttamente con i contadini, compro oppio che viene
prodotto in Helmand e anche nelle altre province afgane. Con convogli di camion
scortati dalle mie guardie lo porto a sud, nel deserto, fino all’oasi di
Baranchà. Non cercatelo sulle cartine, tanto non c’è. Lì i nomadi delle tribù
baluce prendono in consegna il carico e con carovane di cammelli lo portano
oltre il confine iraniano. Altri usano strade diverse, altre oasi nel deserto.
Ce ne sono centinaia, anche se Baranchà è la via più battuta. Ma la
destinazione è sempre l’Iran. Lì l’oppio viene raffinato e trasformato in
eroina, che poi raggiunge i mercati occidentali via Turchia”.
‘Mister Tariak’ non vuole dire quanto guadagna e
svia la domanda. “Non ci guadagno solo io, ci guadagnano tutti: i contadini che
altrimenti farebbero la fame, i poliziotti e i soldati che arrotondano i magri
salari (40 dollari al mese,
ndr) prendendo mazzette per chiudere un
occhio o addirittura scortando le spedizioni verso l’Iran. Su su fino ai loro
comandanti e ai governanti provinciali e ai loro amici che stanno a Kabul”. Il
trafficante, ormai a suo agio, traccia lo sconsolante quadro di una narcomafia
che pervade ogni livello sociale e istituzionale di questo paese, di un
business attorno al quale ruota tutto l’Afghanistan: la sua economia, la sua
politica, perfino la sua guerra.