Vista da dentro, la famigerata scuola coranica di Karachi non sembra affatto un vivaio di terroristi
Scritto per noi da
Abu Uzair Hazarvi e
Ibrahim Khan

In una delle aule della
madrasa Binori, il tredicenne Mehboob
Illahi è impegnato a imparare a memoria il Sacro Corano. Indossa uno
shalwar
kameez e un
kufi, uno zuccotto bianco, in testa.
Mehboob è arrivato qui dagli Stati Uniti un anno fa e gli
manca ancora un anno per rendere il diploma di Hafiz-e-Quran (titolo che
distingue chi ha sa l’intero Corano a memoria). Suo padre, originario del
Pakistan, tassista ad Atlanta, aveva deciso che suo figlio doveva portare a
termine questo compito prima di finire andare alle superiori, in America.
“Andavo a scuola ad Atlanta prima di venire qui – dice Mehboob – e quando
tornerò, mi iscriverò di nuovo. L’educazione religiosa è prioritaria: non
m’importa di cominciare la scuola in ritardo, perché per un musulmano, come
dice mio padre, conoscere la religione è la cosa più importante. Io amo
l’America perché sono americano e amo il Pakistan perché i miei genitori sono
nati qui e io imparo qui il Corano e la religione”. Ma poi aggiunge che con i
suoi compagni di scuola, negli Stati Uniti, non si sentiva a suo agio dopo l’11
settembre. “I miei amici non musulmani si prendevano gioco di me tutto il tempo
dicendomi di essere un piccolo Osama bin Laden”.
Mustafa da Londra, sconvolto dagli attentati del 7
luglio. Il compagno di classe di Mehboob, Mustafa Abdul Ali, molto più alto
nonostante sia più grande solo di un anno, è nato a Londra e suo padre emigrò
nel Regno Unito dall’Africa orientale. Mustafa arrivò alla madrasa Binori 1°
luglio 2005, appena una settimana prima degli attentati di Londra.
“Avevo appena iniziato il corso per imparare a memoria il
Corano quando ho saputo degli attentati a Londra,” racconta. “Rimasi sconvolto
ed ero preoccupato per la mia famiglia e per i miei amici.”
Anche Mustafa ha dato priorità all’educazione religiosa,
prima di tutto. “I miei genitori mi hanno detto che conoscere la mia religione
e imparare il Corano è il dovere di ogni buon musulmano, ecco perché mi hanno
mandato qui”, spiega. “Sono felice di esserci venuto qui: è un buon posto per
vivere e per imparare l’Islam”.
Rabìa dagli Usa: “Qui non ci sono terroristi”. Alla
scuola coranica Binori vivono e studiano 4 mila ragazzi e 600 ragazze. Esse
stanno nel
bannat, la sezione femminile. Qui nessun uomo può entrare,
nemmeno al Mufti Muhammad Naeem, il rettore. Anche il personale della cucina è
solo femminile. Si può parlare con le ragazze, ma solo attraverso un citofono.
Rabìa viene da New York, è una delle 100 studentesse
straniere. “All’inizio, appena arrivata qui, tre anni fa, ero spaventata”,
racconta, “ma dopo aver osservato la realtà con i miei occhi, mi sono sentita
subito a mio agio. Qui è proprio come a casa per me, adesso. Il mio obiettivo
è
acquisire un’educazione islamica in un’istituzione religiosa di qualità. Sono
nata negli Usa ma i miei genitori vengono dal Pakistan,” spiega. “Abbiamo dei
parenti qui, e mio padre sa molto bene che questa istituzione è l’unica in cui
avrei potuto imparare l’Islam in tutta sicurezza. Aveva ragione. Mi sento molto
a mio agio qui. Non ho visto molto al di fuori di qui, ma ho vissuto qui gli
ultimi tre anni e sento che non c’è alcun pericolo. È come un bacino di pace
dove la gente ama molto la propria religione”.
