Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna
Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale
dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un
luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno
segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura
che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata
da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione
israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500
persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo
profughi sviluppato in verticale.
8 puntata. È vecchia e
stanca Khadigeh, ma non rassegnata, almeno non di quella rassegnazione
sottomessa che spinge al silenzio. Ha la voce roca e un volto ossuto, scavato
dagli anni. Il corpo è minuto, le mani ruvide e i lineamenti induriti, ma negli
occhi si accende ancora una scintilla quando parla della sua terra lontana. Lontana
nel tempo, ma così vicina
geograficamente che, cinque anni fa, quando l’esercito israeliano si è ritirato
dal Libano meridionale, lei e suo figlio sono andati al confine per guardarla,
attraverso una rete. Così hanno fatto molti in quei mesi. dai campi profughi
palestinesi di Sidone, di Tiro, di Beirut, di Tripoli e di Balbaak, nei quali
vivono da decenni centinaia di rifugiati. Tutti si sono andati a riempire gli
occhi
di lacrime e di terra di Palestina. “Terra
rossa di ulivi e agrumi”, dice Khadigeh, che non scorda quella notte del
1956, quando è scappata con la sua famiglia lasciandosi alle spalle la casa e
i
campi coltivati, cacciata da un’occupazione che l’ha resa profuga, aprendo una
cicatrice che non si è più rimarginata. É cresciuta negli accampamenti,
spostandosi progressivamente dal sud al nord del Libano, e vedendo
periodicamente la sua casa distrutta, i campi smantellati, le terre bombardate.
Ricorda il cambiamento delle abitazioni da tende a baracche in lamiera, fino
alle case in muratura.
I nomi dei luoghi attraversati sono
numerosi, comuni a molti della sua generazione: Burj Al Shamale, Rashidaye, Ein
El Hawe, Tall El Zaatar e poi Sabra e Chatila. Qui si è trasferita con i
sopravvissuti della sua famiglia dopo l’assedio che ha portato alla distruzione
del campo di Tall El Zaatar, in quella che era chiamata la Collina del Timo,
nella zona orientale e a maggioranza cristiano
maronita di Beirut. Era l’inizio della guerra civile. Dopo poco tempo la
cosiddetta Green Line avrebbe diviso Beirut in due parti.
I genitori di Khadigeh hanno sperato fino all’ultimo di
riprendere possesso della propria casa, abbandonata improvvisamente con le
stoviglie sul tavolo, come per rientrarci dopo poco. É stato duro dover
accettare che la fuga era diventata esilio, condizione permanente. Rimane la
memoria dell’abbandono: della propria terra, della propria casa. Gli anziani ne
tramandano il ricordo e i giovani si stringono attorno al mito: le chiavi di
casa e i vecchi atti di proprietà conservati negli armadi rivendicano un dato
inopinabile, quello dell’appartenenza e quello dell’inalienabile diritto al
ritorno. Ho conosciuto Khadigeh Farhat un giorno che ero con Abu
Maher nei corridoi del Gaza Hospital, dove lei abita con suo figlio. Salivamo
di piano in piano, di scala in scala, dove io posizionavo l’occhio elettronico
per registrarne i passaggi, le voci e i loro echi, i giochi dei bambini,
affascinato dalla luce delle vecchie corsie d’ospedale. Corridoi scuri,
attraversati da riflessi rarefatti che filtrano attraverso le porte. Eravamo al
quarto piano quando Samir, figlio di Khadigeh e cliente della bottega di Abu
Maher, ci invita ad entrare nella loro casa.
Un piccolo atrio si affaccia sul corridoio del piano.
Khadigeh sorride, in piedi al centro della stanza, e fa cenno di accomodarci.
Un letto singolo alle sue spalle, alla parete la bandiera della Palestina, una
sura
del Corano e la foto di un bambino.
