13/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I ribelli respinti dalla capitale ciadiana, Deby si aggrappa ai Francesi
Le avvisaglie si erano avute ieri, con lunghe code davanti alle banche per ritirare denaro contante e gli stranieri che si organizzavano per un’evacuazione veloce dalla capitale N’Djamena. La notizia dell’avanzata dei ribelli, riunitisi nel Front uni pour le changement, che mira a rovesciare il presidente ciadiano Idriss Deby, aveva gettato nel panico la popolazione. Nessuno poteva infatti immaginare che i ribelli sarebbero riusciti a conquistare 800 km di terreno in pochi giorni.
 
La battaglia. Già ieri sera, invece, i ribelli si erano attestati alle porte della capitale. La battaglia è scoppiata stamane alle 5.30, quando l’esercito ha deciso di sferrare un’offensiva contro i ribelli. "I combattimenti sono durati 2 ore", conferma a PeaceReporter Ermanna Favaretto, console italiano in Ciad, "abbiamo notizie di molti morti, specie tra esercito e civili, al momento non quantificabili con precisione". La resistenza dei contingenti dell’esercito e, soprattutto, l’intervento delle truppe francesi, hanno permesso di respingere i ribelli fuori da N’Djamena. Gli scontri sono cessati, ma i ribelli rimangono in controllo di buona parte del Paese. "Ad attaccare la capitale è stata comunque una sola colonna di ribelli, che si è ritirata alla fine dei combattimenti. Ora a N'Djamena girano solo le pattuglie dell'esercito, a caccia dei ribelli rimasti", continua la Favaretto.
 
I problemi del presidente. Deby ha voluto rassicurare i civili con un messaggio radiofonico, in cui ha definito sotto controllo la situazione. La popolazione ha preferito comunque rimanere in casa e non avventurarsi fuori, mentre le ambasciate starebbero approntando misure di emergenza per la rapida evacuazione del personale non strettamente necessario. I portavoce dei ribelli hanno dichiarato all’agenzia di stampa Afp di essere in controllo dell’80 percento del Paese, e la spettacolare avanzata di ieri sembrerebbe dare loro ragione. Nonostante Deby abbia ribadito che le elezioni presidenziali, previste per il prossimo 3 maggio, si terranno regolarmente, il suo potere sembra sempre più appeso a un filo.
 
Il presidente ciadiano Idriss Deby con Jacques ChiracPochi amici. Cominciata lo scorso ottobre con la diserzione di alcuni contingenti dell’esercito, fuggiti al confine con il Sudan, la ribellione si è ingrossata costantemente fino a oggi, raccogliendo alti ufficiali delle Forze Armate, ex-stretti collaboratori di Idriss Deby e i vecchi sostenitori di Hissène Habré, il dittatore cacciato nel 1990 dall'allora golpista Deby. La cui politica autoritaria ha scontentato non solo la popolazione, ma anche i vertici dello stato. Proprio per questo il presidente si è trovato con sempre meno sostenitori, tanto che ora il suo potere è garantito solo da una ristretta cerchia di fedelissimi e dall’appoggio della Francia, che mantiene nel Paese un contingente di 1.500 uomini e vede in Deby il male minore, visto che un’eventuale caduta del presidente potrebbe lasciare un pericoloso vuoto di potere.
 
Soldati francesi di stanza in CiadIl ruolo della Francia. I tempi sono ormai maturi per un cambio di regime. Anche se stavolta Deby è riuscito a scacciare i ribelli, il governo non sembra avere le capacità di sferrare una pesante offensiva contro i ribelli, meglio armati e organizzati. L’ago della bilancia rimane quindi la Francia, che però non sembra intenzionata a fare molto di più che proteggere Deby. Anche perché per Parigi non sarebbe conveniente inimicarsi i possibili nuovi padroni di N’Djamena. La prima offensiva è fallita, ma il leader del Fuc, Mahamat Nour, ha promesso di rovesciare Deby prima delle elezioni del 3 maggio. Considerando che, in 46 anni di storia, il potere in Ciad non è mai passato di mano se non attraverso le armi, c’è da credergli. 

Matteo Fagotto

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