Un giornalista nepalese scrive da una prigione dove è stato portato nei giorni scorsi
Di Kanak Mani Dixit
Negli ultimi giorni
diversi attivisti, medici e giornalisti nepalesi sono stati arrestati dalla
polizia che cercava di fermare le manifestazioni contro il re Gyanendra. Tra
loro c’era anche il redattore Kanak Mani Dixit della rivista Himal, che ha
scritto questo articolo per il settimanale Nepali Times dalla caserma-prigione
di Duwakot, dov’è ancora imprigionato.

Imprigionato dal regime monarchico con decine di
manifestanti la scorsa settimana a Kathmandu per non aver volontariamente
rispettato il coprifuoco, ho avuto l’opportunità di vedere come una macchina di
stato militarizzata e autocratica possa calpestare alcuni dei membri più deboli
della società nepalese. E’ stata un’occasione per entrare nel ventre del mostro
che il governo può diventare. Ciò che abbiamo visto durante la nostra prigionia
è qualcosa che i privilegiati, con i loro contatti ai vertici o i loro soldi
per comprarsi un passaggio sicuro, raramente si preoccupano di guardare o
comprendere.
Vittime inermi. Ci
sono tre tipi di detenuti nella caserma della polizia di Duwakot adibita a
prigione fuori Kathmandu, capitale del Nepal. Gli attivisti per i diritti
umani, che sono in genere conosciuti, hanno poca paura di subire violenza una
volta catturati. Poi ci sono gli attivisti politici, giovani e anziani, che
ricevono una certa protezione per i loro legami con il partito.
Ma a Duwakot c’è anche un’intera categoria di veri
innocenti. La maggior parte giovani adulti e gli altri ancora ragazzi, tutti
immigrati che hanno lasciato le loro famiglie sulle colline remote e raccontano
di fare lavori umili. Rappresentano i poveri delle campagne, di tutte le etnie
e le caste, ma accomunati dall’impossibilità di influire in qualche modo sulla
struttura dello Stato. Questa incapacità di agire nella società va di pari
passo con la loro assoluta povertà.
Abusi senza
giustizia. Il trauma che questi ragazzi di Duwakot hanno affrontato e
stanno affrontando esiste a vari livelli. Inizia con la polizia che li insegue
per le strade, gli attacchi con i manganelli e i bastoni, gli insulti e
l’ammassamento nel retro delle camionette. Una volta arrivati nel centro di
detenzione, i servizi igienici non esistono. Questi giovani uomini poi vengono
trasportati da una prigione all’altra senza che nessuno spieghi loro cosa stia
succedendo. Vengono tenuti a digiuno per almeno un giorno e quando finalmente
portano loro da mangiare, il cibo è della qualità peggiore immaginabile. C’è il timore palpabile che le autorità,
bisognose di provare l’infiltrazione maoista nel movimento democratico, ti
dichiarino con un semplice segno su un foglio un insorto, distruggendo la tua
vita e le tue prospettive.
Chi lo dirà alla tua famiglia? Chi informerà il tuo datore
di lavoro? Dove sono un avvocato o un attivista che possano parlare per te? Chi
ti difenderà? Chi accuserà il regime di averti arrestato per sbaglio? Chi
reclamerà il tuo diritto a comparire davanti a un giudice? Chi chiederà il tuo
rilascio o un risarcimento?
Storie. Dambar
Nepali ha 14 anni e viene da Udayapur, sulle colline del Nepal orientale. Fa il
muratore ed è stato preso e picchiato dalla polizia mentre tornava a casa dal
lavoro. Ramesh Basnet, 23 anni, di Dhading, poco a ovest di Kathmandu, stava
tornando alla sua abitazione dalla stamperia in cui lavora. Ram Kumar Tamang
guida un pulmino, targa 4266, ed è stato fermato mentre attraversava una strada
durante il coprifuoco. Biraj Sharma, 18 anni, stava gironzolando davanti a un
negozio, in una zona senza limiti di coprifuoco. “I poliziotti si sono
comportati come degli indiavolati”, ricorda. “Hanno calciato la mia testa come
fosse un pallone di calcio”. Altri sono stati trascinati giù dall’autobus nella
stazione dove lavorano come addetti alle pulizie: Deruba Timilsina, 17 anni di
Hetada; Buddha Lama, 16 anni di Sindhupalchok; Ramesh Thapa Magar, 17 anni, e
Ram Lama, 20, di Chapagaon. In seguito li hanno portati via tutti da Duwakot verso
un posto sconosciuto.
Discriminazioni. I
detenuti delle caste più basse devono usare il bagno più lontano e possono
mangiare solo una poltiglia di riso. Il Comitato internazionale della croce
rossa deve intervenire per capire che fine faranno e dove si trovano. Alcuni
poliziotti possono anche essere delle brave persone, ma prendono ordini da uno
Stato insensibile guidato da un governante che ha dato più volte prova del suo
disprezzo per la popolazione del Nepal. Quando l’autocrazia e la
militarizzazione si uniscono al disprezzo, le persone senza diritti soffrono
cose mai viste e mai sentite. Questa è una ragione in più per tornare
velocemente alla democrazia, al pluralismo e alla pace.
Ramesh Basnet mi ha detto l’altro giorno, prima di essere
portato via: “Questo risulta essere oggi il Paese in cui sono nato. Amo il mio
Paese, ma odio il suo governo. Non ho lanciato alcuna pietra. Non ho bruciato
alcun pneumatico per protesta. Perché mi trovo qui e dove mi porteranno?”.