La protesta ambientalista spacca le relazioni diplomatiche tra Argentina e Uruguay
Scritto per noi da
Adriano Seu
I membri delle assemblee ambientaliste di Gualeguaychù e Colòn, in segno di protesta
contro la costruzione di due cartiere nella località uruguayana di Fray Bentos,
hanno deciso di tornare a occupare i due ponti che collegano le opposte sponde
del Rio Uruguay.
La rottura dei negoziati tra i governi di Buenos Aires e Montevideo, che hanno
annunciato l’imminente ricorso al Tribunale Internazionale dell’Aja, ha fatto
da eco all’intransigenza delle imprese costruttrici, riluttanti nell’accordare
una sospensione dei lavori per un periodo di novanta giorni, utili per realizzare
uno studio indipendente sull’impatto ambientale cumulato.
Un nuovo rapporto stilato dalla Corporazione Finanziaria Internazionale (Ifc),
organo della Banca Mondiale, getta benzina sul fuoco lasciando, di fatto, la questione
ancora aperta. Nel frattempo, l’istituto bancario olandese ING Group, dichiarando
di appoggiare e sostenere “esclusivamente progetti gestiti secondo criteri di
responsabilità sociale e ambientale”, ha deciso di negare il finanziamento precedentemente
accordato alla multinazionale finlandese Botnia.
Scontro diplomatico. La soluzione sembrava a un passo. Il presidente uruguayano, Tabaré Vasquez,
aveva accettato l’avvio di negoziati col suo omologo argentino, Nestor Kirchner,
sulla scia di un accordo che avrebbe dovuto prevedere la rimozione dei blocchi
lungo le statali 135 e 136 da parte degli attivisti e la contemporanea sospensione
dei lavori di costruzione dei due impianti industriali.
Ma l’improvviso cambio di direzione di Botnia, che ha annunciato la sospensione
dei lavori solo per dieci giorni, e la conseguente ripresa dei blocchi stradali
hanno determinato la rottura dei negoziati tra i due Paesi. Jorge Busti, governatore
della provincia argentina di Entre Rios, ha criticato l’atteggiamento delle imprese:
“Il loro gesto è stato una presa in giro, dal momento che i promessi dieci giorni
di sospensione avrebbero coinciso con le festività pasquali. Dunque, i cantieri
sarebbero stati ugualmente chiusi”. Sferzanti commenti sul comportamento assunto
dall’esecutivo di Montevideo sono giunti dal ministro degli Interni argentino,
Anibal Fernandez: “Il presidente Kirchner dovrebbe discutere direttamente con
il presidente di Botnia .
E’ evidente l’impotenza del presidente Vasquez, che ha dimostrato di non poter
fare assolutamente nulla per dirimere la questione”. Dal canto suo il governo
uruguayano, pressato dalla protesta ambientalista e dagli onerosi, nonché vincolanti,
accordi commerciali stipulati con le multinazionali, non sembra essere disposto
ad alcuna concessione.
L’enorme valenza economica e occupazionale che le cartiere rappresentano – si
parla di un investimento di 1.800 milioni di dollari che dovrebbe consentire un
aumento del pil interno dell’1,5% e garantire occupazione a circa 8 mila persone
– spiega la fermezza delle posizioni uruguayane. “Non possiamo contravvenire ai
contratti perché sono il nostro biglietto da visita al mondo. Le imprese straniere
non verrebbero più a fare investimenti”, ha dichiarato il vice ministro per l’Ambiente
uruguayano, Jaime Igorra. Il presidente Vasquez, con maggior fermezza, ha promesso
che “le cartiere si costruiranno sicuramente e con la tecnologia precedentemente
stabilita dalle imprese”.
Denuncia reciproca. Dopo che il ministero delle Finanze uruguayano ha reso noto che i blocchi alle
vie di comunicazione hanno causato finora perdite per 450 milioni di dollari,
la ripresa dei presidi sulla sponda argentina del Rio Uruguay ha indotto il presidente
Vasquez a chiamare in causa il Tribunale Internazionale dell’Aja, per denunciare
violazioni al principio della libera circolazione di merci e persone. La decisione
è giunta dopo la presentazione di un’analoga istanza presso il Consiglio direttivo
del Mercosur (organismo sovranazionale, attualmente presieduto proprio dall’Argentina
e integrante le altre tre nazioni sud americane del blocco orientale, cioè Brasile,
Paraguay e Uruguay, oltre al Venezuela). Anche l’esecutivo di Buenos Aires ha
annunciato che ricorrerà alla corte di giustizia dell’Aja , spinto dall’impossibilità
d’instaurare un dialogo con le autorità uruguayane e con i vertici delle multinazionali
e incoraggiato dalle conclusioni dell’ultimo rapporto dell’Ifc che, pur definendo
“eccessive” le preoccupazioni di parte argentina, ha denunciato la mancanza di
attendibilità e completezza nelle informazioni fornite finora dalle imprese.
Da semplice protesta a “caso nazionale”. Il carattere pacifico e massiccio delle manifestazioni ambientaliste, che durano
ininterrottamente da gennaio, unito al forte appoggio degli attivisti di GreenPeace,
ha fatto sì che le rivendicazioni degli abitanti di Gualeguaychù e Colòn balzassero
all’attenzione dell’intero Paese. La domenica di Pasqua, Buenos Aires si è svegliata
ricoperta da cartelloni su cui campeggiavano le scritte “No a las papeleras, si
a la vida” e “Non lasciamo soli i fratelli di Entre Rios”. Allo stesso tempo,
vescovi e sacerdoti argentini e uruguayani si sono offerti di fare da mediatori
nel contenzioso tra i due governi e le imprese, ma da Montevideo sono giunte reazioni
di cauto scetticismo. Mentre gli ambientalisti si apprestano a organizzare campagne
di sensibilizzazione nelle principali città, i membri della Asamblea Ciudadana
de Gualeguaychù hanno annunciato, per il prossimo 30 aprile, un’imponente marcia
pacifica alla quale sono annunciate più di 50 mila persone.