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Corrono a piedi nudi
sulla terra, inseguendo il pallone. Urlano, sgomitano, qualche volta si
arrabbiano, ma soprattutto sorridono, unico momento spensierato in mezzo a
tanta sofferenza. Nel cuore della selva del Magdalena Medio colombiano, manca
tutto: acqua corrente, bagni, fogne, luce, generi alimentari. Ma il campo da
calcio no. È stato ricavato sulla spianata centrale, l’unica, attorno alla
quale sono state costruite umili baracche di legno, fragili abitazioni per
centinaia di contadini sfollati per la violenza.
Tutti in campo. “Vamos compañeros!”. È il
richiamo. Le divise sono improvvisate: chi indossa magliette stracciate, chi
preferisce starsene a petto nudo. Le squadre miste e disordinate. In porta,
quello dai piedi scarsi. Si fronteggiano: da una parte gli abitanti di Alto
Cañabraval, dall’altra il resto del mondo. Viene da sorridere, ma è così che
viene chiamata la squadra dove militano i membri dell’Associazione contadina
della Valle del rio Cimitarra, ospiti insoliti in quegli assolati giorni di
gennaio. Sono arrivati fin lì per una settimana di riflessione annuale sui
progetti comuni da realizzare nella vasta area agricola che va dal Sur de
Bolivar al Nordeste. Sono colombiani, ma provengono dalle zone più disparate.
E
dato che occupano un posto d’onore nella lista nera dei paramilitari e quindi
sulle loro teste pende da tempo un’inesorabile condanna a morte, quale miglior
luogo per lavorare tranquilli di quel caserío in mezzo a due fuochi?
Sotto, a tre ore di carro, l’esercito. Sopra, la guerriglia: Forze
armate rivoluzionarie della Colombia ed Esercito di liberazione nazionale.
All'ultimo goal. Sono giorni diversi
questi di metà gennaio. Tutta quella gente, quei leader campesinos accompagnati
da giovani internazionali, regalano un’atmosfera di festa a quel paese dimenticato
da
dio e dallo Stato. Almeno questa volta, a spezzare la monotonia dei lenti
giorni contadini non sono i passi degli anfibi militari, né il rumore degli
aerei che seminano diserbanti. Oggi si gioca a calcio in una vera sfida all’ultimo
goal. E non è la solita partita fra amici. L’Alto Cañabraval convoca i suoi
migliori giocatori, la posta in palio è alta: c’è l’onore, la dignità. Perché
non si gioca solo contro altri colombiani, benché sconosciuti. Fra gli sfidanti
militano pure gli stranieri. C’è un’italiana, sì una donna, un giovane donna
che di mestiere fa l’accompagnatrice internazionale per Ipo, l’Osservatorio per
la Pace, e che non resiste al richiamo del pallone. “Ho sempre adorato giocare
a calcio. Come posso mancare proprio questa partita”, dice sorridendo, mentre
si riscalda a bordo campo. E un inglese, il fotografo che ci accompagna in
questo giro per la Colombia. Non parla una parola di spagnolo, ma che importa:
per giocare non è necessario parlare la stessa lingua. Il calcio è uno sport,
basta uno sguardo per capirsi.
Nonostante tutto. Il fischio d’inizio è
sostituito da un grido: “Adelante!” e la partita s’impenna. A bordo campo,
delimitato da linee laterali immaginarie - non c’è traccia né di gesso né di
erba - c’è un tifo da stadio. Tutte le donne accorrono sorridenti: “Non
possiamo perdercela” e l’atmosfera è esilarante. I cori sono allegri,
accompagnati da immancabili balletti. Il ritmo caliente del Sud America
ha la meglio e in campo il divertimento è assicurato. Stella Spinelli