03/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Per raccontare il conflitto, non ancora finito, tra il Marocco e il Sahara Occidentale.

dal nostro inviato
Christian Elia

La strada che porta dal campo profughi di Auserd a quello di Rabuni è una rarità per lo standard saharawi. Dopo i soliti chilometri di sassi e sabbia che frullano tutte le persone pigiate nella jeep, all’improvviso si scorge in lontananza un cartello stradale.

una pista nel deserto - foto di c.eliaDetto così non sembra nulla di eccezionale, ma nel deserto del Sahara fa la sua figura. E' meraviglioso. Indica una curva pericolosa a sinistra. Dopo miglia di nulla, dove le jeep percorrono sentieri che esistono solo nell'esperienza degli autisti saharawi, in cui puoi romperti l’osso del collo ogni momento, qualcuno ha ritenuto utile segnalare una svolta pericolosa a sinistra. S'intravede una striscia d'asfalto.

E’ complesso spiegare la sensazione di assoluto smarrimento che ti coglie quando vedi un oggetto a cui sei abituato da sempre in un contesto completamente diverso. Nelle nostre città si cresce respirandolo, l’asfalto, è parte del nostro quotidiano.
Dopo qualche giorno nel deserto, una strada ti fa un effetto assolutamente unico.
Sembra un enorme serpente accasciato nella sabbia, che cuoce al sole rovente, ma soprattutto non c’entra nulla con tutto quello che lo circonda.

Il campo profughi di Rabuni ha la funzione di capitale amministrativa delle province Saharawi: ogni campo profughi rispecchia una provincia del Paese di provenienza e Rabuni funge da centro nazionale. Qui ci sono tutti i ministeri e il governatorato, l’ospedale nazionale e l’orto nazionale, cioè quel centro per la coltivazione di verdure di ogni tipo, resa possibile dal fatto che qui converge tutta l’acqua che si riesce a estrarre dai pozzi del deserto- poca, in verità. Dopo averla purificata la si distribuisce ai campi profughi, dove viene portata da vecchie autobotti.

Prima di entrare nell’abitato, si nota sulla sinistra un enorme cimitero di autoveicoli. Autobus, macchine e jeep si accalcano in pochi metri quadri. Una recinzione cadente lo circonda solo in maniera simbolica, visto che sembra uno scolapasta. Dentro, un numero di rottami, che molto tempo prima erano mezzi di trasporto, tre volte superiore a quelli che si vedono in giro funzionanti.

il deserto - foto di c.eliaPoco lontana dal centro abitato, seminascosta da alcune dune di altezza modesta, si vede una costruzione bianca, molto simile a una caserma, che sembra uscita da un film sulla Legione Straniera.
La colonna di auto dei visitatori si ferma nello spiazzo antistante.
Le jeep incominciano improbabili manovre di parcheggio. Nel vuoto assoluto del deserto qualcuno trova fondamentale fare dei parcheggi, ben indicati da file di piccoli sassi. Il criterio è quello dei grandi centri commerciali europei: e poi c’è qualcuno che dice che al mondo non siamo tutti uguali.

Sull’ingresso troneggia un bandierone dei Saharawi, identico alla bandiera della Palestina con l’aggiunta di una mezzaluna e di una stella rossa al centro. Le similitudini tra i palestinesi e i saharawi vanno molto oltre la somiglianza della bandiera e non è un caso. All’interno, una grande piazza d’armi con un pennone al centro su cui è issata la bandiera. Tutto attorno, dei magazzini con la porta rossa.
La comitiva dei visitatori è un po’ smarrita perché il posto non ha propriamente i criteri museali occidentali, ma è ugualmente rapita.

La nostra guida si chiama Khandoud. In pochi giorni, ha fatto il capo militare, la guida turistica, il traduttore negli incontri ufficiali, l’autista e mille altre cose, tutte con tono pacato ma assolutamente determinato. Sorride e fa l'occhiolino: "Venite con me che vi presento i vostri vecchi compaesani". Aperta una delle porte rosse, le facce dei visitatori si fissano, e il sangue degli italiani presenti nella comitiva si ghiaccia nonostante i trenta gradi nel deserto. Alle pareti della stanza sono appoggiati degli scaffali bassi pieni di mine. Anti-uomo e anti-carro. La grandissima maggioranza è di produzione italiana.

Gli italiani sono conosciuti in tutto il mondo per molte cose di cui andare, forse, fieri: la cucina, la moda, le macchine, la musica e tante ancora. Ma sono anche stati i leader nella produzione e nella vendita di questi strumenti di morte.

Khandoud spiega il loro funzionamento. Gli sguardi si abbassano, e il senso di vergogna si taglia con un coltello, come se le mine fossero state costruite dai presenti. 

