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Sfollati. Da febbraio a oggi l’Iraq è stato il teatro
di carneficine quotidiane, da parte dei miliziani sunniti contro poliziotti
iracheni e civili sciiti, da parte dei miliziani sciiti contro i civili
sunniti. Il lavoro delle squadre della morte avviene nell’ombra e nella
maggioranza dei casi raggiunge i media nazionali e internazionali solo quando
i
cadaveri vengono alla luce. Negli ultimi tre mesi quasi ogni mattina sono stati
scoperti, in diverse aree del Paese, gruppi di cadaveri che presentavano segni
di tortura e un colpo d’arma da fuoco alla testa. Decine di corpi vengono
ritrovati ogni giorno lungo le sponde del Tigri, nelle fogne e in qualsiasi
anfratto la distruzione abbia lasciato aperto. Le forze della coalizione
stimano che nel solo mese di marzo siano 1300 le persone rimaste vittime della
guerra tra sunniti e sciiti in Iraq. Il clima di paura e di sfiducia, insieme
alle minacce concrete che giungono anche via sms, stanno spingendo i sunniti a
lasciare in massa le aree a maggioranza sciita e viceversa. Chi non fugge
rischia la vita, basta un delatore che faccia un nome, basta che quel nome sia
tipicamente sciita o sunnita, perché quella persona scompaia. I quartieri
sciiti attorno alla capitale si stanno espandendo rapidamente, ma molta della
gente
sfollata dorme anche in baracche improvvisate, nelle auto o nelle tende.
Attorno a Baghdad la Mezzaluna Rossa sta preparandosi a fornire aiuti a 50 mila
famiglie, in maggiornaza sunniti fuggiti da Samarra. Mentre l’armata del Mahdi,
la milizia sciita fedele a Moqtada Sadr, si sta occupando delle famiglie
sciite.
Via dall’Iraq. Oltre agli sfollati interni, ci sono
altre migliaia di iracheni che stanno lasciando il Paese. Chi può va lontano,
in Europa, negli Stati Uniti o in Australia, ma molti di più si trovano
costretti a dirigersi verso i confini sperando nell’asilo umanitario delle
nazioni circostanti. In assoluto questo primato spetta alla Giordania, che
ospita circa un milione di iracheni (oltre a 1800000 rifugiati palestinesi). Il
7 aprile Human Rights Watch esortava il regno giordano a concedere asilo sul
proprio territorio a circa 130 iracheni di origine palestinese in fuga
dall’Iraq. Ma anche le possibilità
ricettive di Amman sono al limite, Nasser Judeh, portavoce del governo del
regno, ha accusato Hrw di ingerenza indebita e ha osservato che “la Giordania
ha fatto la sua parte con costi finanziari enormi. L’Iraq è circondato da
cinque paesi –ha aggiunto -, trovo molto strano che l’onere di aprire le
frontiere a tutti sia solo sulla Giordania”. I 130 palestinesi in precedenza
avevano tentato di entrare in Arabia Saudita e in Kuwait, ma senza successo.
Monsigor Warduni, PatriarcaNaoki Tomasini