13/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'attentato che ha ucciso 57 sunniti potrebbe essere opera degli integralisti anti-Musharraf
Uno dei cento feriti dell'attentatoIl duplice attentato suicida di martedì a Karachi, costato la vita ad almeno 57 persone, è stato liquidato dai mass-media come l’ennesimo atto della spietata guerra di religione tra sunniti e sciiti pachistani.
Ma a ben vedere, è probabile che questo folle attacco rientri nella logica di un'altra, più sotterranea e pericolosa, guerra: quella che i movimenti integralisti islamici pachistani legati ad al Qaeda e ai talebani – e sostenuti dai potentissimi servizi segreti dell’Isi – hanno dichiarato contro il governo di Pervez Musharraf, da essi considerato un “servo degli americani”.
Una guerra per il potere – che il governo di Islamabad cerca ovviamente di non pubblicizzare – nella quale si gioca il futuro della potenza nucleare pachistana e della stabilità non solo regionale, ma globale.
 
La disperazione dei parenti dele vittimeI barlevi. L’attentato al parco Nishtar può essere letto come un attacco di queste forze oscure contro la base religiosa del governo di Musharraf, un attacco volto a far cambiare campo a chi sostiene il governo, trasformandoli in un oppositori, in un alleati nella lotta contro il potere di Islamabad.
I 15 mila fedeli sunniti che celebravano i natali del Profeta Maometto al parco di Karachi erano infatti membri della scuola sunnita moderata dei barlevi, la più grande e politicamente influente del Pakistan. I suoi membri (i tre quarti dei sunniti pachistani) sono infatti in gran parte punjabi, il gruppo etnico da cui proviene tutta l’attuale classe dirigente pachistana. La dottrina dei barlevi è popolare, tollerante e liberale, molto vicina alla tradizione sufi, la corrente mistica ed esoterica dell’Islam.
 
I funerali di alcune delle vittimeI deobandi. A odiare a morte i tranquilli e mansueti sunniti barlevi non sono gli sciiti, ma i sunniti deobandi, gli equivalenti pachistani dei wahabiti sauditi. Questa scuola, cui aderisce un quarto dei sunniti pachistani, tutti di etnia pashtun (la stessa dei talebani), professa un islam rigido, conservatore e intollerante. Ad essi appartengono i partiti integralisti pachistani d’opposizione che predicano la jihad contro gli americani, che sostegno i talebani e che hanno stretti legami con al Qaeda. I deobandi – che gestiscono le scuole coraniche più fondamentaliste del Pakistan, tra cui la famigerata madrasa Binori di Karachi – considerano i barlevi niente meno che kafir, infedeli, una massa di ignoranti superstiziosi, spregevoli eretici che hanno deviato dalla retta via della sunnah. E che in più sono accondiscendenti, se non alleati, al regime punjabi di Musharraf. Ragioni più che sufficienti per farne un bersaglio della loro folle ‘guerra santa’ per il controllo del Pakistan. Nell’attentato di martedì sono stati uccisi diversi leader dei due maggiori gruppi sunniti moderati, il Tehrik e la Jamaat-e-Ahle Sunnat.
 
La rivolta dopo l'attentato Un tentativo di destabilizzazione. Con la strage di Karachi, le forze integraliste deobandi anti-Musharraf cercano di portare dalla loro parte i sunniti barlevi, per trasformarli in alleati della loro lotta contro il governo. Non è un caso che ieri Qazi Hussain Ahmed, il leader della Muttahida Majlis-e-Amal, la lega dei partiti islamici d’opposizione, abbia indicato in Musharraf il responsabile della strage. “Questo attentato è la dimostrazione che il governo non è in grado di garantire la sicurezza”. Parole che hanno uno scopo chiaro: dirigere la rabbia delle vittime contro il governo, allargare la base del dissenso, destabilizzare il paese. Una rabbia che dopo la strage è spontaneamente esplosa in rivolte, con autobus e negozi dati alle fiamme dalla folla e scontri con la polizia. Per sedare la rivolta il governo ha dispiegato a Karachi l’esercito. I leader sunniti moderati del Tahrik hanno dichiarato che, se il governo non arresterà e impiccherà pubblicamente i responsabili dell’attentato, ci saranno nuove rivolte. Musica per le orecchie degli integralisti.  

Enrico Piovesana

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