20/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Bhopal, l'India accoglie le richieste dei superstiti. Ma non perseguirà i responsabili
Ci sono voluti 21 anni e quattro mesi, più una settimana di sciopero della fame. Ma alla fine i superstiti della strage di Bhopal hanno ottenuto almeno un po’ di giustizia. Accogliendo quasi tutte le richieste degli abitanti, il 17 aprile il primo ministro indiano Manmohan Singh si è impegnato a bonificare la zona del disastro e a fornire acqua potabile alla popolazione locale superstite. Ma sul tema della responsabilità penale della Union Carbide, la compagnia statunitense proprietaria della fabbrica da cui partì il gas letale, non ha potuto far altro che promettere un generico impegno, che non ha soddisfatto i sopravvissuti.
 
Le proteste. Trentanove superstiti della tragedia – la fuga di gas nocivo uccise subito almeno 3.500 e altre 15.000 morirono in seguito per aver respirato i veleni, senza contare i bambini deformi nati negli ultimi due decenni – erano arrivati il 25 marzo a Nuova Delhi per perorare la loro causa, dopo aver marciato per 800 chilometri. Da fine marzo avevano iniziato una protesta permanente davanti alla sede del Parlamento indiano, e l’11 aprile sei di essi avevano cominciato uno sciopero della fame. L’ufficio del primo ministro indiano aveva ricevuto circa 3.000 fax di protesta da mezzo mondo, in solidarietà con i sopravvissuti. Alla fine, Manmohan Singh ha ceduto. Dopo un incontro con la delegazione, il premier ha promesso di istituire una commissione nazionale che si occupi dell’aspetto medico e dello sviluppo economico della zona del disastro, dove due anni fa uno studio ha trovato che la contaminazione dell’acqua è 500 volte superiore al limite fissato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Singh ha anche accettato la proposta di ergere un memoriale per le vittime, nonché di inserire la strage nei programmi di studio scolastici.
 
Lo stabilimento abbandonato a BhopalNon si va in tribunale. La disponibilità del primo ministro si è però fermata qui. La delegazione venuta da Bhopal voleva anche strappare a Singh la promessa di perseguire penalmente i proprietari dello stabilimento killer, la Union Carbide e la Dow Chemical, che ora controlla il gruppo. Su questo punto il premier ha praticamente ammesso di avere le mani legate. “Non prometto di avviare un’azione legale. Dobbiamo fare affari, l’India deve andare avanti nonostante queste tragedie”. Una risposta che non ha soddisfatto i sopravvissuti. “Proviamo vergogna e rabbia di fronte al primo ministro della più grande democrazia al mondo, che ha apertamente ammesso di essere incapace di mettere pressione a una multinazionale americana proprio dopo aver annunciato l’intenzione di raddoppiare gli investimenti nell’industria”, ha detto Sanitah Sarangi, uno dei sei superstiti che aveva intrapreso lo sciopero della fame. Così, i sopravvissuti hanno promesso di voler fare causa da soli. “Non ha senso indirizzare le nostre proteste a un uomo che ha rivelato tutta la sua impotenza riguardo a questo problema”, ha concluso Sarangi.
 
Vent’anni di inazione. Non è la prima volta che il governo indiano promette di venire incontro alle richieste degli abitanti della zona. Spesso gli impegni sono rimasti disattesi. Forse però sarà la volta buona per la bonifica dell’impianto, ora abbandonato e passato sotto la gestione dello stato del Madhya Pradesh. Le stime dei costi vanno dai 21 ai 420 milioni di euro, e già la scorsa estate un tribunale locale aveva ordinato che si desse il via ai lavori. Quando 150 operai sono stati ricoverati in ospedale per l’effetto dei fumi tossici, però, le operazioni sono state sospese. “Hanno cercato di fare la bonifica al risparmio, senza maschere né guanti”, ha detto Sarangi. “Ecco perché ora vogliamo assicurarci che il lavoro sia fatto bene”. 

Alessandro Ursic

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità