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La
battaglia. Già ieri sera, invece, i ribelli si erano attestati alle porte
della capitale. La battaglia è scoppiata stamane alle 5.30, quando l’esercito
ha deciso di sferrare un’offensiva contro i ribelli. "I combattimenti sono durati
2 ore", conferma a PeaceReporter
Ermanna Favaretto, console italiano in Ciad, "abbiamo notizie di molti
morti, specie tra esercito e civili, al momento non quantificabili con
precisione". La resistenza dei contingenti
dell’esercito e, soprattutto, l’intervento delle truppe francesi, hanno
permesso di respingere i ribelli fuori da N’Djamena. Gli
scontri sono cessati, ma i ribelli rimangono in controllo di buona
parte del Paese. "Ad attaccare la capitale è stata comunque una sola
colonna di ribelli, che si è ritirata alla fine dei combattimenti. Ora
a N'Djamena girano solo le pattuglie dell'esercito, a caccia dei
ribelli rimasti", continua la Favaretto.
Pochi
amici. Cominciata
lo scorso ottobre con la diserzione di alcuni contingenti dell’esercito,
fuggiti al confine con il Sudan, la ribellione si è ingrossata costantemente
fino a oggi, raccogliendo alti ufficiali delle Forze Armate, ex-stretti
collaboratori di Idriss Deby e i vecchi sostenitori di Hissène Habré, il
dittatore cacciato nel 1990 dall'allora golpista Deby. La cui
politica autoritaria ha scontentato non solo la popolazione, ma anche i vertici
dello stato. Proprio per questo il presidente si è trovato con sempre meno
sostenitori, tanto che ora il suo potere è garantito solo da una ristretta
cerchia di fedelissimi e dall’appoggio della Francia, che mantiene nel Paese un
contingente di 1.500 uomini e vede in Deby il male minore, visto che
un’eventuale caduta del presidente potrebbe lasciare un pericoloso vuoto di
potere.
Il ruolo della Francia. I tempi sono ormai maturi per
un cambio di regime. Anche se stavolta Deby è riuscito a scacciare i ribelli,
il governo non sembra avere le capacità di
sferrare una pesante offensiva contro i ribelli, meglio armati e organizzati.
L’ago della bilancia rimane quindi la Francia, che però non sembra intenzionata
a fare molto di più che proteggere Deby. Anche perché per Parigi non sarebbe
conveniente inimicarsi i possibili nuovi padroni di N’Djamena. La prima
offensiva è fallita, ma il leader del Fuc,
Mahamat Nour, ha promesso di rovesciare Deby prima delle elezioni del 3 maggio.
Considerando che, in 46 anni di storia, il potere in Ciad non è mai passato di
mano se non attraverso le armi, c’è da credergli. Matteo Fagotto