Il museo è pieno di armi di tutti i generi, dai carri armati ai fucili. Dà la sensazione di essere nella sala d’aspetto di un grande aeroporto internazionale: ci sono armi da tutto il mondo: Cina, Gran Bretagna, Stati Uniti, Israele, Italia e Russia. Tutti produttori noti, ma non mancano le rarità esotiche come Sudafrica e Iraq. Impossibile non chiedersi quante cose si sarebbero potute fare per il popolo marocchino e per quello saharawi con tutti i soldi spesi in questo modo.

nel deserto - foto di c.eliaIn un'altra stanza, il chiacchierare vivace della comitiva di visitatori si è interrotto di colpo. Tutti pendono dalle labbra della nostra guida. Credo che riflettano sulla guerra. Bene, ecco un museo che funziona. In un altro deposito, un mucchio di bacheche piene di un po’ di tutto, ma soprattutto di fotografie. I saharawi hanno tenuto come trofei timbri, patenti di guida, permessi e licenze dei soldati marocchini e mauritani. La cosa più inquietante, però, sono le foto. Scene di vita di tutti i giorni, foto di militari in tutte le situazioni di una giornata qualunque di un giovane africano.

La guerra ruba tutto, la giovinezza, i ricordi, l’intimità. Ci sono tantissimi prigionieri di guerra marocchini a Rabuni, molti di loro hanno passato più anni in carcere che in patria. Quante mogli, fidanzate, sorelle, fratelli, madri, padri e figli hanno pianto la loro scomparsa. E quante famiglie di saharawi sono state massacrate da loro.
Tutto  per una stupida guerra.

La comitiva riprende posto, stipati come sardine, sulle jeep. Poca voglia di parlare. Khandoud capisce che è il momento di tirare su il morale ai visitatori. Per il pomeriggio si organizza una gita alle dune. Sentir parlare di gita alle dune nel deserto lascia un po’ perplessi. Qui è tutto una duna. Sul posto si capisce quello che Khandoud voleva dire. Il deserto del Sahara è molto roccioso, pieno di massi di tutte le dimensioni, ma ci sono dei punti dove la sabbia è finissima, come filigrana d’oro.

Collinette di sabbia da scalare a piedi. Tutti sono estasiati. Si avverte la necessità di stare un po’ da soli in contemplazione. Il vivere circondati da costruzioni, rumori, luci e suoni soffoca la capacità di parlare con se stessi.

tramonto nel deserto - foto di c.eliaLa gente saharawi ha tirato su un tendone. Stasera fiesta, come dicono loro. All’interno rumoreggiano
quelli che sembrano esotici tamburi. Invece sono una batteria, un basso, una chitarra e delle tastiere. Ma come, uno viene fin qui per ascoltare i suoni tradizionali di un popolo senza tempo e trova un’orchestrina da pub di periferia? La situazione viene salvata dal gruppo di donne che si intravedono sedute in cerchio dall’altra parte della tenda. Nascoste dietro i loro veli fanno prove di canto.

Fuori tutti mangiano carne di cammello alla brace. Ognuno ha le sue abitudini, ma ci sono molte più cose in comune di quanto uno si possa aspettare. Subito fuori dalla tenda, c'è l’equivalente della scimmia per i nostri circhi. Fila lunghissima per fare la foto su un povero cammello che ogni volta deve sedersi, caricare qualcuno magari un po’ sovrappeso, e tirarsi su di nuovo. Tante foto con quell’espressione un po’ stupida tra il divertito e lo spaventato.

Poco dopo si entra nella tenda, la festa può cominciare. Siamo tutti su di giri, si ride e si scherza. Il complessino suona uno strano cocktail di musica antica e moderna, non indimenticabile in verità, ma il pezzo forte sta per arrivare. Le donne che stavano provando salgono sul palco, in fila di fronte al pubblico. Una, a turno, fa la solista mentre le altre la accompagnano emettendo un suono fortissimo, che sale fino al cielo. Ricorda l’urlo di guerra degli indiani nei film western, ma molto più acuto, quasi isterico. Fa venire la pelle d’oca. Lo chiamano zuchot.

Dopo gli applausi convinti dei presenti, l’inesauribile Khandoud prende la parola: "Amici italiani, noi abbiamo cantato con gioia per voi, ma ora tocca a voi”. Non so perché, ma ogni cosa che dice sembra un ordine. Nel milione di cose che ha fatto nella vita, Khandoud ha rappresentato per un po’ il Fronte Polisario, l’organizzazione politica dei saharawi, in Italia. Conosce perfettamente l’italiano. “Cantiamo tutti assieme Bella Ciao”.

Il coro è potente. Per molti di loro è una specie di inno nazionale italiano. Ma la magia di quel momento non vale noiose spiegazioni politiche. Si è fatto tardi. E’ ora di tornare a casa. L’orchestrina viene caricata in blocco su un pick-up scoperto. Sono troppi e fa freddo, ma ridono tutti.
Sarà un effetto collaterale della capacità di sapersi guardare ancora dentro.


Categoria: Muri, Popoli
Luogo: Sahara Occidentale