16/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



8 puntata: Khadigeh
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale. 
 
khadigheh nella sua casa8 puntata. È vecchia e stanca Khadigeh, ma non rassegnata, almeno non di quella rassegnazione sottomessa che spinge al silenzio. Ha la voce roca e un volto ossuto, scavato dagli anni. Il corpo è minuto, le mani ruvide e i lineamenti induriti, ma negli occhi si accende ancora una scintilla quando parla della sua terra lontana. Lontana nel tempo, ma così vicina geograficamente che, cinque anni fa, quando l’esercito israeliano si è ritirato dal Libano meridionale, lei e suo figlio sono andati al confine per guardarla, attraverso una rete. Così hanno fatto molti in quei mesi. dai campi profughi palestinesi di Sidone, di Tiro, di Beirut, di Tripoli e di Balbaak, nei quali vivono da decenni centinaia di rifugiati. Tutti si sono andati a riempire gli occhi di lacrime e di terra di Palestina. “Terra rossa di ulivi e agrumi”, dice Khadigeh, che non scorda quella notte del 1956, quando è scappata con la sua famiglia lasciandosi alle spalle la casa e i campi coltivati, cacciata da un’occupazione che l’ha resa profuga, aprendo una cicatrice che non si è più rimarginata. É cresciuta negli accampamenti, spostandosi progressivamente dal sud al nord del Libano, e vedendo periodicamente la sua casa distrutta, i campi smantellati, le terre bombardate. Ricorda il cambiamento delle abitazioni da tende a baracche in lamiera, fino alle case in muratura.
 
I nomi dei luoghi attraversati sono numerosi, comuni a molti della sua generazione: Burj Al Shamale, Rashidaye, Ein El Hawe, Tall El Zaatar e poi Sabra e Chatila. Qui si è trasferita con i sopravvissuti della sua famiglia dopo l’assedio che ha portato alla distruzione del campo di Tall El Zaatar, in quella che era chiamata la Collina del Timo, nella zona  orientale e a maggioranza cristiano maronita di Beirut. Era l’inizio della guerra civile. Dopo poco tempo la cosiddetta Green Line avrebbe diviso Beirut in due parti.
I genitori di Khadigeh hanno sperato fino all’ultimo di riprendere possesso della propria casa, abbandonata improvvisamente con le stoviglie sul tavolo, come per rientrarci dopo poco. É stato duro dover accettare che la fuga era diventata esilio, condizione permanente. Rimane la memoria dell’abbandono: della propria terra, della propria casa. Gli anziani ne tramandano il ricordo e i giovani si stringono attorno al mito: le chiavi di casa e i vecchi atti di proprietà conservati negli armadi rivendicano un dato inopinabile, quello dell’appartenenza e quello dell’inalienabile diritto al ritorno. Ho conosciuto Khadigeh Farhat un giorno che ero con Abu Maher nei corridoi del Gaza Hospital, dove lei abita con suo figlio. Salivamo di piano in piano, di scala in scala, dove io posizionavo l’occhio elettronico per registrarne i passaggi, le voci e i loro echi, i giochi dei bambini, affascinato dalla luce delle vecchie corsie d’ospedale. Corridoi scuri, attraversati da riflessi rarefatti che filtrano attraverso le porte. Eravamo al quarto piano quando Samir, figlio di Khadigeh e cliente della bottega di Abu Maher, ci invita ad entrare nella loro casa.
Un piccolo atrio si affaccia sul corridoio del piano. Khadigeh sorride, in piedi al centro della stanza, e fa cenno di accomodarci. Un letto singolo alle sue spalle, alla parete la bandiera della Palestina, una sura del Corano e la foto di un bambino.
 
