Il Kurdistan iracheno è minacciato dal dispotismo, dalla corruzione e dalle disuguaglianze
Alimentata dalle rendite dei pozzi petroliferi del nord del
paese e governata da 15 anni dai partiti nazionalisti curdi, la regione del
kurdistan iracheno vive un momento di grande fioritura economica. Un progresso
minato dalla corruzione, dalla mancanza di servizi, dalle disuguaglianze
sociali e dalla tendenza al dispotismo delle autorità locali.

Regione pacificata? Spesso si sente dire che il
Kudistan iracheno è un'area ormai pacificata, scampata al clima di guerra
civile che minaccia il resto del Paese, ma le cose non stanno esattamente così.
Il governo regionale curdo, contrariamente a quello nazionale, ha un parlamento
e un presidente, ma al suo interno, l’amministrazione regionale è divisa tra i
due principali partiti curdi: il Partito Democratico del Kurdistan, Pdk,
controlla Erbil e Dohuk, mentre l’Unione Patriottica del Kurdistan, Puk,
amministra il governatorato di Suleimaniyah. All’interno delle rispettive
province i due partiti monopolizzano il potere, controllano economia,
giustizia, informazione, e minacciano le libertà civili dei cittadini. Pdk e
Puk sono al potere dal 1991, quando gli Usa imposero a Saddam la no flight zone
sul nord del Paese. In diverse circostanze, anche in passato, i due partiti
hanno cercato di sottrarsi reciprocamente il controllo su parti del territorio,
ma così facendo hanno finito col perdere il sostegno della popolazione, che
inizia a manifestare segni di insofferenza. Un primo segnale in questa
direzione si è visto durante le elezioni di dicembre, quando i due partiti sono
stati sfidati da una terza formazione curda, la Kurdish Islamic Union, Kiu, che
li accusò di essere fantocci nelle mani delle potenze straniere. Un’altro
episodio di scontento si è verificato a metà marzo ad Halabja, dove ricorreva
l’anniversario della strage di curdi per cui è attualmente processato Saddam.
Allora, circa duemila persone si raccolsero presso il memoriale della strage
per protestare il fatto che quel monumento fosse la sola opera pubblica pagata
dalle autorità regionali dall’inizio della guerra (e inaugurata a fine 2003
alla presenza di Rumsfeld, ndr). Quando i manifestanti presero d’assalto il
memoriale vennero respinti dai miliziani peshmerga il cui intervento provocò
una vittima, diversi feriti e almeno 80 arresti. Le autorità curde tentarono in
ogni modo di insabbiare l’episodio, che metteva a nudo le crepe nel sostegno
della popolazione curda ai due partiti: molti giornalisti vennero picchiati,
minacciati, e vennero sequestrate molte videocassette.
Petrolio e affari. Il 17 percento dei profitti
nazionali del petrolio finisce nelle casse dell’amministrazione regionale
curda, ma per incrementare le rendite il governo locale sta concedendo
contratti di produzione e perforazione a compagnie straniere come la norvegese
Dno, la turca Petrol Oil e General Energy, e l’australiana Woodside Petroleum.
Questi fondi extra sono destinati a rimanere nelle casse del Kurdistan, come
anche tutti i guadagni derivati dai numerosi investitori che stanno creando
delle basi operative nel nord, per essere pronti a buttarsi sul mercato
iracheno non appena ci saranno le condizioni di sicurezza minime. Un’altra
ingente fonte di ricchezza per la regione sarà la città petrolifera di Kirkuk,
che potrebbe essere inclusa nella ragione curda entro il 2007. Gli aeroporti di
Erbil e Suleimaniyah sono stati promossi a transiti internazionali e nelle città
stanno sorgendo molti hotel, centri commerciali e uffici. “Un’esplosione
economica di cui la popolazione non sta godendo i vantaggi”, come si legge in
un report di Corea Herald: “La regione di Irbil rimane sottosviluppata con un
alto livello di analfabetismo, disoccupazione e mancanza di infrastrutture,
come strade, elettricità e acqua. Nonostante questo stato di bisogno
generalizzato i membri del Pdk e del Puk hanno sempre la precedenza nelle
assegnazioni degli impieghi, nei contratti d’affari, all’università e persino
negli ospedali.” A metà marzo, il corrispondente per il Times Andrew Lee
Butters raccontava che “Il Kurdistan iracheno è un autentico stato di polizia,
dove la Asayish, la sicurezza militare, ha una casa in ogni quartiere, e la
Parastin, la polizia segreta, controlla le conversazioni telefoniche e anche le
preghiere del venerdì. Spesso queste misure di sicurezza vengono usate dai
partiti per attaccare gli oppositori e le organizzazioni civili indipendenti”.
Oltre a ciò, i sue principali partiti curdi hanno anche le loro milizie, che
coincidono sostanzialmente con gli eserciti locali.

Tre compromessi. Nel Kurdistan iracheno anche i media
sono controllati e censurati. Rebil Ismael, ex editore di un quotidiano locale,
spiega che “tutti i giornalisti non collegati con un partito sono minacciati.
Se scrivi qualcosa contro il loro interesse ti faranno arrestare o ti
chiameranno al telefono per intimidirti.” Esemplare in questo senso è stato il
caso dello scrittore iracheno con cittadinanza austriaca, Kamal Kadir Karim,
arrestato e condannato a 30 anni di galera per aver diffamato in un articolo il
presidente della regione Massud Barzani. Il montare delle proteste tra la
popolazione, insieme alla concorrenza del partito islamico curdo, stanno però
spingendo
le autorità regionali verso posizioni più accomodanti. Tre recenti episodi
vanno in questo senso: a fine marzo Barzani ha dichiarato che la sua priorità
è
il welfare, e ha annunciato un piano di ricostruzioni per le zone più povere,
come la provincia di Halabja, sede degli scontri al memoriale delle vittime di
Saddam. Il governo regionale ha anche ottenuto dal tribunale internazionale
l’apertura di un nuovo processo contro l’ex dittatore, per altre due stragi
compiute contro curdi durante la campagna dell’Anfal, nel 1997 e nel 1989.
Infine, ancora Barzani, ha dato prova di generosità e di attenzione verso
l’opinione pubblica internazionale, inizialmente riducendo la pena di Kadir
Karim a 18 mesi, e pochi giorni dopo, annullando del tutto la condanna.