L'Etiopia apre il dialogo con l'Eritrea sulla questione della città contesa di Badme
Scritto per noi da
Emilio Manfredi
Addis Abeba - Nei giorni scorsi la coalizione del Primo Ministro Meles Zenawi ha posto l’approvazione
di un testo in 5 punti che accetta in “linea di principio” di discutere pacificamente
questa linea di confine tra Eritrea ed Etiopia.
Zenawi, di ritorno da una serie di incontri con alcuni capi di Stato europei,
ha ribadito ieri nel suo discorso introduttivo quanto aveva già detto prima di
partire per la Germania, un paio di settimane fa: “Il confine tra Etiopia ed Eritrea
sarà definito pacificamente, sulla base di una trattativa fondata sul concetto
di dare ed avere. Sarà così anche se riteniamo iniqua la demarcazione territoriale
decisa nel 2003 dalla Commissione Speciale Internazionale”.
“Non è possibile, sono morte decine di migliaia di persone per Badme, come si
può dire questo?”, dice concitato Tadese. Di mestiere fa il taxista, e, come tutti
gli etiopi, ieri mattina non ha perso una parola del dibattito parlamentare in
corso qui nella capitale, Addis Ababa.
La città si è svegliata presto, come d’abitudine in Africa, e da subito la gente
si è attaccata a radio e televisioni per seguire la diretta dal Parlamento.
Mentre ancora ci si interrogava sugli esiti del viaggio del Primo Ministro etiope
in Italia, ecco che si ritorna a parlare di pace, ma anche di guerra, qui nel
Corno d’Africa.
Ritorna così all’ordine del giorno la spinosa ed insoluta questione della guerra
che ha insanguinato Etiopia ed Eritrea tra il 1998 ed il 2000.
Il conflitto si è concluso in quell’anno con un accordo, siglato ad Algeri, che
ha però lasciato aperto il contenzioso più complesso: la definizione della linea
di confine tra i due Paesi.
Un confine lungo più di 900 chilometri, una terra poco abitata, senza risorse
naturali, difficilissima da coltivare, considerata uno dei luoghi meno ospitali
al mondo.
Al centro di quest’area, e del contendere, si trova il polveroso villaggio di
Badme, circa 5000 abitanti, attualmente sotto amministrazione etiope ma rivendicato
dall’Eritrea.
Un villaggio in cui una volta vivevano anche un migliaio di eritrei, ora rifugiati
in un campo profughi non lontano. Un’area povera ed arida che è stata teatro di
una battaglia campale e di trincea estenuante, costata molte migliaia di morti,
da entrambe le parti.
“Conosco bene quella zona, ero militare da quelle parti molti anni fa”, insiste
Tadese, “so che non ha valore strategico, è vero, non c’è nulla nella zona di
Badme. È semidisabitata, ma si tratta pur sempre della nostra ennat agr, la nostra madre terra, la nostra patria, capisci?”
Forse nessuno saprà esattamente se Badme, la sua polvere, i suoi sassi e i suoi
abitanti siano etiopi o eritrei. La linea di frontiera e' discussa sin dagli inizi
del secolo e dagli accordi tra l'imperatore etiope e i colonizzatori italiani.
Ma in Parlamento il dibattito è stato molto animato, agitando tutti coloro che
lo hanno seguito.
A Meles Zenawi ha risposto Beyene Petros, a nome dell’alleanza delle forze di
opposizione.
Petros è un medico, molto noto tra la gente comune.
“Suo fratello è un eroe nazionale, era un vero patriota. Era pilota militare
ed è morto combattendo contro l’Eritrea”, dice Elfe, una negoziante, senza staccare
gli occhi dal televisore.
Petros ha sostenuto la posizione contraria a questa risoluzione, poiché molte
decine migliaia di giovani etiopi hanno perso la vita nella guerra del 1998-2000,
per difendere i confini del Paese.
“Questo accordo non ha alcun senso, deve essere il popolo etiope a decidere direttamente
ciò che vuole - ha sostenuto Petros nel suo discorso in parlamento- in particolare
è la gente che vive nell’area di Badme a doversi esprimere e a decidere se vuole
continuare a fare parte del nostro Paese, o passare sotto amministrazione eritrea."

Ad ogni modo, la posizione del Governo etiope non è cambiata. La votazione ha
visto una netta maggioranza approvare la mozione di Meles Zenawi.
Ma tra la gente, qui ad Addis, si ha la sensazione che la posizione del Governo
non sia molto condivisa.
Si discute animatamente, nei bar, alle fermate degli autobus, quando si incontra
qualche conoscente per la strada.
“Non sono per nulla d’accordo, abbiamo combattuto per difendere la nostra terra,
non possiamo adesso svenderla così all’Eritrea. Che senso ha la morte di tutti
coloro che sono caduti combattendo per Badme?” dice Markos, giovane studente.