Samir ha portato delle sedie di plastica sulle quali sediamo e così inizia il rituale delle presentazioni e dell’ospitalità. La casa è di due stanze, quella dove siamo e nella quale vivono e dormono tutti, e un’altra piccolissima, adibita a cucina.  Le pareti sono color ocra, verniciate di fresco. La mobilia povera ed essenziale comprende il letto, un tavolino basso e un armadio. Una tenda divide i due ambienti e sulla parete c’è un manifesto sul diritto al ritorno che riconosco, perché disegnato dal mio amico e collaboratore Abed Al Rahman.  È tutto ordinato e pulito. Lo dico a Khadigeh, che ne rimane contenta e inizia a raccontare come era il palazzo quando, nel 1987, lo hanno occupato. La fatica di rendere abitabile una stanza che non aveva neanche le pareti. Era finita la Guerra dei Campi e gli uomini di Amal - prima di ritirarsi dall’assedio di Chatila - hanno rubato dall’ospedale ogni sua attrezzatura, rompendo e bruciando tutto quello che non era possibile portar via. Amal aveva occupato gli ultimi piani dell’ospedale, facendone postazione di tiro sul campo. Durante l’invasione israeliana del 1982 e la successiva Guerra dei Campi, moltissime famiglie palestinesi avevano nuovamente perso la loro casa, distrutta dalle bombe israeliane o dai mortai delle milizie sciite libanesi. Solo il 15 percento delle abitazioni del campo di Chatila rimasero in piedi alla fine di quel periodo. Molti palestinesi avevano lasciato il campo e avevano occupato alberghi e palazzi abbandonati o in costruzione a Hamra, quartiere centrale di Beirut ovest. Dopo il ritiro delle truppe di Amal, gli sfollati da Chatila iniziarono a farvi ritorno, trovando cumuli di macerie al posto delle loro abitazioni, molte delle quali erano state costruite immediatamente all’esterno di quel chilometro quadrato che delimita i confini ufficiali del campo stabiliti dall’Unrwa e riconosciuti dal governo libanese. Arrivò subito il divieto di ricostruzione all’esterno di quell’area e la gente, con l’aiuto di alcune organizzazioni locali, si organizzò per trovare quella che doveva essere l’ennesima soluzione abitativa provvisoria: l’occupazione del loro ospedale messo in disuso dalla guerra: il Gaza Hospital.

Khadigeh è seduta sul letto. Di fronte a lei registro parole dolorose che scaturiscono dai suoi ricordi. Abu Maher mi è accanto, traduce a stento, mentre l’amarezza della disillusione non ha bisogno di alcun interprete. 
 “Vivevamo nel campo di Chatila, avevamo una casa di cinque stanze che nella Guerra dei Campi è stata bruciata da quelli di Amal. Siamo scappati coi soli vestiti che avevamo addosso, abbiamo vissuto in un rifugio per cinque mesi con una creatura nata da poco”, racconta Khadigeh, “questo era un ospedale. Quando siamo arrivati abbiamo pulito e sistemato tutto e adesso viviamo qua. Come avete visto portiamo l’acqua da fuori, non c’è acqua potabile e prima non c’era neanche l’elettricità. Non toglievano neanche la spazzatura. Potrebbero sfrattarci da un momento all’altro e Dio solo sa dove ci buttano”.
Il sibilo del motorino di una pompa dell’acqua entra dalla finestra e riempie il silenzio che segue le sue parole, rumore di fondo costante nei campi palestinesi dove anche l’acqua corrente – ma non potabile - è stata una conquista. La narrazione diventa più confidenziale, Khadigeh si rivolge ad Abu Maher e il rancore dell’impotenza non si cela nella voce. “Noi in Palestina abbiamo le nostre case e i nostri terreni, mentre qui, per noi, non c’è nulla. Quella specie di case che avevamo ce le hanno bruciate. Credete che siamo contenti di stare qua? Io no, di vivere in queste condizioni; quanto dovremo sopportare ancora?”, domanda Khadigeh. “Sono uscita dalla Palestina nel 1956, quanto mi resta ancora da vivere? Da qui potrebbero cacciarci da un momento all’altro, ho smesso di chiedermi se un giorno tornerò”.
 
“Dove andresti se potessi andar via di qua, torneresti in Palestina?”, le domanda Abu Maher. “In Palestina dove? – incalza lei -  Non ho più niente la, la stanno distruggendo giorno dopo giorno…dove potremo tornare?! Quanti anni sono passati?”. Cercando di ricordare da quanti anni è stata cacciata da casa, Khadigeh guarda verso la parete, alza il braccio e si rivolge a me, indicando il poster di Abed, che ha disegnato al centro la chiave di una porta. “Da quanti anni siamo andati via… guarda là! In queste condizioni oggi è sempre meglio di domani”. Si è fatto tardi, finiamo di sorseggiare il tè e Khadigeh ripone il vassoio nella cucina semibuia, illuminata da un unico neon. Siamo di nuovo in corridoio e poi nelle scale del Gaza Building. E’ ormai sera e, con Abu Maher, scendiamo da lui per mangiare qualcosa con la sua famiglia. L’aria è fresca, una musica ovattata arriva da una delle tante finestre dell’ospedale che si affacciano nel cortile, dove ora sediamo. Sono pensieroso e Abu Maher se ne accorge, lascia il tempo al silenzio.
“Vedi, la nostra speranza è quella di tornare nella terra dalla quale siamo stati dispersi dopo il 1948: è un diritto sacro per tutto il popolo palestinese – dice Abu Maher - non si può permettere a nessuno di metterlo in discussione. Ogni palestinese ha il diritto al ritorno nella terra dalla quale ci hanno cacciato, e noi continueremo a lottare per ottenerlo”.
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Libano
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