Manuel Rozental è un Nasa, scomodo perché colto e impegnato nel sociale. Per questo è costretto in esilio
Scritto per noi da
Simone Bruno

Due anni fa ricevetti una telefonata di una amica giornalista:
bisognava scrivere, e molto velocemente, un articolo su
Arquimede Vitonas,
sindaco di Toribio, un municipio del Cauca, del sud Ovest della Colombia.
Arquimedes era scomparso, probabilmente sequestrato.
Arquimedes è un Nasa, la popolazione indigena più numerosa e
più organizzata del paese. Quel sequestro sembrava molto strano, per le
modalità e per il ruolo rivestito da Arquimedes, tanto che in un primo
momento
pensammo a un coinvolgimento dell’esercito. Erano state invece le
Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc). Poi tutto si
risolse bene grazie alla potente macchina organizzativa indigena:
centinaia di
uomini della tradizionale guardia indigena camminarono una notte intera
fino
all’accampamento guerrigliero e, senza violenza, si riprendesero in modo pacifico
il loro sindaco.

Ma questa, anche se molto bella, è un’altra storia. È
comunque la storia che mi fece entrare per la prima volta in contatto con
Manuel Rozental. Mentre scrivevo l’articolo, e successivamente dopo mentre lo facevamo
girare, il mio contatto con il popolo Nasa era questo ragazzone dall’età
indefinita, spropositatamente alto, ma con uno sguardo serio e gentile allo
stesso tempo. I capelli nerissimi e arruffati e un paio di occhiali poggiato
sbadatamente su un naso piuttosto importante. Una di quelle persone con cui ci
si intende facilmente e che ti sembra di conoscere da sempre. Un ragazzo timido
in apparenza, ma assolutamente risoluto e diretto quando si tratta di
organizzare, modesto, al punto che tutto quello che ha fatto è difficile
ascoltarlo da lui, ma lo metti insieme parlando con le varie persone che lo
conoscono. Parla poco ma fa tanto.
Come molti dei suoi amici, mi sento in dovere di far sapere
cosa succede a Manuel e di riflesso cercare di spiegare questo paese complesso,
violento e ammaliante dove mi ritrovo a vivere. Manuel è nato a Cali, la città
nota per la salsa e per il suo “cartello della droga”. Una città tipica
colombiana, con la parte ricca della popolazione adagiata sulla pianura e con
i
poveri e gli emarginati sparpagliati sulle montagne attorno, ammassati in
bettole di latta, fango e calcinacci.
Durante gli anni 50, a Caracas, in Venezuela, il dittatore
Perèz Jimenez decise di costruire un enorme quartiere popolare e fece edificare
38 mostri di 15 piani, per un totale di quasi 10.000 appartamenti. Così, quando
proprio in quel periodo, la vicina Colombia venne colpita da un forte
terremoto, Jimenez decise di far costruire uno di questi mostri anche nella
Cali semi distrutta. A Cacaras i 38 edifici presero il nome di “barrio 23 de
Enero”, uno dei quartieri più combattivi e organizzati della città, mentre a
Cali il mostro solitario ha visto nascere Manuel, lo ha guardato diventare
attivista politico durante gli anni di Medicina e poi chirurgo.

