Note di viaggio nella Kurdistan iracheno, con la delegazione dei Sindaci per la pace
Scritto per noi da
Roberto Del Bianco*

Voglio iniziare
con un ricordo, quello del capodanno curdo, il Newroz, non in Turchia, ma nel
Kurdistan iracheno: l’unica regione dove il popolo curdo sembra avere
finalmente trovato una fragile pace, accompagnata da un esperimento di
democrazia. Un Newroz che qui, a differenza dalle notizie allarmanti che
vengono dalla Turchia, è stato vissuto in modo direi quasi
"borghese", sicuramente in maniera meno drammatica rispetto ai loro
vicini di confine. Nelle campagne attorno a Erbil abbiamo assistito a una sorta
di immenso picnic collettivo, i tappeti sull'erba, gli abiti tradizionali - le
donne con colori vivaci, gli uomini coi pantaloni a larghe falde - le danze a
gruppi, il fuoco acceso, qualche bambino intento a far volare nel cielo gli
aquiloni. C’eravamo anche noi, una delegazione di Sindaci italiani invitati in
Iraq per partecipare alle celebrazioni dell'anniversario del bombardamento di
Halabja: la cittadina ai confini con l'Iran su cui, nel 1988, Saddam utilizzò
armi chimiche. I gas nervini e cianidrici causarono 5 mila morti e un numero
imprecisato di hibakusha, sopravvissuti al massacro ma con conseguenze cliniche
ancora oggi evidenti. Dopo gli impegni istituzionali (gli incontri con Sindaci,
Parlamento e ministri, ma anche le visite a scuole, ospedali e villaggi) siamo
stati catapultati in attività più vicine allo spirito della gente. Tra cui
appunto i festeggiamenti del Capodanno.

Dopo la
raggiunta autonomia della regione, e dopo che i due partiti al potere nelle
differenti provincie di Erbil e di Suleymanya (il Pdk e il Puk, un po’ come il
centrodestra e il centrosinistra qui da noi) hanno smesso di combattersi per
far fronte comune contro Saddam, i curdi di qui hanno vissuto in pace. Una pace
che ha permesso di far crescere istituzioni rappresentative, come il Parlamento
e ministeri, e che ha iniziato ad attrarre investimenti stranieri. Nelle
campagne i villaggi sono ancora costruzioni basse, in pietra viva e con tetti
di paglia o di lamiera, mentre le grandi città si rivelano a scacchiera come
cantieri aperti: un'architettura che vede un palazzo o una fontana moderna,
costruiti in mezzo ad aree ancora in disuso o in ricostruzione.
Qua e là, in
cubicoli simili ai nostri box per le vetture, ci sono negozietti di materiali
tecnologici anche recenti: elettrodomestici, tv, telefoni satellitari, e
computer all’ultimo grido. Per le strade, bancarelle di vendita di frutta e
verdura, si alternano agli immancabili, chiamiamoli così, distributori di
benzina fai-da-te. Pile di taniche di carburante vengono vendute di
contrabbando, in un Paese dove è paradossale che la benzina sia razionata: 20
litri ciascuno alla settimana.

I curdi
Iracheni hanno un opinione positiva degli Stati Uniti perché grazie al loro
intervento –nel ’91 con la guerra del Golfo e dal 2003 con l’attuale conflitto-
si sono potuti liberare dal giogo di Saddam Hussein. Il paragone con l’Italia
del dopoguerra suona facile, ma qualcosa è sicuramente diverso: la regione
innanzitutto è un mercato molto appetibile per gli investitori stranieri, in secondo
luogo, le potenze occidentali hanno tutto l’interesse a far si che la via curda
diventi una testa di ponte con cui procedere all’occidentalizzazione del Paese.
Uno sforzo di sicuro va fatto, per far sì che i fondi internazionali
comprendano anche opere di necessità sociale, ricostruzioni e restauri di città
e strade, razionalizzazione dei piani regolatori, bonifica delle acque e dei
terreni. Il 16 marzo scorso ad Halabja, in occasione dell’anniversario della
strage compiuta da Saddam, una manifestazione di dissenso davanti al monumento
commemorativo della strage degenerò in scontri con la polizia e con l'incendio
del mausoleo stesso. La gente protestava contro il disinteresse dei governanti
curdi per la ristrutturazione delle infrastrutture. Di certo buona parte delle
risorse economiche della regione curda sono tuttora impiegate nella sicurezza,
lo dimostra la presenza di uomini armati in ogni dove. Però va anche detto che
qui ogni maschio adulto è ancora per tradizione un guerriero.
Gli amici curdi
italiani nostri accompagnatori mi confermano l'attenzione dei propri
connazionali nei confronti del mondo occidentale: come mentalità si sentono più
simili a noi che ai vicini arabi; anche l’islam (imposto anticamente ma mai
sentito del tutto proprio) è tuttora vissuto in modo relativamente laico. Essi
più che a uno Stato curdo che comprenda anche i curdi Turchi e Siriani (ideale
a cui comunque non rinunciano), sperano nell'immediato, nel consolidamento
dell'autonomia della regione in Iraq.