19/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Tolto il coprifuoco in Burundi. Dopo 34 anni
“Finalmente possiamo goderci una Pasqua di pace. Era ora, dopo tanti anni di sofferenze”. Le parole riferite a PeaceReporter da Albert, un abitante del distretto di Bujumbura Rural, potrebbero essere sottoscritte da tutta la popolazione burundese. A quasi un anno dalla fine della transizione, i segni di un futuro di speranza non mancano.
 
Ragazzi di strada nella capitale BujumburaFine del coprifuoco. Il coprifuoco notturno, tolto dopo ben 34 anni, è solo il simbolo più eclatante dell’aria nuova che si respira in Burundi. Istituito nel 1972, a séguito degli scontri interetnici tra Hutu e Tutsi, e rafforzato dal 1993 dopo lo scoppio della guerra civile, il coprifuoco ha condizionato la vita dei Burundesi per troppo tempo. Dalla scorsa settimana, la gente è di nuovo libera di muoversi senza problemi anche di notte, una buona notizia che non tarderà ad avere effetti positivi soprattutto sul morale della popolazione, come testimonia lo stesso Albert: “Poter passeggiare di nuovo per le strade con mia moglie, incontrare i vicini… Sono piccole cose, ma quando sei in guerra sono quelle che ti mancano di più”. Il fatto che, già negli anni scorsi, il coprifuoco venisse spesso eluso dai frequentatori di bar e locali notturni non sminuisce il valore simbolico del provvedimento. “Eluderlo è una cosa, essere liberi di girare un’altra” puntualizza il nostro interlocutore. “Speriamo solo che stavolta sia quella buona, dopo tante sofferenze meritiamo un po’ di pace”.
 
Un ribelle delle FnlTrattative. Albert vive a Bujumbura Rural, l’unico dei venti distretti in cui del Paese dove ancora imperversa la guerra civile. Le Forces Nationales de Liberation sono infatti l’unico gruppo ribelle a non avere deposto le armi e a non aver partecipato al processo di transizione, che ha portato l’anno scorso alle prime elezioni del dopoguerra. Un dopoguerra che potrebbe diventare completo, visto che nei prossimi giorni è in programma un incontro tra le autorità burundesi e i vertici del gruppo ribelle, dopo che a marzo il leader delle Fnl, Agathon Rwasa, dichiarò la sua disponibilità a trattare col governo. A fare da mediatore sarà il presidente tanzaniano Jakaya Kikwete. Difficile aspettarsi risultati immediati, ma già il fatto che le Fnl abbiano riconosciuto di non poter raggiungere i propri obiettivi con la lotta armata è un buon risultato. Le autorità sono talmente fiduciose che stanno già approntando, assieme alla missione Onu nel Paese, dei campi di raccolta e disarmo per i guerriglieri.
 
Il presidente burundese Pierre NkurunzizaRicostruzione. Il nuovo presidente Pierre Nkurunziza guarda avanti, indipendentemente dall’esito dei colloqui: è stato infatti approvato un programma di ricostruzione, mirante a rimettere in sesto le infrastrutture e a far tornare a pieno regime la produzione agricola, grazie al ripristino di strade e canali di irrigazione. Il progetto, che riguarderà i distretti maggiormente colpiti dal conflitto, costerà poco più di 32 milioni di dollari, e sarà finanziato per metà dall’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio. In più, sono in corso colloqui con l’Onu per la creazione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione, incaricata di far luce sulle cause della guerra civile, e una Corte Speciale che dovrà giudicare i crimini contro l’umanità commessi dal 1962, l’anno dell’indipendenza, ad oggi. Entrambe opereranno secondo la legge locale.
 
Voglia di pace. Il buon lavoro fatto finora dalle nuove istituzioni si rispecchia nella fiducia nel futuro, chiaramente palpabile nella popolazione. Ancora molto resta da fare per lasciarsi alle spalle un conflitto che in tredici anni ha provocato più di 300 mila vittime, ma per la prima volta dal 1993 sembra che, finalmente, tutti i Burundesi stiano remando dalla stessa parte. La pace, ancora da raggiungere, non è mai stata così vicina. E sarebbe il primo, grande regalo di Nkurunziza al suo popolo. 

Matteo Fagotto

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