Dalle parti della stazione della ferrovia, vicino alle bacheche dei giornali
la gente ha fatto capannello, nel pomeriggio di ieri e questa mattina. Ribadendo
gli stessi concetti. È perplessa, spesso in aperto disaccordo.
Alla questione di Badme, che ha un valore simbolico, ma pochi risvolti pratici
per le due Nazioni, spesso viene affiancata quella di Assab, la città portuale
nel sud dell’Eritrea, che da molti in Etiopia viene identificata come il naturale
accesso al mare per questo grande Paese, costretto a tutt’oggi ad usufruire di
porti di altre nazioni.
“Gaazetegna, giornalista, ditelo in Europa che noi non vogliamo cedere la nostra terra a
nessuno, in particolar modo all’Eritrea. Badme è nostra, come è nostra anche Assab.
Noi non abbiamo più un porto, dopo l’indipendenza dell’Eritrea. Dobbiamo fare
passare i nostri commerci da Gibuti, e questo non è giusto”, urla una donna, avvicinandosi.
L’agitazione tra la gente è molta, anche oggi il dibattito parlamentare è al
centro delle discussioni di tutti, e l’animosità non si placa, allargandosi anche
a riflessioni sul livello di democrazia reale nel Paese.
Per cercare di mettere un po’ d’ordine nella ridda di voci, oggi abbiamo incontrato
un giornalista indipendente etiope, noto qui in città per aver fatto sempre sentire
la sua voce critica nei confronti del governo. La cosa gli ha procurato molte
difficoltà, attualmente non ha lavoro, chiede di incontrarci all’aperto, in un
luogo pubblico, confusi tra la gente. Chiede anche di non rivelare la sua identità.
Lo chiameremo Tesfaye.
“Ciò che ha detto oggi il portavoce dell’opposizione, Beyeme Petros, è assolutamente
condivisibile. Deve essere la gente di Badme e dei dintorni a decidere il proprio
futuro.
Intendo dire che ci deve essere un referendum locale per prendere una decisione
e intavolare una trattativa con l'Eritrea. È logico e comprensibile che l’opinione
della gente comune sia assolutamente negativa rispetto al voto di oggi, non potrebbe
essere altrimenti. È chiaro – continua – che Zenawi sia tornato dall’Europa con
un compito da svolgere, impostogli dalle superpotenze.
L’opinione più diffusa è che il nostro Primo Ministro non ha potere reale, che
dipende dagli aiuti stranieri. Questo non lo rende più credibile e stimato dalla
popolazione. E non è questa la pace che va creata, l’ennesima pace fatta per
compiacere europei ed americani. Non può durare”..
“Inoltre – incalza Tesfaye – Asmara non accetterà il principio di dare e avere
su cui si basa la proposta di Zenawi.
Isaias (Afeworki (il capo di Stato Eritreo, ndr) sta conducendo una politica aggressiva, per ragioni proprie, interne. Noi non
dobbiamo cedere al ricatto della guerra, ma nemmeno dobbiamo arrenderci ai voleri
di Asmara. Cosa ci possono dare? Non vogliamo nulla da loro. E non possiamo passare
per sconfitti.”
Tesfaye è nervoso, continua a guardarsi intorno, poi qualcosa, o qualcuno, attorno
a noi, lo preoccupa. Dice allora che deve andare via, e si allontana in un vicolo.
La mano tesa verso la pace da Meles Zenawi pare dunque non stia suscitando gli
effetti sperati, nonostante l'incitamento a procedere sulla strada del dialogo
giunto oggi dal Presidente nigeriano Olosegun Obasanjo, alla guida anche dell'Unione
Africana.
Si cerca di capire anche quale segnale arrivi da Asmara.
"Cosa ha risposto Isaias Afeworki?", sorride sornione una figura di spicco della
diaspora eritrea, "Ha risposto che non gli interessa."
Il giorno successivo al discorso conciliante di Zenawi, mentre il sole inizia
a scomparire dietro alle montagne che circondano Addis Ababa, e le solite colonne
di automobili riempiono le grandi arterie che da Meskel Square portano verso le
aree periferiche, nella capitale si continua a parlare con disappunto della risoluzione
di giovedì, ma con la convinzione che un'altra guerra non porterebbe alcun vantaggio
ad un Paese con ben altre questioni in ballo per uscire dal sottosviluppo
.
Fermo al suo solito semaforo, un ragazzo, senza nome e senza gambe, si trascina
con una tavola con sotto delle rotelle, e chiede, come tutti i giorni, un birr per poter mangiare.
Chissà se pensa davvero che Badme e una linea di confine distante centinaia di
chilometri siano il problema fondamentale da risolvere per il futuro suo e del
suo Paese.