Samir ha portato delle sedie di plastica sulle quali
sediamo e così inizia il rituale delle presentazioni e dell’ospitalità. La casa
è di due stanze, quella dove siamo e nella quale vivono e dormono tutti, e
un’altra piccolissima, adibita a cucina. Le pareti sono color ocra, verniciate
di fresco. La mobilia povera ed essenziale comprende il letto, un tavolino
basso e un armadio. Una tenda divide i due ambienti e sulla parete c’è un
manifesto sul diritto al ritorno che riconosco, perché disegnato dal mio amico
e collaboratore Abed Al Rahman. È tutto
ordinato e pulito. Lo dico a Khadigeh, che ne rimane contenta e inizia a
raccontare come era il palazzo quando, nel 1987, lo hanno occupato. La fatica
di rendere abitabile una stanza che non aveva neanche le pareti. Era finita la
Guerra
dei Campi e gli uomini di Amal - prima di ritirarsi dall’assedio di Chatila -
hanno rubato dall’ospedale ogni sua attrezzatura, rompendo e bruciando tutto
quello che non era possibile portar via. Amal aveva occupato gli ultimi piani
dell’ospedale, facendone postazione di tiro sul campo. Durante l’invasione
israeliana del 1982 e la successiva Guerra dei Campi, moltissime famiglie
palestinesi avevano nuovamente perso la loro casa, distrutta dalle bombe
israeliane o dai mortai delle milizie sciite libanesi. Solo il 15 percento
delle abitazioni del campo di Chatila rimasero in piedi alla fine di quel
periodo. Molti palestinesi avevano lasciato il campo e avevano occupato
alberghi e palazzi abbandonati o in costruzione a Hamra, quartiere centrale di
Beirut ovest. Dopo il ritiro delle truppe di Amal, gli sfollati da
Chatila iniziarono a farvi ritorno, trovando cumuli di macerie al posto delle
loro abitazioni, molte delle quali erano state costruite immediatamente
all’esterno di quel chilometro quadrato che delimita i confini ufficiali del
campo stabiliti dall’Unrwa e riconosciuti dal governo libanese. Arrivò subito
il divieto di ricostruzione all’esterno di quell’area e la gente, con l’aiuto
di alcune organizzazioni locali, si organizzò per trovare quella che doveva
essere l’ennesima soluzione abitativa provvisoria: l’occupazione del loro
ospedale messo in disuso dalla guerra: il Gaza Hospital.
Khadigeh è seduta sul letto. Di
fronte a lei registro parole dolorose che scaturiscono dai suoi ricordi. Abu
Maher mi è accanto, traduce a stento, mentre l’amarezza della disillusione non
ha bisogno di alcun interprete.
“Vivevamo nel
campo di Chatila, avevamo una casa di cinque stanze che nella Guerra dei Campi
è stata bruciata da quelli di Amal. Siamo scappati coi soli vestiti che avevamo
addosso, abbiamo vissuto in un rifugio per cinque mesi con una creatura nata da
poco”, racconta Khadigeh, “questo era un ospedale. Quando siamo arrivati
abbiamo pulito e sistemato tutto e adesso viviamo qua. Come avete visto portiamo
l’acqua da fuori, non c’è acqua potabile e prima non c’era neanche
l’elettricità. Non toglievano neanche la spazzatura. Potrebbero sfrattarci da
un momento all’altro e Dio solo sa dove ci buttano”.
Il sibilo del motorino di una pompa dell’acqua entra dalla
finestra e riempie il silenzio che segue le sue parole, rumore di fondo
costante nei campi palestinesi dove anche l’acqua corrente – ma non potabile -
è stata una conquista. La narrazione diventa più confidenziale, Khadigeh si rivolge
ad Abu Maher e il rancore dell’impotenza non si cela nella voce. “Noi in Palestina
abbiamo
le nostre case e i nostri terreni, mentre qui, per noi, non c’è nulla. Quella
specie di case che avevamo ce le hanno bruciate. Credete che siamo contenti di
stare qua? Io no, di vivere in queste condizioni; quanto
dovremo sopportare ancora?”, domanda Khadigeh. “Sono uscita dalla Palestina nel
1956, quanto mi resta ancora da
vivere? Da qui potrebbero cacciarci da un momento
all’altro, ho smesso di chiedermi se un giorno tornerò”.
“Dove andresti se potessi andar
via di qua, torneresti in Palestina?”, le domanda Abu Maher. “In
Palestina dove? – incalza lei - Non ho più niente la, la stanno
distruggendo
giorno dopo giorno…dove potremo tornare?! Quanti anni sono passati?”.
Cercando di ricordare da quanti anni è stata cacciata da
casa, Khadigeh guarda verso la parete, alza il braccio e si rivolge a
me,
indicando il poster di Abed, che ha disegnato al centro la chiave di
una porta.
“Da quanti anni siamo andati via…
guarda là! In queste condizioni oggi è sempre meglio di domani”. Si è
fatto tardi, finiamo di sorseggiare il tè e Khadigeh
ripone il vassoio nella cucina semibuia, illuminata da un unico neon.
Siamo di
nuovo in corridoio e poi nelle scale del Gaza Building. E’ ormai sera
e, con
Abu Maher, scendiamo da lui per mangiare qualcosa con la sua famiglia.
L’aria è
fresca, una musica ovattata arriva da una delle tante finestre
dell’ospedale
che si affacciano nel cortile, dove ora sediamo. Sono pensieroso e Abu
Maher se
ne accorge, lascia il tempo al silenzio.
“Vedi, la nostra speranza è quella di tornare nella terra dalla quale
siamo stati dispersi dopo il 1948: è un diritto sacro per tutto il popolo
palestinese – dice Abu Maher - non si può permettere a nessuno di metterlo in
discussione. Ogni palestinese ha il diritto al ritorno nella terra dalla quale
ci hanno cacciato, e noi continueremo a lottare per ottenerlo”.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc