04/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nella zona di Lashkargah, dove la narcomafia dell'oppio coinvolge tutti: dai contadini al Presidente
dal nostro inviato
Enrico Piovesana

Papaveri da oppio in fiore (Foto E.Piovesana)I verdi campi afgani di papaveri d’oppio si tingono di rosa: è iniziata la fioritura. Presto sarà il momento del raccolto, che quest’anno si i preannuncia da record. In questi giorni il governo di Kabul, con il sostegno di cinquemila sodati britannici, sta avviando la campagna di sradicamento e distruzione delle piantagioni. Un’operazione tante volte annunciata ma mai realmente effettuata. Per il rischio della violenta reazione dei contadini spalleggiati dai talebani (che con i proventi dell’oppio finanziano la loro, sempre più aggressiva,
resistenza armata). Ma soprattutto perché nel business dell’oppio sono coinvolte le stesse autorità afgane che dovrebbero combatterlo. Un coinvolgimento a tutti i livelli: dalla polizia locale, ai comandanti militari distrettuali, ai governatori provinciali, su su fino ai responsabili governativi di Kabul. E’ di questi giorni la notizia (emersa dai dischi fissi dei pc trafugati dalla base Usa di Bagram e rintracciati nei bazaar locali dal Los Angeles Times) che tra i ‘trafficanti di primo livello’ figurano l’ex governatore della provincia di Helmand, Sher Mohammed Akhundzada, il capo della sezione antinarcotici generale Mohammed Daoud, il capo di stato maggiore della Difesa generale Abdul Rashid Dostum e il suo predecessore maresciallo Mohammed Fahim. Manca solo un nome, quello del boss più potente; il nome che tutti sanno ma che nessuno osa fare: quello di Walid Kazrai, fratello del presidente Hamid Karzai.
Papaveri dopo il raccolto (Foto E.Piovesana)In questo reportage, quel nome viene fuori. Come vengono fuori tutte le connivenze delle autorità, comprese quelle statunitensi. Ma soprattutto emerge la radice del problema oppio: l’estrema povertà dei contadini afgani, costretti a coltivare papaveri per dar da mangiare ai propri figli, data la mancanza di ogni reale alternativa economica di sopravvivenza. Per fortuna c’è anche chi sa dire la verità, come il coraggioso governatore di un distretto di Helmand: “Per estirpare la piaga dell’oppio non servono le ruspe nei campi e i fucili contro i contadini. Né bastano i sussidi e gli incentivi, che comunque non ci sono. Ci vuole uno sviluppo culturale ed economico che richiede anni, generazioni. Gli afgani smetteranno di coltivare oppio solo quando le autorità smetteranno di fare affari con i trafficanti e quando i contadini avranno delle reali fonti alternative di sussistenza. E’inutile strappare la pianta se si lasciano nella terra le radici: i papaveri continueranno a fiorire”.   

 

Il cartello governativo (Foto E.Piovesana)Il polveroso e rumoroso bazar di Lashkargah, trafficato da motorette e motorisciò, carretti e calessi trainati da asini, trattori stracarichi di contadini e pick-up che trasportano nel cassone uomini armati di kalashnikov, è il centro di smistamento di tutto l’oppio afgano. In questi giorni, capannelli di curiosi – giovani e vecchi, contadini e poliziotti – si accalcano davanti ai cartelloni e ai manifesti che preannunciano la campagna antidroga del governo Karzai. Un disegno ritrae le ruspe e i soldati che distruggono un campo di papaveri mettendo in fuga il diavolo che dimora nella piantagione. Il messaggio è chiaro, anche per i molti analfabeti che non sanno leggere gli avvertimenti scritti che accompagnano le immagini. Qualcuno sorride, ma i più sembrano preoccupati. Per la gente di qui l’oppio non è il diavolo, il male, bensì l’unico bene, l’unica fonte di sopravvivenza. Chiunque possieda un appezzamento di terra fertile più grande di un orto lo coltiva a papaveri.
 
Nizab con i suoi figli (Foto E.Piovesana)Nizab, coltivatore e padre di famiglia.  Basta fare un giro fuori da Lashkargah, al di là del fiume Helmand, per rendersene conto: tutti i campi, ma proprio tutti, sono stati seminati a oppio. Anche quello di Nizab: quarant’anni, magro come un chiodo, intento a strappare con il falcetto le erbacce che infestano i germogli dei papaveri. “In famiglia siamo venti persone. Con quello che ricavo dalla vendita dell’oppio riesco appena a sfamare i miei figli. Guardate qui – dice sfilando una scarpa di gomma tutta rotta a uno dei bambini che gli stanno intorno – non ho nemmeno i soldi per vestirli! Se non fosse per l’oppio moriremmo di fame, perché non c’è altro: non potremmo certo campare con quel che danno al mercato per il grano o il cotone, un decimo di quello che pagano per l’oppio”.
Un altro disegno dei cartelloni ritrae giovani afgani che si drogano fumando oppio. Ormai l’Afghanistan sta diventando paese consumatore, oltre che produttore. “Lo so che l’oppio uccide la gente – dice Nizab – e non solo nei vostri paesi, ora anche qui da noi. Non è colpa mia se ci sono persone che hanno i soldi per drogarsi: io di soldi non ne ho e per dar da mangiare ai miei figli sono costretto a coltivare questa roba. Magari potessi riuscirci facendo altro! Se il cotone e il grano rendessero come l’oppio, cambierei subito coltura. Se ci fossero altri lavori da poter fare per vivere, non ci penserei due volte. Ma qui non c’è niente altro che questo: tariak, oppio”, dice Nizab indicando il campo attorno a sé e oltre.
“Ho visto i manifesti in città e ho sentito dire in giro che arriveranno i poliziotti e anche i soldati inglesi a distruggere i nostri campi: che vengano pure, noi li aspettiamo! Difenderemo a costo della vita i nostri campi, perché tanto se ci tolgono anche questo, moriremo lo stesso: di fame! Se con i soldi dell’oppio i talebani ci si comprano le armi per me va bene, perché sono loro che difenderanno i nostri campi. Adesso è meglio che ve ne andiate prima che qualche…guardiano vi spari dalle colline laggiù”.
 
Botteghe di trafficanti al bazaar di Lashkargah (Foto E.Piovesana)Karim, commerciante d’oppio al bazaar. Tra la folla di persone che al bazar di Lashkargah osservano i nuovi manifesti c’è anche Karim, un uomo sulla quarantina, uno dei tanti piccoli commercianti d’oppio della città. Come tutti i suoi colleghi, ufficialmente fa il cambiavalute, ma nel retro della sua piccola e buia bottega vende tariak. “Io lo compro dai contadini a un centinaio di dollari al chilo e lo rivendo a circa 150”, ammette Karim dopo aver negato per mezz’ora di avere a che fare con l’oppio. “I prezzi sono crollati rispetto agli anni scorsi per colpa della sovrapproduzione: nel 2000 i coltivatori vendevano a 400 dollari al chilo perché i talebani avevano fermato la produzione l’anno precedente, proprio per far salire il prezzo”. Karim racconta che i suoi clienti sono iraniani e pakistani, e anche qualche russo e qualche turco. Ma pure gente del posto e perfino soldati americani “Vengono a fare scorta a fine missione per portarselo a casa come souvenir”.
Karim è un pesce piccolo nella catena del business dell’oppio, solo un gradino sopra ai contadini che lo coltivano.
I veri signori della droga, i trafficanti, vivono in pacchiane ville fortificate, girano con lussuosi fuoristrada e con l’orologio d’oro al polso.
 
Un trattore a Lashkargah (Foto E.Piovesana)Mister Tariak, il trafficante internazionale. Uno di loro, dopo lunghe trattative, accetta di parlarci, ma senza nome e senza foto. All’apparenza è una persona normalissima. Dopo aver capito di non avere a che fare con spie americane diventa perfino gentile. Sorseggiando tè verde e spizzicando il vassoio delle uvette secche, inizia a spiegare il suo lavoro. “Attraverso intermediari che trattano direttamente con i contadini, compro oppio che viene prodotto in Helmand e anche nelle altre province afgane. Con convogli di camion scortati dalle mie guardie lo porto a sud, nel deserto, fino all’oasi di Baranchà. Non cercatelo sulle cartine, tanto non c’è. Lì i nomadi delle tribù baluce prendono in consegna il carico e con carovane di cammelli lo portano oltre il confine iraniano. Altri usano strade diverse, altre oasi nel deserto. Ce ne sono centinaia, anche se Baranchà è la via più battuta. Ma la destinazione è sempre l’Iran. Lì l’oppio viene raffinato e trasformato in eroina, che poi raggiunge i mercati occidentali via Turchia”.
‘Mister Tariak’ non vuole dire quanto guadagna e svia la domanda. “Non ci guadagno solo io, ci guadagnano tutti: i contadini che altrimenti farebbero la fame, i poliziotti e i soldati che arrotondano i magri salari (40 dollari al mese, ndr) prendendo mazzette per chiudere un occhio o addirittura scortando le spedizioni verso l’Iran. Su su fino ai loro comandanti e ai governanti provinciali e ai loro amici che stanno a Kabul”. Il trafficante, ormai a suo agio, traccia lo sconsolante quadro di una narcomafia che pervade ogni livello sociale e istituzionale di questo paese, di un business attorno al quale ruota tutto l’Afghanistan: la sua economia, la sua politica, perfino la sua guerra. 
 
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Categoria: Guerra, Politica, Economia
Luogo: Afghanistan