Già mille sfollati dopo l'ultima settimana di tensioni nel porto orientale dello Sri Lanka
La situazione è sempre più tesa a Trincomalee, città
portuale sulla costa est dello Sri Lanka, dopo le violenze dell’ultima
settimana. Circa mille persone sono state costrette a lasciare le loro case e
a
rifugiarsi in alcune scuole e templi dopo l’attentato a un mercato il 12 aprile
scorso, che ha causato 16 morti e che è stato attribuito dalle autorità
cingalesi ai ribelli delle Tigri tamil, attivi nel nord e nell’est del Paese.
Nonostante i guerriglieri abbiano respinto queste accuse, bande di estremisti
cingalesi
hanno cominciato a bruciare, per rappresaglia, diverse case abitate dai tamil,
provocando decine di feriti. La multietnica Trincomalee, popolata da indù,
buddisti e musulmani, è così caduta in una spirale di tensioni comunitarie che
hanno reso necessaria l’imposizione del coprifuoco e costretto alcuni operatori
di organizzazioni non governative straniere, che si occupano della
ricostruzione nel dopo-tsunami, ad abbandonare almeno temporaneamente la zona.
Lavoro difficile per le Ong. Abbiamo raggiunto al telefono Chiara Carli, volontaria della
protezione civile che da alcuni giorni si trova a Negombo, nel sud, senza la
possibilità di tornare a Trincomalee, dove da agosto segue un progetto del
Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis): “In questo momento tutto il
personale del Vis ha lasciato Trincomalee in attesa che la situazione si calmi.
Dieci giorni fa sono partita per il sud, in occasione del capodanno srilankese,
poi mi è arrivato un messaggio della
sicurezza che annunciava l’uccisione di un leader tamil. Nei giorni seguenti i
messaggi che riportavano violenze si sono moltiplicati e non sono più potuta
tornare indietro. Abbiamo dovuto affidare il nostro progetto di costruzione ai
locali con cui siamo in costante contatto telefonico. A Trincomalee la
situazione è sempre stata un po’ precaria, ma non ci aspettavamo un tal aumento
dei disordini”.
Negoziati in stallo. Si attende di vedere cosa accadrà nei prossimi giorni e
soprattutto se ripartiranno i negoziati tra il governo cingalese e i ribelli.
Dopo
un incontro a Ginevra nel febbraio scorso, un secondo round, previsto
inizialmente per ieri e oggi, è stato posticipato ai prossimi 24 e 25 aprile.
Il mediatore norvegese del processo di pace, Jon Hanssen-Bauer, ieri ha
incontrato esponenti dell’esecutivo e oggi dovrebbe recarsi nel quartier
generale delle Tigri a Kilinochchi, nell’estremo nord, per convincerle a
riprendere il dialogo. Diversi motivi, tuttavia, le tengono lontane dal tavolo
delle trattative. I leader ribelli del nord vorrebbero prima incontrare quelli
dell’est, passando liberamente dai territori controllati dal governo. Hanno
rifiutato, così, di essere trasportati da una nave sorvegliata dalla marina, ma
anche da un elicottero privato, perché ritenuto troppo poco sicuro. Secondo
alcuni analisti ed esponenti della comunità internazionale, tuttavia, le Tigri
stanno
solo cercando di rimandare i negoziati fino a quando Colombo non esaudirà
alcune loro richieste. E prima fra tutte, il disarmo dei paramilitari e
dell’esercito di Karuna, una frangia di guerriglieri distaccatasi nel marzo
2004, che potrebbe, secondo loro, aver trovato l’appoggio del governo. Le Tigri
hanno anche chiesto la cessazione degli attacchi contro la popolazione tamil,
minoranza che si trova in prevalenza nel nord e nell’est, le zone teatro del
conflitto.

Rischio di guerra civile. Le violenze, però, che
dall’inizio d’aprile hanno causato
oltre 70 morti, non sembrano fermarsi. Ieri sono stati trovati i corpi
di quattro tamil presso Giafna e solo lunedì
17 aprile almeno otto
persone hanno perso la vita in due diversi attentati. Cinque soldati
sono
saltati su una mina vicino a Vavuniya e tre persone, tra cui un
ribelle, sono
morti in un’esplosione nei pressi di Giafna. Cinque uomini
dell’aeronautica,
inoltre, sono rimasti feriti, sempre per una deflagrazione, intorno a
Batticaloa. Sempre lunedì scorso, secondo il sito Tamilnet vicino ai
ribelli, cinque civili tamil sarebbero stati uccisi dai paramilitari e
dai soldati regolari in diversi attacchi. Si teme, dunque, la ripresa
della guerra civile, dopo la proclamazione del cessate il fuoco nel
2002, che renderebbe ancor più difficile la vita degli sfollati
dello tsunami nelle zone costiere orientali e settentrionali. “Spero
che la
situazione si risolva presto per la popolazione, già afflitta dalla
catastrofe
naturale del 26 dicembre 2004”, aggiunge la Carli. “Da allora le cose
sono
migliorate, ma ci vuole altro tempo. La ricostruzione non si fa in
pochi
giorni”. Nella zona di Trincomalee gli sfollati hanno ricominciato a
entrare
nelle nuove case, ma non è chiaro cosa accadrà adesso che altre persone
sono
rimaste senza un tetto a causa del conflitto.