14/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le proteste dei latinos sono solo una parte del problema
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Il problema dell’uguaglianza esiste eccome, nonostante sia scomparso dal lessico della politica, e si fa sempre più pressante. Manifestazioni oceaniche di immigrati e simpatizzanti sfilano per le cittò statunitensi, come venute dal nulla; a ripetizione, settimana dopo settimana. Chiedono l’amnistia, chiedono una via sicura verso la legalità per i 12 milioni di immigrati illegali; dinanzi al tentativo maldestro del Congresso di far saltare lo status quo di una illegalità tollerata in funzione dei bisogni delle imprese.
 
Non è dal nulla che giungono, ma nessuno ha voluto fare attenzione. Infatti queste masse di persone sono state evocate per disattenzione, evocate perché il Congresso si è messo a dibattere una riforma dell’immigrazione facendo solo i conti con una parte della realtà americana; quella infastidita dalla massiccia presenza immigratoria. Tra gli organizzatori del movimento degli immigrati latini troviamo entità discordi: la Chiesa cattolica, dai preti alle gerarchie, che vanno a caccia di base sociale tra i cattolici latinoamericani, ancora devoti, pur avendo parteggiato per Bush e i repubblicani nelle ultime elezioni; i sindacati, che da anni hanno smesso di osteggiare la nuova forza lavoro e vogliono legalizzare per sindacalizzare, la Camera di commercio americana, e i capitalisti in generale, che vogliono continuare ad accedere a manodopera facilmente sfruttabile senza oneri legali (e dunque sono contenti dello status quo, ma non dell’inasprimento del regime migratorio promesso dalla Camera del Congresso americano).
 
Per ora il movimento è minimalista; difende il diritto degli immigrati a esistere fisicamente sul territorio; chiede legalizzazione e amnistia. Ma il movimento è anche radicale, perché teorizza la formula “produco dunque sono cittadino”, ponendo i processi economici alla base della definizione della personalità legale. Per ora la richiesta è di abrogare la legge passata alla Camera, che trasformerebbe la permanenza senza carte da illegalità in criminalità. Il Senato ha provato a cercare una soluzione, che portasse da un lato alla legalizzazioni di milioni di guest workers (immigrati a tempo determinato) e per molti altri verso una legalizzazione e verso un percorso di cittadinanza, ma con oneri finanziari per molti proibitivi. Il tentativo del Senato, che comunque sarebbe da collimare con la legge della Camera, è naufragato su due scogli contrapposti, pur essendo sostenuto da George Bush: non soddisfa i bisogni reali della crescente popolazione latina, e non soddisfa il sentimento anti-latino che cresce e ribolle nel cuore di una certa America.
 
Molti immigrati illegali sono parte di famiglie in cui alcuni membri sono legali o hanno la cittadinanza americana (spesso i figli, ma non solo): l’idea che il guestworker program sia agibile per loro è assurda. Il Senato in fretta e furia ha cercato di smussare con la sua proposta le assurdità della legge della Camera, temendo non solo gli irregolari in piazza ma le loro famiglie che già votano. Il blocco di voti ispanico continua a crescere; ed è una follia per molti senatori essere completamente insensibili alle istanze latine.
 
Per ora il partito repubblicano si spacca tra la destra nazionalista e i capitalisti, che sono a favore di sempre più manodopera a basso prezzo con cui tenere i salari fermi. Il risentimento verso i latini ha due elementi non sempre coerenti: da un lato la questione della differenza culturale che ogni migrazione pone a tutti e di difficile risoluzione; dall’altro la tensione in termini di potere sociale. Sfruttamento, spiazzamento, mutue opportunità si intrecciano.
 
Il grande problema che ritorna è l’uguaglianza, o meglio, la lancinante mancanza di uguaglianza, il moltiplicarsi dei livelli di cittadinanza. L’aumento della disuguaglianza non pone i molti contro i pochi, ma piuttosto, allungando le distanze sociali, produce una varietà di esperienze contigue, interagenti, ma che sfuggono le une alle altre.
 
Troppa poca uguaglianza, o meglio ovunque diseguaglianze che crescono, che montano, e che sono al cuore degli attuali cicli di accumulazione. Equipariamo uomini e donne, gay ed eterosessuali. Pari opportunità all’interno di categorie ‘essenzialiste’ è nell’orizzonte dell’egalitarismo liberale. Ma chi è disposto a lavorare per ridurre le distanze su dimensioni di classe, del mercato del lavoro, dell’accesso ai saperi e agli averi?
 