Essere un “attivista politico” in Colombia non è mai stato
un lavoro facile, spesso bisogna raccogliere le proprie cose al volo e
scappare. A volte arriva una voce: “Vogliono farti fuori”; altre volte te lo
dicono direttamente “Meglio che te ne vai con le tue gambe fino a che sei in
tempo”, ma in ogni caso il messaggio è lo stesso: fuggire. La diversità dei
modi dipende da chi stai infastidendo e col tempo impari anche a distinguere le
minacce reali da quelle false. Ma sempre è un gioco rischioso.
È passato più di un anno da quando i Nasa hanno detto a
Manuel “Van a venir por ti”. Era una minaccia reale. Già lo cercavano per farlo
fuori. Da quel momento Manuel è di nuovo in esilio, in Canada. Perché
è dai primi anni ottanta che di tanto in tanto è costretto a lasciare la sua
città, il suo paese, i suoi progetti. Quando
vivi come Manuel devi avere sempre uno zaino pronto con il necessario, perché
non
sai mai quando sarai costretto ad andartene di nuovo. E quando lo devi fare,
devi correre.
Poche persone hanno l’esperienza maturata da Manuel nel
campo del diritto alla salute e delle organizzazioni indigene. Sono
innumerevoli gli enti dove ha prestato servizio e lavorato. Uno fra tutti il
suo impegno all’Onu per far riconoscere l’approccio alla salute delle comunità
indigene. Fu un lavoro che portò alla prima consultazione da parte dell’Onu
delle comunità indigene e che sfociò in una risoluzione successivamente
approvata. Questo è solo un esempio di come la vita politica e lavorativa di
Manuel non siano mai state realmente separate e di come i suoi studi si
concilino con il suo impegno e la sua passione: gli indigeni dell’America
tutta.

Ha fondato e diretto molte organizzazioni di cooperazione
internazionale, dato appoggio a comunità minacciate, lavorato in ospedali,
visto i sistemi di salute pubblica smantellarsi a colpi di prestiti del banco
mondiale. Ha fondato organizzazioni per impedire la privatizzazione della
salute in tutto il continente, incontrato i più importanti leader indigeni e
lavorato con loro. Poi nel 2003 chiamato dai Nasa è tornato alla sua Cali, a
occuparsi di pianificazione, educazione e comunicazione.
La seconda volta che l’ho incontrato stava pianificando
quella che è stata una delle marce più grandi in Colombia contro il governo di
Alvaro Uribe Velez. Sessantamila indigeni a piedi per sessanta chilometri sotto
un sole equatoriale che coceva la testa e i piedi. Ma fu un esempio di efficienza,
con le donne indigene che di giorno in giorno costruivano accampamenti su
terreni abbandonati e cucinavano per tutti, per poi riposare sotto tende di
plastica e fiumi che tagliavano il paesaggio offrendo acque generose per
bagnarsi e refrigerarsi.
Un popolo umiliato da 500 anni che veniva accolto dagli
studenti in festa al loro arrivo a Cali. Bambini, vecchi, donne, professori,
gente che scendeva in strada per cantare e batter le mani al loro passaggio. Un
impatto enorme sull’opinione pubblica che consacrava il movimento Nasa come il
movimento leader nelle lotte sociali.

Manuel deve tornare in Colombia. Questo è il suo posto. È
con i Nasa che deve stare. Deve poter vivere qui senza paura di essere ucciso,
senza uno zaino pronto nell’armadio. È importante che riesca a passare le sue
esperienze e il suo aiuto pratico agli indigeni giovani e disorientati.
Il governo colombiano deve difendere le persone come Manuel,
eppure sembra più preoccupato a difendere i corrotti e gli assassini,
persone
come l’attuale console di Milano. Ebbene sì, Milano ospita Jorge
Noguera, ex
capo del Das (polizia segreta Colombiana al servizio del presidente)
che è
accusato di connessioni con il paramilitarismo e in special modo con
uno dei
comandanti, Jorge40, al quale avrebbe passato una lista di 24 persone
tra
attivisti politici e leader comunitari da eliminare e puntualmente
fatti fuori. Personaggi come
Manuel che danno fastidio ai poteri forti
e che vengono quindi
eliminati dallo Stato, usando i metodi della guerra sporca, servendosi
del
peggior paramilitarismo che mai conosciuto da questo continente. Uomini
come
il console di Milano sono il tramite tra il potere e il braccio armato,
tra il
potere e gli assassini, i sicari, buoni per far fuori i personaggi
scomodi e
per racimolare voti come i 300.000 che con una frode elettorale il
signor
Noguera, quando era direttore del Das, ha fatto arrivare nel bottino
elettorale
durante l’elezione che ha portato Alvaro Uribe Velez a essere l’attuale
presidente del paese.