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Il duplice attentato suicida di martedì a Karachi, costato
la vita ad almeno 57 persone, è stato liquidato dai mass-media come l’ennesimo
atto della spietata guerra di religione tra sunniti e sciiti pachistani.
I barlevi. L’attentato al parco Nishtar può essere letto come un
attacco di queste forze oscure contro la base religiosa del governo di
Musharraf, un attacco volto a far cambiare campo a chi sostiene il governo,
trasformandoli in un oppositori, in un alleati nella lotta contro il potere di
Islamabad.
I deobandi. A odiare a morte i tranquilli e mansueti sunniti barlevi
non sono gli sciiti, ma i sunniti deobandi, gli equivalenti pachistani dei
wahabiti sauditi. Questa scuola, cui aderisce un quarto dei sunniti pachistani,
tutti di etnia pashtun (la stessa dei talebani), professa un islam rigido, conservatore
e intollerante. Ad essi appartengono i partiti integralisti pachistani
d’opposizione che predicano la jihad contro gli americani, che sostegno
i talebani e che hanno stretti legami con al Qaeda. I deobandi – che
gestiscono le scuole coraniche più fondamentaliste del Pakistan, tra cui la
famigerata madrasa Binori di Karachi – considerano i barlevi niente meno che kafir,
infedeli, una massa di ignoranti superstiziosi, spregevoli eretici che hanno
deviato dalla retta via della sunnah. E che in più sono accondiscendenti,
se non alleati, al regime punjabi di Musharraf. Ragioni più che sufficienti per
farne un bersaglio della loro folle ‘guerra santa’ per il controllo del
Pakistan. Nell’attentato di martedì sono stati uccisi diversi leader dei due
maggiori gruppi sunniti moderati, il Tehrik e la Jamaat-e-Ahle Sunnat.
Un tentativo di destabilizzazione. Con la
strage di Karachi, le forze integraliste deobandi anti-Musharraf cercano di
portare dalla loro parte i sunniti barlevi, per trasformarli in alleati della
loro lotta contro il governo. Non è un caso che ieri Qazi
Hussain Ahmed, il leader della Muttahida Majlis-e-Amal, la lega
dei partiti islamici d’opposizione, abbia indicato in Musharraf il responsabile
della strage. “Questo attentato è la dimostrazione che il governo non è in
grado di garantire la sicurezza”. Parole che hanno uno scopo chiaro: dirigere
la rabbia delle vittime contro il governo, allargare la base del dissenso,
destabilizzare il paese. Una rabbia che dopo la strage è spontaneamente esplosa
in rivolte, con autobus e negozi dati alle fiamme dalla folla e scontri con la
polizia. Per sedare la rivolta il governo ha dispiegato a Karachi l’esercito.
I
leader sunniti moderati del Tahrik hanno dichiarato che, se il governo
non arresterà e impiccherà pubblicamente i responsabili dell’attentato, ci
saranno nuove rivolte. Musica per le orecchie degli integralisti. Enrico Piovesana