Un giornalista che ha vissuto l'invasione dell'Iraq dice la sua sugli orrori della guerra
Questo reportage, tratto dal sito VillageVoice.com, è stato scritto da Evan Wright, un giornalista embedded per due mesi con un'unità
dei Marines all'inizio del conflitto iracheno. Dalla sua esperienza è nato il libro
Generation Kill, uscito la scorsa estate negli Stati Uniti.

Il 9 aprile 2003, il giorno in cui a Baghdad fu tirata giù la statua di Saddam
Hussein, in segno della promessa liberazione dell’Iraq, ero
embedded con un’unità dei Marines impegnata in un feroce scontro a fuoco nei sobborghi
di Baquba, circa 50 chilometri a nord della città. Nel pomeriggio l’Humvee su
cui viaggiavo seguiva a circa 15 metri di distanza un veicolo leggero blindato
dei Marines che, ad un certo momento, si fermò vicino a un pick-up Toyota spinto
ai margini della strada, con gli sportelli perforati da numerosi colpi di proiettile.
Si vedeva la testa di almeno un passeggero, ma non riuscii a capire se si muovesse
o meno, né vedevo alcuna arma. Appena il nostro Humvee si fermò dietro alla camionetta,
un Marine del veicolo di testa scese, puntò il suo fucile contro la finestra del
pick-up e lo tempestò di proiettili. Fu un’esecuzione a sangue freddo.
Quando, continuando il nostro percorso, passammo davanti al pick-up, intravidi
almeno due corpi sdraiati sul sedile, e gli interni completamente macchiati di
sangue. Durante quell’attimo in cui guardai, non fui in grado di stabilire se
gli uomini erano armati. Nessuno dei quattro Marines nel nostro Humvee disse nulla.
Eravamo svegli da più di 30 ore, la maggior parte delle quali trascorse sotto
il costante bombardamento di razzi, granate e colpi d’arma da fuoco di nemici
combattenti travestiti da civili, che si muovevano sul campo di battaglia con
dei pick-up Toyota. (Per rendere la situazione ancora più confusa, all’apice dei
combattimenti, i contadini correvano nei campi circostanti – da dove i combattenti
ci sparavano nascosti in piccole trincee – per salvare le pecore dai colpi di
arma da fuoco).
Pochi minuti prima eravamo passati vicino a più di una dozzina di corpi distesi
ai lati della strada. Ad alcuni era stata fatta saltare la parte alta del cranio,
colpita da esperti Marines. Altri erano bruciati – stavano ancora fumando - essendo
strisciati fuori dalle loro auto colpite dai razzi sparati dagli elicotteri dei
Marines. Non valeva la pena commentare l’esecuzione di un paio di altre persone.

Osservai quegli iracheni morti con uno strano senso di sollievo. Almeno non avrebbero
più cercato di ucciderci quel giorno. Nelle due settimane e mezzo precedenti,
l’unità dei Marines con cui ero
embedded aveva subito frequenti attacchi nemici e tre Marines erano stati feriti. C’erano
23 fori di proiettile nell’Humvee su cui viaggiavo, ma miracolosamente nessuno
di noi cinque era stato colpito. Avevo sviluppato uno strano rapporto con la vista
dei cadaveri iracheni: mi sentivo più al sicuro quando li vedevo.
Mi sentivo particolarmente confortato quando sulla strada vedevo dei morti stringere
ancora le loro armi tra le mani, cosa abbastanza comune. Sfortunatamente, tra
le centinaia di cadaveri che vidi lungo la strada che porta dal confine col Kuwait
a Baghdad, il 20 per cento o forse più erano evidentemente civili. Non dimenticherò
mai la visione di tre o quattro donne fatalmente colpite e parzialmente carbonizzate,
ancora sedute all’interno di un autobus sulla strada a nord di Nassiriya. O la
bambina, di circa 4 anni, che giaceva ai bordi della strada nel suo bel vestitino
e le gambe nettamente e inspiegabilmente mozzate all’altezza del ginocchio. Grazie
al cielo, pensai in quel momento, era morta come tutti gli altri.
Dopo il mio ritorno dall’Iraq, ho continuato ad assistere agli orrori della guerra,
mostrati dalle televisioni. E’ diverso vedere la violenza decontestualizzata,
lontano dal campo di battaglia, mostrata in videoclip tra una pubblicità e l’altra.
Le immagini dei militari che decapitano i prigionieri in stanze che sembrano luoghi
di tortura, i carnefici che indossano una maschera e le vittime con una tuta colorata,
sembrano più che mai grotteschi spettacoli televisivi.
Uno dei più grandi paradossi dell’amministrazione Bush, così ossessionata dai
valori cristiani e dalla crociata personale volta a punire ciò che di osceno e
indecente viene proposto dai media, come il seno nudo di Janet Jackson, è che
ci ha dato una guerra i cui filmati delle esecuzioni sono diventati un’abitudine
sulle televisioni nazionali. Il conflitto in Iraq, visto attraverso i programmi
di informazione, comincia a somigliare a quella macabra serie degli anni ’80,
Facce di Morte. Metteteci le immagini prodotte dall’esercito statunitense ad Abu Ghraib, e l’amministrazione
si mette in corsa per competere con il lato sado-maso dell’industria pornografica.

Proprio quando credevo di starmi abituando alla carneficina, il corrispondente
della Nbc Kevin Sites,
embedded con le forze Usa a Falluja, ci ha mostrato il filmato choc della scorsa settimana:
il video di un Marine che, di fronte a un arabo ferito e apparentemente disarmato
steso sul pavimento di una moschea, lo uccide sparandogli alla testa.
Mi sono tornati così in mente gli episodi del 9 aprile e altri a cui avevo assistito
in Iraq. Eppure, vedendo questo in tv, ho sentito la stessa rabbia di molte altre
persone. Ci piace credere che i soldati americani non sparano a uomini disarmati.
Non solo perché è moralmente ripugnante ma anche perché l’esecuzione di combattenti
non armati e feriti viola il terzo articolo della Convenzione di Ginevra relativa
al trattamento dei prigionieri di guerra. Esso stabilisce che “i prigionieri che
non hanno preso parte ai combattimenti, inclusi i membri degli eserciti che hanno
deposto le armi e tutti coloro messi fuori combattimento da malattie, ferite,
detenzioni o qualunque altra causa, devono essere trattati umanamente in qualunque
caso”.
Anche a coloro che non conoscono la Convenzione di Ginevra, appare ovvio che
da quello che si è visto nelle immagini della moschea, è stato commesso un crimine
di guerra. La risposta dell’amministrazione e dei responsabili militari è stata
insolitamente rapida. L’ambasciatore americano in Iraq, John Negroponte, ha espresso
il suo rammarico per quanto accaduto al primo ministro Ayad Allawi, promettendo
che “la persona in questione sarà indagata”. Il Marine nel video, il cui nome
non è stato rivelato, è stato sospeso dal servizio, e i suoi comandanti hanno
rilasciato una dichiarazione con la quale promettono di indagare su quello che
hanno definito “un presunto caso di uso illegale della forza per uccidere un nemico
combattente”. Il generale John F. Sattler, comandante del 1° Corpo di Spedizione
dei Marines in Iraq, in un’intervista ha aggiunto: “Noi seguiamo le norme del
conflitto armato e ci atteniamo ad alti standard di responsabilità”.