Myanmar: dietro alla liberazione di migliaia di carcerati, i calcoli di una dittatura feroce

Win Tin ha 74 anni e da quindici è detenuto in una prigione birmana. Fino al
1989 – anno del suo arresto - era giornalista, scrittore e figura importante della
Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), il partito del nobel per la Pace Aung
San Suu Kyi, bandito dalla giunta. Per le sue idee è stato rinchiuso in una gabbia
per cani, costretto a dormire sul pavimento e lasciato senza acqua e cibo. Adesso,
però, potrebbe finalmente uscire di prigione insieme ad altri dissidenti che hanno
avuto uguale sorte. Ad annunciarlo è stato il governo dei militari, ma nessuno
può dire con certezza se tali promesse saranno mantenute. Dal 18 novembre scorso
la giunta ha parlato a più riprese di un’amnistia per migliaia di carcerati: in
una settimana sono uscite di prigione oltre 9mila persone, delle quali più della
metà oggi, 27 novembre. Tra i liberati però solo quaranta sarebbero ex prigionieri
politici. Quasi tutti i detenuti, quindi, si trovavano dietro le sbarre per crimini
comuni, anche se in molti casi i termini delle condanne erano decorsi e i processi
non erano stati equi. Lo hanno ammesso anche le autorità birmane, svelando (in
parte) le ragioni di un’azione così sorprendente: l’
Intelligence avrebbe commesso ‘scorrettezze’ nell’imprigionare moltissime persone.
L'epurazione dell'Intelligence. L’ultimo gesto dei dittatori birmani, dunque, deve essere collegato a quanto
è accaduto nell’ultimo mese ai vertici del potere. Esattamente un mese prima dell’annuncio
dell’amnistia, il 18 ottobre scorso, il primo ministro e capo dei servizi segreti
Khin Nyunt è stato allontanato da entrambe le cariche e messo agli arresti domiciliari.
Nell’ultimo periodo, hanno perso il posto anche i ministri degli Interni, del
Lavoro e degli Esteri, diversi ambasciatori e decine di agenti segreti.
Il direttore del Democratic Voice of Burma, giornale di esuli birmani, spiega a PeaceReporter: “La giunta ha voluto colpire
Khin Nyunt e l’Intelligence. La liberazione di migliaia di prigionieri serve a sottolineare le colpe dell’ex
premier e a dimostrare che in Myanmar non stanno prevalendo gli hardliner (frange più conservatrici, ndr) come hanno accusato molti osservatori”.
Un regime sempre più duro.
Secondo molti, la realtà è ben diversa. Larry Jagan, editorialista dell’
Inter Press Service, ha scritto: “In Myanmar sta emergendo una nuova generazione di militari”, lasciando
intendere che si tratta della più inflessibile degli ultimi tempi.
La dipartita di Khin Nyunt è stata infatti ordinata dall’anziano Than Shwe, capo
supremo della giunta - altrimenti detta ‘Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo’
(Spdc) - e dal suo vice Maung Aye. Nyunt è stato sostituito da un personaggio
molto vicino a Shwe, quel Soe Win che nel maggio 2003 fu mandante dell’arresto
di Aung San Suu Kyi e dell’uccisione di settanta suoi seguaci.
Nyunt non era di certo un moderato, ma si distingueva dagli hardliner per un forte pragmatismo. Aveva intuito che l’isolamento interrnazionale del
Myanmar poteva essere dannoso e perciò stava lavorando alla liberazione di Suu
Kyi - dal maggio 2003 imprigionata nella sua casa della capitale Yangon – e stava
cercando la via del dialogo con i gruppi armati delle minoranze etniche. Da diversi
anni gli Stati Uniti e l’Unione Europea infliggono sanzioni al Paese per le continue
violazioni dei diritti umani.
Intervista ad Amnesty. “Dopo l’epurazione dell’
Intelligence – continua il direttore del
Democratic Voice of Burma – la giunta ha subito pressioni dalla comunità internazionale, ma anche dall’interno.
Così ha cercato di cambiare immagine attraverso l’amnistia ”.
Dello stesso parere è Paolo Pobbiati, coordinatore di
Amnesty per il Myanmar: “L’amnistia è arrivata come un fulmine a cielo sereno. I militari
birmani ci hanno stupito ancora una volta. Abbiamo accolto con grande soddisfazione
il rilascio dei dissidenti, tra i quali c’è il leader delle manifestazioni studentesche
Min Ko Naing, condannato a vent’anni di prigione. Ma non dobbiamo interpretare
questo gesto come un segno di riconciliazione o come l’inizio di un cammino verso
il rispetto dei diritti umani. I prigionieri politici ancora dietro le sbarre
sarebbero circa 1350. Si tratta solo di un tentativo di
make up, con cui il regime vuole mostrarsi non troppo lontano dalle richieste della
comunità internazionale”.
“Il nuovo premier Soe Win – continua Pobbiati - è un grande sostenitore dell’Usda,
il gruppo paramilitare responsabile dei fatti tragici del maggio 2003. Quest’ultimo
è solito arruolare ex criminali. L’amnistia, dunque, potrà fornire molta manovalanza
per altre azioni sporche. Inoltre, adesso che i servizi segreti sono stati smantellati,
l’Usda potrebbe assumerne le funzioni”.
Poche speranze per Suu Kyi. Non possiamo dunque sperare che tra i liberati ci sia presto anche Aung San
Suu Kyi? Il giornalista di Democratic Voice of Burma risponde con un’altra domanda: “Chi ha arrestato il Nobel per la pace? Soe Win
o l’ex capo dei servizi segreti Khin Nyunt? Tutti e due probabilmente”. Le mosse
della dittatura birmana sono imprevedibili.