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Un imprenditore arrembante. Philip Bloom, per
esempio, è uno di quei manager spregiudicati che, dal primo momento, ha fiutato
come il conflitto in Iraq potesse rivelarsi un buon affare. Una corte federale
statunitense lo ha condannato, nel febbraio scorso, a 40 anni di prigione e a
pagare risarcimenti al governo Usa per 8 milioni di dollari, ma solo ieri sulla
stampa statunitense sono trapelate alcune indiscrezioni che hanno permesso di
ricostruire la rete criminale che ruotava attorno a Bloom. Il procedimento a
suo carico è nato dal rapporto conclusivo dell’inchiesta condotta da James
Mitchell, portavoce dell’Ispettorato generale Usa per la ricostruzione
postbellica in Iraq. Il documento di 42 pagine rende un’idea del sistema
criminale che è fiorito attorno all’invasione irachena. La compagnia di Bloom,
la Gbg Holdings, ha vinto due appalti in Iraq: uno per la ricostruzione di una
biblioteca pubblica a Karbala e uno per la ristrutturazione di una scuola di
polizia a Hillah, entrambe città dell’Iraq meridionale. Il valore complessivo
dell’appalto è stato stimato in 8,6 milioni di dollari. Il report dimostra però
come, per ottenerlo, Bloom ha investito circa 2 milioni di dollari in tangenti
di vario tipo. Il documento racconta di mazzette in denaro, biglietti aerei,
gioielli, macchine, fino ad arrivare a festini a base di alcool e sesso per i
funzionari corrotti nella villa a Baghdad che Bloom aveva acquistato. La rete
con la quale Bloom si aggiudicava gli appalti aveva come interlocutore
privilegiato Robert J. Stein, un funzionario Usa della Coalition Provisional
Authority, l’autorità civile guidata dall’ex diplomatico Usa Paul Bremer
III, che ha governato l’Iraq dal momento dell’invasione, ad aprile 2003, fino a
gennaio 2005. Assieme a lui sono stati condannati Debra Harrison e Michael
Brian Wheeler, due colonnelli riservisti dell’esercito Usa, e due altri
funzionari civili dell’Authority. Le accuse sono uguali ed eloquenti:
corruzione, frode, riciclaggio e aver accettato denaro per favorire la
compagnia di Bloom nell'ottenere contratti con il governo iracheno.
Un sistema distorto.
Ma la storia di Bloom è solo la
punta di un iceberg immenso. Il report di Mitchell ha analizzato 907
appalti di
ingente valore finanziario e 1.200 contratti minori per la
ricostruzione
irachena. Il risultato è preoccupante. Nella maggioranza dei casi, il
documento
denuncia l’impossibilità di effettuare verifiche approfondite per la
totale
mancanza di documentazione delle transazioni finanziarie. Questa
permetterebbe
di fare
chiarezza sulla trafile degli appalti, in particolare per i tanti,
troppi
contratti ottenuti da aziende che hanno presentato un preventivo di
spesa ingente, lontano dal reale valore del lavoro svolto. Anche questo
però non è una
novità. Un rapporto in questo senso era stato pubblicato a marzo del
2005 da Trasparency
International, un’organizzazione non governativa che monitora la situazione
economica e i legami con la criminalità organizzata e la corruzione dei
funzionari pubblici nei vari paesi del mondo. Il rapporto di Ti del 2005 era
focalizzato sull’Iraq e parlava già un anno fa del sistema degli appalti per la
ricostruzione in Iraq come del “più grande scandalo finanziario della storia”.
Il documento sottolineava come la corruzione fiorisca nelle situazioni di
anarchia e l’Iraq in questo senso è il perfetto terreno di sviluppo di tutti i
traffici possibili e immaginabili. Secondo la Ti, troppi erano (e sono) gli
appalti poco chiari, affidati ad aziende per preventivi gonfiati e, in particolare,
denunciava la procedura accelerata di privatizzazione delle aziende statali
irachene. Il documento sottolineava, accusando direttamente il club dei paesi
donatori per la ricostruzione in Iraq e il Fondo Monetario Internazionale, come
il patrimonio del regime sia stato svenduto ad aziende vicine
all’amministrazione Bush e di come in particolare le infrastrutture irachene
non siano state protette adeguatamente, depauperando il patrimonio dell’Iraq.
Un sacco organizzato. Il
saccheggio organizzato delle ricchezze irachene non è avvenuto neanche di
nascosto. A Londra, nel 2004, è stata organizzata una conferenza per le aziende
interessate a quella che, come pubblicizzavano gli stessi organizzatori, era
“un’opportunità esclusiva per le compagnie internazionali per incontrare i
principali uomini d’affari iracheni e gli uomini che ricostruiranno l’Iraq del
futuro”. Il giro d’affari, ipotizzato dagli analisti finanziari nella cifra
iperbolica di 100 miliardi di dollari, attirò circa 300 tra le maggiori
multinazionali del mondo, comprese la ChevronTexaco, la Shell e la ExxonMobil.
Fuori dall’albergo dove si teneva la conferenza, imperversavano i manifestanti
pacifisti che insultavano i manager che, in tutta fretta, entravano nella hall.
Ma alla fine la riunione ha dato i suoi frutti. Un’altra denuncia era arrivata
dall’economista Paul Krugman che, in un articolo pubblicato dal New York
Times, denunciava già nel 2004 le conseguenze disastrose della politica
dell’amministrazione Bush di agevolare, nella gara per gli appalti della
ricostruzione, le aziende 'amiche'. Un saccheggio
organizzato insomma, ma che ogni guerra porta con sé. La speranza era che, una
volta ottenuti gli appalti con la corruzione, le aziende vincitrici fornissero
un buon lavoro. Non è andata così al General Hospital di Hillah, dove a gennaio
scorso, subito dopo la fine dei lavori di ristrutturazione compiuti da una
azienda Usa, un ascensore è precipitato uccidendo tre persone.
Christian Elia