Rabìa non concorda con quanti considerano questa madrasa
come un vivaio per i terroristi. “Io sono una studentessa di questa madrasa e
metterei la mano sul fuoco nel dire che l’unico fine di questa scuola è
trasmettere l’educazione islamica alle giovani generazioni”.
E aggiunge, in tono confidenziale: “I miei genitori non avrebbero mai speso
centinaia di migliaia di rupie per mandarmi in un vivaio per terroristi”.
Il rettore: “Niente a che fare con la jihad”. Oggi la
madrasa Binori conta venti edifici disseminati su 12 acri di terra, con un
campus dotato di appartamenti in cui gli studenti vivono, da soli o con la
propria famiglia”, spiega Mufti Muhammad Naeem, rettore della madrasa Binori.
“Tutti i nostri studenti hanno l’agevolazione dell’istruzione gratuita, più
vitto e alloggio spesati”, dice tenendo sott’occhio dalla sua scrivania i
monitor che sorvegliano tutti i locali della madrasa. “Controllo personalmente
ogni movimento all’interno della nostra università perché sia mantenuto il
decoro e la santità della nostra istituzione. A nessuno studente è permesso di
fare alcunché che non sia in rapporto con la nostra atmosfera educativa e chi
infrange le regole viene espulso,” spiega Mufti Naeem. Il rettore, ben sapendo
quali voci girano sulla madrasa Binori, vuole mettere in chiaro alcune cose:
“Non sono un seguace della jihad e non ho alcun legame con i partiti
integralisti pachistani. Non sono mai stato in Afghanistan né in Kashmir. La
mia missione è esclusivamente quella di impartire un’educazione islamica di qualità
alle
nuove generazioni. Sono un rigido oppositore di tutte le attività interne alla
mia madrasa che esulano dal contesto educativo.”
La questione degli studenti stranieri. Poi Mufti
Naeem parla della questione degli studenti stranieri, di cui il presidnete
Musharraf ha chiesto l’espulsione su richiesta dei governi occidentali dopo gli
attentati di Londra, preoccupati che la Binori e le altre madrase pachistane
fungano da centro di indottrinamento e reclutamento del terrorismo islamico
internazionale.
“Attualmente alla madrasa Binori studiano 500 ragazzi
stranieri, 400 maschi e 100 femmine. Si tratta di figli di ricchi emigrati, ragazzi
di ottima famiglia che hanno già ricevuto un’educazione secolare nei loro paesi
di provenienza. Provengono da 29 diversi paesi stranierei”, spiega il rettore,
sottolineando che ben 60 vengono dagli Stati Uniti. “Gli anni passati la
maggioranza proveniva dalla Gran Bretagna – dice il rettore – ma dopo gli
attentati del 7 luglio 2005 il loro numero è scemato. Nessuno dei nostri
studenti stranieri, né qui alla Binori né negli altri seminari pachistani da
noi gestiti, ha trascorsi criminali di alcun genere. Lo sanno anche i nostri
politici, tutti favorevoli a consentire ai nostri studenti stranieri di restare
in Pakistan per completare la loro educazione religiosa. C’è solo un uomo che
continua a far baccano su questa faccenda”, dice Mufti Naeem senza fare il nome
del presidente pachistano.
Sobia dagli Usa: “Spero di poter finire gli studi”. Tra gli studenti stranieri della madrasa Binori il timore di essere
espulsi e di non poter finire gli studi è assai diffuso. Sobia è una ragazza
americana di origine pachistana arrivata alla scuola coranica di Karachi più di
tre anni fa. “Mi manca poco più di un anno per terminare l’
Aalima
(l’equivalente della laurea di secondo grado, ndr): prego tutti i giorni
affinché io riesca a completare i miei studi. Si dicono tante cose brutte su
questa madrasa, ma finora tutti i giornalisti e i diplomatici che l’hanno
visitata non hanno mai trovato alcuna attività legata alla jihad o al
terrorismo. Qui si viene solo per ricevere la vera educazione islamica, nel suo
significato più vero”.