20/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo un'elezione contestata, torna la violenza nelle Isole Salomone
Decine di negozi ed edifici distrutti, un neo primo ministro barricato nel Parlamento e insediato in gran segreto, truppe straniere che arrivano di fretta per cercare di mettere la situazione sotto controllo. Dopo tre anni di calma, le Isole Salomone rischiano di ripiombare nel caos. La nomina da parte del Parlamento di Snyder Rini, ex vicepremier in un governo sospettato di corruzione, ha gettato benzina sul fuoco del latente conflitto tra le diverse comunità dell’arcipelago. E per cercare di calmare le acque, Australia e Nuova Zelanda hanno mandato immediatamente oltre 200 tra soldati e poliziotti.
 
La capitale Honiara vista dall'alto, dopo gli scontri di martedìCaccia al cinese. Le violenze sono scoppiate martedì 18 nella capitale Honiara con obiettivo la minoranza cinese, che ha in mano il commercio nelle Isole. Circa 1.500 persone hanno preso d’assalto i negozi di Chinatown, in molti casi appiccando il fuoco agli edifici, e costringendo molte persone a gettarsi dalle finestre per mettersi in salvo. Secondo un portavoce del governo, il 90 per cento del quartiere cinese è stato distrutto. Diciassette poliziotti australiani (un contingente è nell’arcipelago da tre anni) e due neozelandesi sono stati feriti nel tentativo di sedare la rivolta. I manifestanti hanno anche assediato la sede del Parlamento, dove per tutta la giornata di martedì è rimasto rinchiuso il neo premier Rini, che è entrato ufficialmente in carica oggi, nell'imprecisata località dove si è rifugiato. La polizia ha imposto il coprifuoco per la notte appena passata, nella quale sono arrivati i rinforzi australiani e neozelandesi, e nelle ultime 24 ore non si sono registrate violenze. "Con il coprifuoco il Paese è paralizzato", racconta a PeaceReporter padre Luciano Capelli, un salesiano da sette anni nell'arcipelago, mentre in sottofondo si sentono gli elicotteri australiani che sorvegliano Honiara dall'alto. "Banche e scuole sono rimaste chiuse, per strada non c'è nessuno e le fiamme a Chinatown sono state domate. Ma l'annuncio dell'insediamento di Rini qui alla radio non l'hanno ancora dato. Appena si saprà, potrebbero ricominciare gli scontri".
 
Snyder RiniContro il nuovo premier. Il risentimento verso la comunità è sfociato in violenza perché molti considerano Rini una pedina dei cinesi troppo legato all’ex governo di Allan Kemakeza, uscito ridimensionato nelle elezioni parlamentari del 5 aprile dopo cinque anni al potere. Molti ministri di quell’esecutivo sono stati accusati di corruzione. E anche se Snyder Rini non è tra questi, la scelta per l’incarico di primo ministro caduta su di lui ha esasperato gli animi. Una delle colpe maggiori che gli vengono attribuite è l'aver fatto il gioco della comunità cinese in particolare nell'esportazione di legname, l'attività principale delle Isole. Alcuni partiti dell’opposizione hanno accusato Rini di essere al soldo della Cina e di Taiwan, e un deputato appena eletto ha dichiarato a un quotidiano che il neo premier avrebbe comprato i voti di alcuni membri del Parlamento per farsi eleggere.
 
Un manifestante durante gli scontri di HoniaraTensioni latenti. “La nostra società multiculturale ha un grande problema”, ha detto alla Reuters il governatore generale Nathaniel Waena. “Non si riesce mai ad accontentare tutti, come si potrebbe fare in una società omogenea”. Oltre al risentimento verso i cinesi, fin dalla seconda guerra mondiale nelle Salomone ci sono state tensioni tra la comunità indigena di Guadalcanal, l’isola principale di questo arcipelago di 500.000 abitanti, e i coloni provenienti dall’isola di Malaita. Le lotte per la proprietà terriera e la distribuzione del lavoro avevano portato a una serie di violenze tra le opposte milizie culminata nel 1998, quando gli scontri causarono centinaia di morti e oltre 20.000 sfollati. Dopo un tentato colpo di stato (da parte della polizia, ora praticamente smantellata) e la firma di un trattato di pace grazie alla mediazione australiana, sembrava che potesse tornare la calma. Ma nel 2003 la situazione precipitò ancora, e il governo di Kemakeza chiese l'intervento di Australia e Nuova Zelanda. Ora il film si ripete. "E' un peccato", conclude padre Capelli, "dopo le violenze degli anni passati si stava lentamente tornando verso la normalità. L'economia non è mai stata florida qui, ma con l'arrivo degli aiuti economici si stava rimettendo in sesto. Questi ultimi scontri mostrano che c'è ancora molto lavoro da fare".

Alessandro Ursic

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità