26/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le comunità indigene non ricevono cure e medicine in tempo
Mentre l'America Latina ha celebrato, il 19 aprile, la ‘Giornata dell’indio americano’, gli indigeni brasiliani Guaraní annunciano un possibile bagno di sangue. A giorni, verranno sfrattati dalla loro terra e dovranno tornare ad accamparsi sul ciglio della strada, dove hanno vissuto in condizioni miserabili fino al 2004. La scorsa settimana, un giudice federale ha ordinato lo sfratto dei Guaraní Paso Piraju dalla loro terra. Gli indios erano già stati sfrattati negli anni Cinquanta, ma nel 2004 avevano finalmente ottenuto dal tribunale il permesso di tornare in una parte del loro territorio. Gli allevatori avevano subito contestato la decisione della corte e, la scorsa settimana, un giudice federale ha decretato che Paso Piraju non è territorio tradizionale guaraní, pertanto gli indigeni sono invasori. Ma l’emergenza non finisce qui. In tutto il Brasile essere un indios non è vita facile.
 
 
In Brasile è in crisi l’assistenza sanitaria agli indigeni e sono soprattutto i bambini ad ammalarsi e morire. L’allarme arriva dall’organizzazione Survival, che riporta la voce delle organizzazioni indigene.

Indios del Maranhao. Foto di Irene Socci Morire da piccoli. L’agenzia di stampa brasiliana Folha riporta che, da quando la Funasa (la fondazione governativa per la salute pubblica), due anni fa circa, ha modificato l’organizzazione delle risorse all’interno del sistema di assistenza indigena,  “sorgono in vari Stati denunce contro l’inefficienza dell’assistenza sanitaria”. Un articolo pubblicato dal Folha online ha riportato i dati dello studio Salute Brasile 2005, del ministero della Salute, secondo cui la mortalità indigena era maggiore fra i bambini che fra gli indios con più di 70 anni: nel 2003, oltre il 30 percento dei morti aveva meno di cinque anni (659), contro il 27,5 percento di ultrasettantenni. Nello stesso anno, nella popolazione bianca solo il 5,1 percento dei deceduti era sotto i cinque anni, la metà erano anziani.

Malaria quadruplicata. “Fra gli Yanomami, popolazione che vive nel Nord dell’Amazzonia, il problema maggiore è la malaria” racconta a PeaceReporter Fiona Watson, di Survival. Secondo la Commissione pro Yanomami, dai 418 casi registrati nel 2003 si è arrivati a 622 nel 2004 e a 1.645 lo scorso anno, per ritardi nel trasferimento di fondi, burocrazia nell’acquisto dei farmaci e nel noleggio di aerei per il trasporto dei pazienti. “Una Ong che lavorava a stretto contatto con la popolazione aveva un progetto di assistenza utile. Ora che se ne occupa il governo, la situazione è disastrosa, non solo nell’area della popolazione Yanomami. E’ tutto molto burocratizzato e viene assunto personale a contratto, magari per sei mesi; persone che non parlano la lingua, che non hanno un reale interesse nell’andare all’interno delle comunità indigene. Dicono che hanno bisogno di essere pagati per andare nei campi. Nel caso degli Yanomami, gli infermieri e i medici spesso non vengono pagati, si rifiutano di lavorare, gli indigeni prendono la malaria e chi dà la terapia? ”. Secondo il Conselho Indigenista Missionàrio
(Cimi), anche in altre località gli operatori si vedono forzati a incrociare le braccia a causa dei ritardi nel pagamento dei salari.

Indios del Maranhao. Foto di Irene Socci La burocrazia stagna. L’assistenza sanitaria indigena era prima basata sul trasferimento di fondi dalla Funasa a Ong, università, governi municipali e regionali. L’agenzia Folha riferisce che il cambiamento di gestione nel gennaio 2004, con centralizzazione dell’assistenza, ha fatto seguito a denunce contro Ong, sospettate di sottrarre denaro. “Il governo, invece di stabilire che alcune Ong non lavoravano bene, ha deciso di chiudere completamente i progetti, anche buoni come quello con gli Yanomami, che aveva portato a una sensibile riduzione dei casi di malaria” sottolinea Watson. Le Ong e i responsabili indigeni hanno raccontato alla Folha che la principale conseguenza è stata la burocratizzazione, che rallenta l’arrivo dei farmaci ove necessario. Il coordinatore generale per la Pianificazione e valutazione sanitaria indigena della Funasa ha risposto alle critiche, sostenendo che l’obiettivo della centralizzazione è evitare interruzioni nella fornitura e distribuzione dei medicinali e, pur confermando l’aumento dei casi di malaria, ha dichiarato che la situazione sta migliorando e il numero di morti è diminuito.

Indios del Maranhao. Foto di Irene Socci Vomito, diarrea, febbre, malnutrizione. Un leader Apinajé e il Cimi riferiscono che, nello stato di Tocantins,  in quattro mesi sono morti 15 bambini sotto i cinque anni con vomito, diarrea e febbre per mancanza di medicine e assistenza medica; ma la Funasa dichiara che ci sono provviste di medicinali presso le unità sanitarie locali dei villaggi della regione. Racconta ancora Fiona Watson: “Ci sono stati due bambini Guaranì morti nel Mato Grosso do Sul: stiamo cercando di verificarne le cause, ma nessuno sa ancora perché siano morti, e ci sono altri casi di bambini indigeni che muoiono per diarrea senza che se ne conoscano esattamente le cause”. Survival riferisce che nel 2005, sempre nel Mato Grosso do Sul, sono morti di malnutrizione decine di bimbi Guaranì-Kaiowà, venti bambini indigeni del villaggio Bananal nel Maranhao per denutrizione e dissenteria, dieci piccoli Kaxinawà in Acre per diarrea. “E’ la conseguenza di questo caotico sistema sanitario. Comunità indigene in tutto il Brasile non stanno ricevendo l’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno. I bambini che muoiono di disidratazione, diarrea e vomito sarebbero facilmente curabili, ma poiché il personale è poco, senza esperienza e non conosce la lingua, le cure non arrivano alle comunità in modo sufficientemente rapido”, conclude Watson.

Valeria Confalonieri

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