13/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Note di viaggio nella Kurdistan iracheno, con la delegazione dei Sindaci per la pace
Scritto per noi da
Roberto Del Bianco*
 
Festeggiamenti per il Newroz
Voglio iniziare con un ricordo, quello del capodanno curdo, il Newroz, non in Turchia, ma nel Kurdistan iracheno: l’unica regione dove il popolo curdo sembra avere finalmente trovato una fragile pace, accompagnata da un esperimento di democrazia. Un Newroz che qui, a differenza dalle notizie allarmanti che vengono dalla Turchia, è stato vissuto in modo direi quasi "borghese", sicuramente in maniera meno drammatica rispetto ai loro vicini di confine. Nelle campagne attorno a Erbil abbiamo assistito a una sorta di immenso picnic collettivo, i tappeti sull'erba, gli abiti tradizionali - le donne con colori vivaci, gli uomini coi pantaloni a larghe falde - le danze a gruppi, il fuoco acceso, qualche bambino intento a far volare nel cielo gli aquiloni. C’eravamo anche noi, una delegazione di Sindaci italiani invitati in Iraq per partecipare alle celebrazioni dell'anniversario del bombardamento di Halabja: la cittadina ai confini con l'Iran su cui, nel 1988, Saddam utilizzò armi chimiche. I gas nervini e cianidrici causarono 5 mila morti e un numero imprecisato di hibakusha, sopravvissuti al massacro ma con conseguenze cliniche ancora oggi evidenti. Dopo gli impegni istituzionali (gli incontri con Sindaci, Parlamento e ministri, ma anche le visite a scuole, ospedali e villaggi) siamo stati catapultati in attività più vicine allo spirito della gente. Tra cui appunto i festeggiamenti del Capodanno.
 
Mappa ideale del KurdistanDopo la raggiunta autonomia della regione, e dopo che i due partiti al potere nelle differenti provincie di Erbil e di Suleymanya (il Pdk e il Puk, un po’ come il centrodestra e il centrosinistra qui da noi) hanno smesso di combattersi per far fronte comune contro Saddam, i curdi di qui hanno vissuto in pace. Una pace che ha permesso di far crescere istituzioni rappresentative, come il Parlamento e ministeri, e che ha iniziato ad attrarre investimenti stranieri. Nelle campagne i villaggi sono ancora costruzioni basse, in pietra viva e con tetti di paglia o di lamiera, mentre le grandi città si rivelano a scacchiera come cantieri aperti: un'architettura che vede un palazzo o una fontana moderna, costruiti in mezzo ad aree ancora in disuso o in ricostruzione.
Qua e là, in cubicoli simili ai nostri box per le vetture, ci sono negozietti di materiali tecnologici anche recenti: elettrodomestici, tv, telefoni satellitari, e computer all’ultimo grido. Per le strade, bancarelle di vendita di frutta e verdura, si alternano agli immancabili, chiamiamoli così, distributori di benzina fai-da-te. Pile di taniche di carburante vengono vendute di contrabbando, in un Paese dove è paradossale che la benzina sia razionata: 20 litri ciascuno alla settimana.
  Il presidente iracheno Jalal Talabani
I curdi Iracheni hanno un opinione positiva degli Stati Uniti perché grazie al loro intervento –nel ’91 con la guerra del Golfo e dal 2003 con l’attuale conflitto- si sono potuti liberare dal giogo di Saddam Hussein. Il paragone con l’Italia del dopoguerra suona facile, ma qualcosa è sicuramente diverso: la regione innanzitutto è un mercato molto appetibile per gli investitori stranieri, in secondo luogo, le potenze occidentali hanno tutto l’interesse a far si che la via curda diventi una testa di ponte con cui procedere all’occidentalizzazione del Paese. Uno sforzo di sicuro va fatto, per far sì che i fondi internazionali comprendano anche opere di necessità sociale, ricostruzioni e restauri di città e strade, razionalizzazione dei piani regolatori, bonifica delle acque e dei terreni. Il 16 marzo scorso ad Halabja, in occasione dell’anniversario della strage compiuta da Saddam, una manifestazione di dissenso davanti al monumento commemorativo della strage degenerò in scontri con la polizia e con l'incendio del mausoleo stesso. La gente protestava contro il disinteresse dei governanti curdi per la ristrutturazione delle infrastrutture. Di certo buona parte delle risorse economiche della regione curda sono tuttora impiegate nella sicurezza, lo dimostra la presenza di uomini armati in ogni dove. Però va anche detto che qui ogni maschio adulto è ancora per tradizione un guerriero.
 
Gli amici curdi italiani nostri accompagnatori mi confermano l'attenzione dei propri connazionali nei confronti del mondo occidentale: come mentalità si sentono più simili a noi che ai vicini arabi; anche l’islam (imposto anticamente ma mai sentito del tutto proprio) è tuttora vissuto in modo relativamente laico. Essi più che a uno Stato curdo che comprenda anche i curdi Turchi e Siriani (ideale a cui comunque non rinunciano), sperano nell'immediato, nel consolidamento dell'autonomia della regione in Iraq.
 
 
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Iraq