scritto per noi da
Paolo Busoni*
Ormai è chiaro che tutti, compresi gli statunitensi, hanno
l’intenzione di lasciare l’Iraq entro l’anno.
Del resto, se le nazioni coinvolte non hanno vinto la guerra, i
potentati economici che la vollero hanno ottenuto il soddisfacimento dei loro
interessi.

Nel breve periodo sono stati placati con l’economia della
guerra e della successiva occupazione militare gli appetiti degli appaltatori
della difesa, dei fornitori estemporanei di beni e servizi e dei produttori di
armi. A medio termine essendo stata
dimostrata l’obsolescenza di armi e tattiche, si è aperta una nuova stagione di
riarmo che dà carta bianca ai grandi conglomerati militari-industriali. Infine,
a lungo termine, si è consolidata quella situazione di instabilità nel Golfo
Persico che impedisce all’Arabia Saudita e all’Iran di superare la soglia
critica nel controllo delle risorse petrolifere dell’area. Gli sciiti iracheni
non potranno mai staccarsi dall’Iraq per confluire nell’Iran, pena la reazione
violenta di curdi e sunniti, che a loro volta non potranno trovare spazi di
autonomia o di
apparentamento con altre potenze dell’area, pena la
reazione altrettanto violenta degli sciiti. E’ il consolidamento della Prima
guerra del Golfo che lasciò in piedi Saddam proprio come spina nel fianco di Teheran
e di Riad al tempo stesso. Solo che per quanto riguarda noi italiani la fuga,
o
per dirla senza offendere nessuno, l’
exit strategy, dall’Iraq sarà
particolarmente difficile: diciamo che per venir via ci vuole grosso modo tre
volte il tempo che è servito per schierarsi sul campo e si tratta di mesi di
lavoro difficile e pesante che coinvolge risorse, militari e civili, molto
ingenti.

Le nostre forze armate non sono in grado di
abbandonare sul campo l’hardware, cioè carri armati e attrezzature pesanti,
semplicemente perché rappresentano il meglio a nostra disposizione e non c’è
legge finanziaria in grado di sopportare una loro rapida sostituzione. Quindi
anche la fuga, che è il momento di massima esposizione alla controreazione
avversaria, diventa problematica. Tutto
dipende dalla velocità con la quale riusciremo a tornare a casa. Avessimo avuto
un cambio di regime “alla Zapatero”, si potrebbe tentare una replica del
velocissimo ritiro spagnolo. Con un governo forte, potremmo invocare la
condizione economica del paese per fare, come i polacchi, un marcia indietro
abbastanza rapida. In ogni caso nessuno
degli alleati potrebbe protestare più di tanto, ma oggi siamo in una pessima
situazione. Tentennamenti, rinvii e
allungamento della fase di ritiro comprometteranno la sicurezza delle nostre
truppe e della popolazione della zona di nostra competenza: gli avversari,
chiunque essi siano (terroristi, resistenti o criminali) non potranno che
approfittare della cosa. C’è il serio
rischio di dover sospendere il ritiro, di dover addirittura aumentare il
contingente per rispondere agli attacchi e per “vendicare” qualche agguato e
allora addio
exit strategy.