13/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Farian Sabahi
“Attorno ad Ahmadinejad non c’era un consenso popolare generalizzato. A crearlo ha provveduto la pressione internazionale”. Risponde così Farian Sabahi, docente di Storia dell’Iran contemporaneo all’Università di Ginevra, autrice di una molto apprezzata Storia dell’Iran, della quale è attesa per l’inizio del prossimo giugno la nuova edizione, alla richiesta di un commento sulle ultime evoluzioni della querelle che contrappone l’Iran alla comunità internazionale.
 
la professoressa universitaria farian sabahiUna politica controproducente. Il governo iraniano ha festeggiato, anche per le strade delle principali città del Paese, l’arricchimento delle prime quantità di uranio, il primo passo del processo che consentirà all’Iran di diventare una potenza nucleare. A fini civili e per soddisfare le necessità energetiche dell’Iran secondo il governo, per fini meno nobili secondo gli Stati Uniti d’America. Ma Ahmadinejad, con la sua retorica aggressiva,  quanto rappresenta l’Iran?
“L’Iran è un Paese complesso, abitato da 70 milioni di persone, ed è difficile e sbagliato fare delle semplificazioni generalizzate. Lui è l’espressione politica di una classe emergente di militari e paramilitari che si è formata durante il conflitto tra Iran e Iraq degli anni Ottanta e che, proprio in quegli anni, ha elaborato una propria ideologia”, risponde la professoressa Sabahi. “Molti non hanno votato per lui e tanti altri criticano chi l’ha fatto, sostenendo che sarebbe stato meglio turarsi il naso e votare per Rafsanjani. Come io per prima ho fatto, anche se è un uomo corrotto che con il potere si è molto arricchito. Ma un regime di sanzioni, che colpiscono la popolazione civile e non certo l’élite degli ayatollah, e la campagna stampa contro l’Iran rischiano di ottenere l’effetto opposto. Anche perché l’Iran è un paese che ha molti altri aspetti criticabili, non solo il programma nucleare”.  Uno schema già visto. In Iraq, a Cuba e così via. Un governo che finisce nel mirino della comunità internazionale, le pressioni diplomatiche che spesso si tramutano in sanzioni e, in alcuni casi, anche il tentativo di rovesciamento dello stesso governo. Ma i risultati dimostrano che, nella maggior parte dei casi, è la popolazione civile a pagare.
 
ahmadinejadUn futuro fosco. “L’embargo internazionale sull’Iran, per fare un esempio, colpisce l’aviazione civile”, spiega la docente universitaria, “perché la maggior parte dei velivoli è composta da Boeing acquistati al tempo dello Scià e non si possono acquistare i pezzi di ricambio. Ed è stato bloccato anche l’acquisto di velivoli dal consorzio europeo degli Airbus. Questo è solo uno degli aspetti che l’embargo assume nella vita degli iraniani, e non certo di quelli delle classi dirigenti. Il risultato che l’embargo ottiene, come ha ammesso lo stesso Rafsanjani, è di compattare l’opinione pubblica contro quelli che impongono l’embargo stesso”. L’embargo e l’isolamento che la comunità internazionale impone all’Iran finiscono per rivelarsi controproducenti quindi, ma è anche vero che per anni, con Rafsanjani per esempio, a una diplomazia  ufficiale fatta di minacce reciproche e di intimidazioni si è affiancata una diplomazia sommersa che non ha mai impedito un buon giro d’affari tra la classe dirigente iraniana e i governi che, nelle conferenze stampa, attaccavano l’Iran.
Ahmadinejad ha una fama differente, quella del rivoluzionario della prima ora, del duro e puro. Questo potrebbe interrompere quel flusso sommerso che ha, nella realtà dei fatti, sempre tenuto assieme Teheran e il resto del mondo? “Ahmadinejad conta molto poco”, chiarisce senza mezzi termini la professoressa Sabahi, “non è lui a decidere queste cose. Per esempio Rafsanjani, pur avendo perso le elezioni, è molto più potente di Ahmadinejad. Rispetto alla moralità bisogna riconoscere che, mentre Rafsanjani si è molto arricchito con il potere, Ahmadinejad ha addirittura venduto la sua casa a Teheran, dove era sindaco, e ha devoluto il ricavato in beneficenza. Ma le decisioni che contano, come accadeva con Khatami, che non è riuscito a fare tutte le riforme che desiderava,  non le prende lui”. Andrebbe quindi ridimensionato il vocabolario bellicoso di Ahmadinejad, ma non crede che possa offrire l’occasione agli Stati Uniti per un intervento armato, come ha previsto il grande giornalista Seymour Hersh? “Mi sento di escluderlo”, conclude la professoressa Sabahi, “l’Iran è un paese-nazione da sempre, non è uno di quegli stati creati a tavolino dalle potenze coloniali. Pur essendo molto variegato al suo interno, mantiene una forte coscienza di sé. Sarebbe sempre l’elemento identitario a prevalere e questo renderebbe l’invasione del Paese assolutamente controproducente. Non credo che qualcuno possa trovare opportuna questa ipotesi”. 

Christian Elia

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