“Attorno ad Ahmadinejad non c’era un consenso popolare
generalizzato. A crearlo ha provveduto la pressione internazionale”. Risponde
così Farian Sabahi, docente di Storia
dell’Iran contemporaneo all’Università di Ginevra, autrice di una molto
apprezzata Storia dell’Iran, della quale è attesa per l’inizio del
prossimo giugno la nuova edizione, alla richiesta di un commento sulle ultime
evoluzioni della querelle che contrappone l’Iran alla comunità internazionale.
Una politica controproducente. Il governo iraniano ha
festeggiato, anche per le strade delle principali città del Paese,
l’arricchimento delle prime quantità di uranio, il primo passo del processo che
consentirà all’Iran di diventare una potenza nucleare. A fini civili e per
soddisfare le necessità energetiche dell’Iran secondo il governo, per fini meno
nobili secondo gli Stati Uniti d’America. Ma Ahmadinejad, con la sua retorica
aggressiva, quanto rappresenta l’Iran?
“L’Iran è un Paese complesso, abitato da 70 milioni di
persone, ed è difficile e sbagliato fare delle semplificazioni generalizzate.
Lui è l’espressione politica di una classe emergente di militari e paramilitari
che si è formata durante il conflitto tra Iran e Iraq degli anni Ottanta e che,
proprio in quegli anni, ha elaborato una propria ideologia”, risponde la
professoressa Sabahi. “Molti non hanno votato per lui e tanti altri criticano
chi l’ha fatto, sostenendo che sarebbe stato meglio turarsi il naso e votare
per Rafsanjani. Come io per prima ho fatto, anche se è un uomo corrotto che con
il potere si è molto arricchito. Ma un regime di sanzioni, che colpiscono la
popolazione civile e non certo l’élite degli ayatollah, e la campagna stampa
contro l’Iran rischiano di ottenere l’effetto opposto. Anche perché l’Iran è un
paese che ha molti altri aspetti criticabili, non solo il programma
nucleare”. Uno schema già visto. In
Iraq, a Cuba e così via. Un governo che finisce nel mirino della comunità internazionale,
le pressioni diplomatiche che spesso si tramutano in sanzioni e, in alcuni
casi, anche il tentativo di rovesciamento dello stesso governo. Ma i risultati
dimostrano che, nella maggior parte dei casi, è la popolazione civile a pagare.
Un futuro fosco. “L’embargo internazionale sull’Iran,
per fare un esempio, colpisce l’aviazione civile”, spiega la docente
universitaria, “perché la maggior parte dei velivoli è composta da Boeing
acquistati al tempo dello Scià e non si possono acquistare i pezzi di ricambio.
Ed è stato bloccato anche l’acquisto di velivoli dal consorzio europeo degli
Airbus. Questo è solo uno degli aspetti che l’embargo assume nella vita degli
iraniani, e non certo di quelli delle classi dirigenti. Il risultato che
l’embargo ottiene, come ha ammesso lo stesso Rafsanjani, è di compattare
l’opinione pubblica contro quelli che impongono l’embargo stesso”. L’embargo e
l’isolamento che la comunità internazionale impone all’Iran finiscono per
rivelarsi controproducenti quindi, ma è anche vero che per anni, con Rafsanjani
per esempio, a una diplomazia ufficiale
fatta di minacce reciproche e di intimidazioni si è affiancata una diplomazia
sommersa che non ha mai impedito un buon giro d’affari tra la classe dirigente
iraniana e i governi che, nelle conferenze stampa, attaccavano l’Iran.
Ahmadinejad ha una fama differente, quella del rivoluzionario della
prima ora, del duro e puro. Questo potrebbe interrompere quel flusso sommerso
che ha, nella realtà dei fatti, sempre tenuto assieme Teheran e il resto del
mondo? “Ahmadinejad conta molto poco”, chiarisce senza mezzi termini la
professoressa Sabahi, “non è lui a decidere queste cose. Per esempio
Rafsanjani, pur avendo perso le elezioni, è molto più potente di Ahmadinejad.
Rispetto alla moralità bisogna riconoscere che, mentre Rafsanjani si è molto
arricchito con il potere, Ahmadinejad ha addirittura venduto la sua casa a
Teheran, dove era sindaco, e ha devoluto il ricavato in beneficenza. Ma le
decisioni che contano, come accadeva con Khatami, che non è riuscito a fare
tutte le riforme che desiderava, non le
prende lui”. Andrebbe quindi ridimensionato il vocabolario bellicoso di
Ahmadinejad, ma non crede che possa offrire l’occasione agli Stati Uniti per un
intervento armato, come ha previsto il grande giornalista Seymour Hersh? “Mi
sento di escluderlo”, conclude la professoressa Sabahi, “l’Iran è un
paese-nazione da sempre, non è uno di quegli stati creati a tavolino dalle
potenze coloniali. Pur essendo molto variegato al suo interno, mantiene una
forte coscienza di sé. Sarebbe sempre l’elemento identitario a prevalere e
questo renderebbe l’invasione del Paese assolutamente controproducente. Non
credo che qualcuno possa trovare opportuna questa ipotesi”.