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La storia. Nato nel villaggio di Ngolala, nel 1940, Norman comincia
a 19 anni una lunga carriera nelle Forze Armate, che lo porterà nel 1998 a
diventare vice-ministro della difesa e, dal 2002, ministro degli interni. Ma
più che per la sua carriera politica, la popolazione lo ricorda per il ruolo
avuto durate la guerra civile, scoppiata nel 1991 e durata 11 anni. Leader della
milizia dei Kamajors e coordinatore
nazionale della Civic Defence Force, Norman
è l’emblema della riscossa nazionale contro i ribelli del Revolutionary United Front, i principali responsabili del
conflitto, arrivati più volte alle porte della capitale Freetown, a un passo
dalla vittoria. Per questo la popolazione vive come uno choc la notizia,
diffusa nel marzo del 2003, dell’incriminazione di Norman davanti alla Corte
Speciale per la Sierra Leone.
Le atrocità. Le accuse contro l’ex-capo della resistenza sono
pesanti: reclutamento di minori di 15 anni nella Cdf e crimini contro l’umanità. In effetti, governare i Kamajors, cacciatori tradizionali
messisi al servizio del presidente Kabbah contro il Ruf, non è impresa da poco: indisciplinati, i Kamajors ricevono ben presto il soprannome di “sobel” (soldati di giorno, ribelli di notte), per via delle
atrocità commesse contro la popolazione civile. Atrocità a cui Norman sembra
non essere estraneo, stando alle testimonianze raccolte dalla Corte: secondo
una di queste, Norman sarebbe arrivato a lamentarsi con i Kamajors per un suo ordine, non eseguito, di radere al suolo un
villaggio. Nel clima arroventato della guerra civile, infatti, ribelli e forze
governative accusano di collaborazionismo chiunque non li appoggi senza
condizioni. La tattica della terra bruciata, adottata da entrambe le parti, colpisce
indiscriminatamente, riducendo il Paese al collasso.
La questione Norman. Quale è l’eredità che Norman lascia alla
Sierra Leone? Sarà visto come un criminale di guerra, o come il liberatore del
Paese? “L’arresto di Norman è stato uno choc per tutti”, conferma a PeaceReporter Sahr Musa Yamba, editore
del quotidiano sierraleonese Concord
Times. “Per la maggioranza della popolazione, i veri bad guys sono Charles Taylor, o Foday Sankoh e Sam Bockarie (i due
leader principali del Ruf, morti
prima della fine del processo). Norman è visto come un vero eroe, che ha
combattuto per la libertà e la democrazia”. In effetti, prima dell’entrata in
campo della Cdf, il governo centrale
era al collasso: assediato a Freetown, fu costretto a affittare alcune
centinaia di mercenari sudafricani della Executive
Outcomes per contrattaccare il Ruf,
che godeva anche dell’appoggio dell’ex-esercito nazionale della Sierra Leone Army. “E’ vero che i Kamajors hanno commesso una serie di
atrocità: esecuzioni di massa, sequestri, massacri, torture… Ma il fatto che
Norman non sia stato l’esecutore materiale degli eccidi, aiuta la popolazione
a
scagionarlo”.
Colpe e
cicatrici. Ciò non significa che Norman non sapesse, o non
avesse avallato, la tattica dei Kamajors.
Probabilmente, anche il “liberatore” ha qualche scheletro nell’armadio. “La
nostra non è stata una guerra normale”, ribatte il nostro interlocutore. “Siamo
stati a un passo dalla distruzione del Paese, e Norman è riuscito a farci
vincere. Contava solo il risultato finale, e lui lo sapeva bene”. Qualunque sia
l’esito del processo, la Sierra Leone avrà di che riflettere sull’eredità di un
conflitto che pesa ancora: non solo su un’economia distrutta, ma anche sulle
coscienze della gente.
Matteo Fagotto