scritto per noi da
Erminia Calabrese
“Da dove vieni, uomo? Il tuo lavoro è solo quello di aprire
quella porta. Perché non apri quella porta a quei bambini che devono andare a
scuola? Sei un servitore della patria no?” “Non voglio risponderti. Che i tuoi
figli ti perdonino!”.

Palestina. Territori occupati.
Check point. Scene reali, quotidiane.
Scene che il regista israeliano Avi Mograbi riprende nel suo ultimo film
Avenge but one of my eyes, (Per un
solo dei miei due occhi). Prima di
iniziare la proiezione del film Avi avverte: “Le immagini sono un po’ forti.
Quando ho iniziato questo film, mi sono detto che questa volta avrei
cambiato il mondo, ma sapevo che in
realtà, fortunatamente, nessun film può
farlo”, spiega il regista, “ma almeno una breccia in quel muro che si
sta costruendo si è aperta. L’idea di questo film nasce proprio perché dopo
l’11 settembre si inizia a discutere della cultura della morte nell’Islam. C’è
un grande dibattito su questo in Israele. Allora io propongo ai miei amici di
parlare invece della cultura della morte nei miti ebraici e inizia, così, il discorso su Sansone e la storia di
Massada”
Anche Sansone rappresenta un uomo
che, uccidendo sé stesso, uccide anche gli altri, anche gli abitanti di Massada
preferiscono suicidarsi per non arrendersi al nemico.

“Così ho fuso nel film
immagini tratte dal mito e immagini della realtà dei territori occupati. Perché quel muro ora non sono più
i Romani a costruirlo, ma gli israeliani, che assediano non più ebrei ma palestinesi”. Il film, o meglio
documentario, scorre tra immagini dure
eppure vere. Tra carri armati israeliani e palestinesi che aspettano ore ai
posti di blocco,tra pianti di bambini e urla di militari. Tutto questo va
avanti per un’ora e trenta circa, lasciando
sensazioni forti. Storia, mito e attualità si intrecciano sullo sfondo di una sola realtà , quella
palestinese di oggi.
“Massada e Sansone,- spiega Avi-,
sono miti fondamentali del sionismo. A 10 anni nelle scuole
israeliane si studia il libro dei
giudici. E a 16 anni quasi tutti gli
studenti fanno un’escursione nella
valle di Massada”. E la reazione israeliana a questo film?
“E’ stato proiettato in un solo
cinema di Tel Aviv nel luglio scorso,
l’ho prodotto da solo, nessuna casa di produzione ha voluto farlo. Le
critiche, quelle dei giornali, sono
state fantastiche, ne hanno parlato
molto, ma gli spettatori sono stati davvero pochi. Quindi non so le reazioni
del pubblico.

Oggi Avi, che
proviene da una famiglia di estrema destra, è un esponente della sinistra israeliana e lotta contro
l’occupazione e la costruzione del muro. Lotta assieme ad arabi israeliani e
spesso è nei Territori Occupati. Nell’83, quando rifiuta di prestare il
servizio militare (obbligatorio in Israele per 3 anni) che l’avrebbe voluto
nella guerra del Libano, resta in prigione per un mese.
E di Ariel Sharon cosa pensa? “Ha
influenzato la mia vita, così come ha stravolto tutto il Medio Oriente. Oggi,
solo perché ha evacuato Gaza per alcuni è diventato un peace maker. Io spero
che non muoia per potersi rifare di tutti gli sbagli politici”.
Le ultime osservazioni riguardano la vittoria di Hamas. “Se è la gente a
votarla non posso discutere su questo, e come quando in Israele votano per la
destra e per il partito di Sharon. Certo non sono contento, però alla fine
questa è stata una conseguenza della
corruzione politica. Israele oggi non vuole il dialogo, perché dialogare vuol
dire iniziare un rapporto con l’altro, prenderlo in considerazione. Forse non
è
nemmeno giusto che lo Stato di Israele esista, ma ormai indietro non si può
tornare. E’ indispensabile e giusto lasciare che i palestinesi possano
avere un loro Stato, e che in Israele tutti i cittadini possano
avere gli stessi diritti. Vedi qui
nella mia borsa ho un passaporto israeliano, ma non so se sentirmi tale perchè
so anche che il mio stato è stato costruito sulla distruzione di un altro”.