27/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Myanmar: dietro alla liberazione di migliaia di carcerati, i calcoli di una dittatura feroce
Win TinWin Tin ha 74 anni e da quindici è detenuto in una prigione birmana. Fino al 1989 – anno del suo arresto - era giornalista, scrittore e figura importante della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), il partito del nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, bandito dalla giunta. Per le sue idee è stato rinchiuso in una gabbia per cani, costretto a dormire sul pavimento e lasciato senza acqua e cibo. Adesso, però, potrebbe finalmente uscire di prigione insieme ad altri dissidenti che hanno avuto uguale sorte. Ad annunciarlo è stato il governo dei militari, ma nessuno può dire con certezza se tali promesse saranno mantenute. Dal 18 novembre scorso la giunta ha parlato a più riprese di un’amnistia per migliaia di carcerati: in una settimana sono uscite di prigione oltre 9mila persone, delle quali più della metà oggi, 27 novembre. Tra i liberati però solo quaranta sarebbero ex prigionieri politici. Quasi tutti i detenuti, quindi, si trovavano dietro le sbarre per crimini comuni, anche se in molti casi i termini delle condanne erano decorsi e i processi non erano stati equi. Lo hanno ammesso anche le autorità birmane, svelando (in parte) le ragioni di un’azione così sorprendente: l’Intelligence avrebbe commesso ‘scorrettezze’ nell’imprigionare moltissime persone.
 
giuntaL'epurazione dell'Intelligence. L’ultimo gesto dei dittatori birmani, dunque, deve essere collegato a quanto è accaduto nell’ultimo mese ai vertici del potere. Esattamente un mese prima dell’annuncio dell’amnistia, il 18 ottobre scorso, il primo ministro e capo dei servizi segreti Khin Nyunt è stato allontanato da entrambe le cariche e messo agli arresti domiciliari. Nell’ultimo periodo, hanno perso il posto anche i ministri degli Interni, del Lavoro e degli Esteri, diversi ambasciatori e decine di agenti segreti.
Il direttore del Democratic Voice of Burma, giornale di esuli birmani, spiega a PeaceReporter: “La giunta ha voluto colpire Khin Nyunt e l’Intelligence. La liberazione di migliaia di prigionieri serve a sottolineare le colpe dell’ex premier e a dimostrare che in Myanmar non stanno prevalendo gli hardliner (frange più conservatrici, ndr) come hanno accusato molti osservatori”.
 
aung san suu kyiUn regime sempre più duro.
Secondo molti, la realtà è ben diversa. Larry Jagan, editorialista dell’ Inter Press Service, ha scritto: “In Myanmar sta emergendo una nuova generazione di militari”, lasciando intendere che si tratta della più inflessibile degli ultimi tempi.
La dipartita di Khin Nyunt è stata infatti ordinata dall’anziano Than Shwe, capo supremo della giunta - altrimenti detta ‘Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo’ (Spdc) - e dal suo vice Maung Aye. Nyunt è stato sostituito da un personaggio molto vicino a Shwe,  quel Soe Win che nel maggio 2003 fu mandante dell’arresto di Aung San Suu Kyi e dell’uccisione di settanta suoi seguaci.
Nyunt non era di certo un moderato, ma si distingueva dagli hardliner per un forte pragmatismo. Aveva intuito che l’isolamento interrnazionale del Myanmar poteva essere dannoso e perciò stava lavorando alla liberazione di Suu Kyi - dal maggio 2003 imprigionata nella sua casa della capitale Yangon – e stava cercando la via del dialogo con i gruppi armati delle minoranze etniche. Da diversi anni gli Stati Uniti e l’Unione Europea  infliggono sanzioni al Paese per le continue violazioni dei diritti umani.
 
min ko naingIntervista ad Amnesty. “Dopo l’epurazione dell’Intelligence – continua il direttore del Democratic Voice of Burma – la giunta ha subito pressioni dalla comunità internazionale, ma anche dall’interno. Così ha cercato di cambiare immagine attraverso l’amnistia ”.
Dello stesso parere è Paolo Pobbiati, coordinatore di Amnesty per il Myanmar: “L’amnistia è arrivata come un fulmine a cielo sereno. I militari birmani ci hanno stupito ancora una volta. Abbiamo accolto con grande soddisfazione il rilascio dei dissidenti, tra i quali c’è il leader delle manifestazioni studentesche Min Ko Naing, condannato a vent’anni di prigione. Ma non dobbiamo interpretare questo gesto come un segno di riconciliazione o come l’inizio di un cammino verso il rispetto dei diritti umani. I prigionieri politici ancora dietro le sbarre sarebbero circa 1350. Si tratta solo di un tentativo di make up, con cui il regime vuole mostrarsi non troppo lontano dalle richieste della comunità internazionale”.
“Il nuovo premier Soe Win – continua Pobbiati - è un grande sostenitore dell’Usda, il gruppo paramilitare  responsabile dei fatti tragici del maggio 2003. Quest’ultimo è solito arruolare ex criminali. L’amnistia, dunque, potrà fornire molta manovalanza per altre azioni sporche. Inoltre, adesso che i servizi segreti sono stati smantellati, l’Usda potrebbe assumerne le funzioni”.
 
Poche speranze per Suu Kyi. Non possiamo dunque sperare che tra i liberati ci sia presto anche Aung San Suu Kyi? Il giornalista di Democratic Voice of Burma risponde con un’altra domanda: “Chi ha arrestato il Nobel per la pace? Soe Win o l’ex capo dei servizi segreti Khin Nyunt? Tutti e due probabilmente”. Le mosse della dittatura birmana sono imprevedibili.  

Francesca Lancini

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