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Le proteste. Trentanove superstiti della tragedia – la fuga di gas nocivo uccise subito almeno
3.500 e altre 15.000 morirono in seguito per aver respirato i veleni, senza contare
i bambini deformi nati negli ultimi due decenni – erano arrivati il 25 marzo a
Nuova Delhi per perorare la loro causa, dopo aver marciato per 800 chilometri.
Da fine marzo avevano iniziato una protesta permanente davanti alla sede del Parlamento
indiano, e l’11 aprile sei di essi avevano cominciato uno sciopero della fame.
L’ufficio del primo ministro indiano aveva ricevuto circa 3.000 fax di protesta
da mezzo mondo, in solidarietà con i sopravvissuti. Alla fine, Manmohan Singh
ha ceduto. Dopo un incontro con la delegazione, il premier ha promesso di istituire
una commissione nazionale che si occupi dell’aspetto medico e dello sviluppo economico
della zona del disastro, dove due anni fa uno studio ha trovato che la contaminazione
dell’acqua è 500 volte superiore al limite fissato dall’Organizzazione mondiale
della sanità. Singh ha anche accettato la proposta di ergere un memoriale per
le vittime, nonché di inserire la strage nei programmi di studio scolastici.
Non si va in tribunale. La disponibilità del primo ministro si è però fermata qui. La delegazione venuta
da Bhopal voleva anche strappare a Singh la promessa di perseguire penalmente
i proprietari dello stabilimento killer, la Union Carbide e la Dow Chemical, che
ora controlla il gruppo. Su questo punto il premier ha praticamente ammesso di
avere le mani legate. “Non prometto di avviare un’azione legale. Dobbiamo fare
affari, l’India deve andare avanti nonostante queste tragedie”. Una risposta che
non ha soddisfatto i sopravvissuti. “Proviamo vergogna e rabbia di fronte al primo
ministro della più grande democrazia al mondo, che ha apertamente ammesso di essere
incapace di mettere pressione a una multinazionale americana proprio dopo aver
annunciato l’intenzione di raddoppiare gli investimenti nell’industria”, ha detto
Sanitah Sarangi, uno dei sei superstiti che aveva intrapreso lo sciopero della
fame. Così, i sopravvissuti hanno promesso di voler fare causa da soli. “Non ha
senso indirizzare le nostre proteste a un uomo che ha rivelato tutta la sua impotenza
riguardo a questo problema”, ha concluso Sarangi.
Vent’anni di inazione. Non è la prima volta che il governo indiano promette di venire incontro alle
richieste degli abitanti della zona. Spesso gli impegni sono rimasti disattesi.
Forse però sarà la volta buona per la bonifica dell’impianto, ora abbandonato
e passato sotto la gestione dello stato del Madhya Pradesh. Le stime dei costi
vanno dai 21 ai 420 milioni di euro, e già la scorsa estate un tribunale locale
aveva ordinato che si desse il via ai lavori. Quando 150 operai sono stati ricoverati
in ospedale per l’effetto dei fumi tossici, però, le operazioni sono state sospese.
“Hanno cercato di fare la bonifica al risparmio, senza maschere né guanti”, ha
detto Sarangi. “Ecco perché ora vogliamo assicurarci che il lavoro sia fatto bene”. Alessandro Ursic