Milioni di persone si sono riversate nelle strade d’America. Costruiscono le case, lavano i panni, badano ai bambini. Il Congresso repubblicano stava votando una legge assurda, la criminalizzazione degli illegali e degli irregolari e di chiunque li assiste (assistenti sociali, imprenditori, famigliari). Ma la realtà è che sono trent’anni che questo Paese procede lungo una doppia china: trattati commerciali con il Centro America che impoveriscono i meno abbienti in quei paesi, generando manodopera in movimento, e un mercato del lavoro interno basato sulla logica della competizione salariale verso il basso. Cresce la rabbia contro gli immigrati, ma cresce anche la dipendenza su di essi. Chi arriva oggi comprime il salario di chi è arrivato dieci anni fa. Il paese si stratifica ulteriormente,e la stratificazione diviene essa stessa un obiettivo sempre più esplicito.
 
La Camera di commercio americana non vuole restrizioni all’immigrazione: per tenere bassi i salari. Gli immigrati non vogliono restrizioni per uscire dal degrado. Finora questa dinamica ha tenuto; ma ora i numeri sono troppo grandi e l’economia (quella vera) è difficile. Chi si serve del lavoro immigrato inoltre incomicia a dover pagare tasse per la sanità d’emergenza e per l’istruzione dei figli degli immigrati. C’è chi vuole l’immigrato in fabbrica ma non altrove: pura merce. Ma se nel capitalismo accademico la merce lavoro è solo tale, nei fatti l’uomo si rifiuta sempre di essere solo oggetto delle intenzioni e delle pulsioni altrui.
 
I milioni di poveri e meno poveri che immigrando lavorano e servono le borghesie non sono scesi in piazza per il salario, ma per mantenere lo status quo che è durato sino ad’ora; quella illegalità che permette almeno di andare all’ospedale di carità per il pronto soccorso e che permette almeno di mettere del pane sotto ai denti e i figli senza documenti in una qualche scuola (anche se fallimentare, sempre meglio che la strada).
 
Ma la situazione è tesa. Un mio caro amico, non di sinistra, mi ha appena detto: se ci colpisce un altro uragano scoppia una rivolta sociale. Gli afro-americani del Delta del Mississippi, i minatori della West Virginia, i migrantes a cui si sputa addosso mentre ci si guadagna sopra; piccoli squarci su tutta questa America che i media di solito non vedono.
 
I Democratici gracchiano, ma anche qui sono in ritardo. Come il centro-sinistra in Italia, tremano, si accodano e a volte si ribellano dinanzi agli strappi istituzionali; ma ancora quel partito evita come la peste la Questione Sociale. In che direzione dunque andrà la rivolta sociale? Per ora lo status quo sta franando, in una cascata bieca e gretta.  Le domande dei protestanti sono di accedere al mainstream, non di sovvertire la Patria. Ma non tutti quelli che si oppongono ai latinos stanno bene. Continua, come con Le Pen in Francia, ad esserci una working class bianca, punita dalla globalizzazione e che vede erodere la sua posizione sociale e culturale e reagisce rabidamente. Molti afro-americani si sentono a rischio di sorpasso, e di irrilevanza; popolando ancora i bassi gironi del Purgatorio americano. Per ora la crescente disuguaglianza economica, fortemente incentrata nel processo di produzione ed accumulazione sia locale che regionale e globale, fraziona i deboli e li mette gli uni contro agli altri; tuttavia l’elite e la classe media non possono cantar vittoria, perché i processi attuali stanno rendendo le basi sociali del regime al potere assai più friabili.
 
Dopotutto la coalizione repubblicana sta auto-implodendo. I fautori del capitale senza limiti sono in tensione con gli etno-nazionalisti; anche le loro logiche imperiali sono in tensione.
 
La dottrina del free trade, il “libero commercio” sempre e comunque, traballa, i politici ormai vanno dietro ai risentimenti, con risoluzioni demagogiche e vuote di approdi; ma prima o poi bisognerà mettere mano ai portafogli e diffondere più ampiamente diritti, sapere e avere. O ci attende una ulteriore regressione della società americana. Le persone, oltre alle libertà e alla legalità hanno bisogno di esistere; di arrivare alla fine del mese, di sperare che vi è di meglio per i propri figli, se questi provano e si applicano, e di avere una certa dose di autostima, di sicurezza per la propria identità.
 
Ai giovani che manifestano in Francia i benpensanti non sanno che dire, se non che bisogna essere più come l’America; che questo è il mondo, che la globalizzazione chiede più lacrime e non meno; che saremo tutti felici una volta privatizzato tutto, deregolamentato tutto, flessibilizzato tutto. Ma a pensarci bene anche in America le piazze si stanno riempendo a ripetizione, sulla questione del lavoro, dell’organizzazione dell’esclusione/inclusione. All’immensità dei manifestanti di Chicago e Los Angeles, Phoenix, Washington, Austin e altrove, l’unica reazione è stata uno sbigottimento generale, che continua. Tre mesi fa si facevano le lezioni ai francesi, ma oggi chi vuole fare come in America?
Categoria: Migranti, Politica
Luogo: Stati Uniti