12/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Giocano in mezzo al nulla, unico momento di svago in mezzo a una guerra fratricida lunga 40 anni
Partita di calcio. Foto di Matt ShonfeldCorrono a piedi nudi sulla terra, inseguendo il pallone. Urlano, sgomitano, qualche volta si arrabbiano, ma soprattutto sorridono, unico momento spensierato in mezzo a tanta sofferenza. Nel cuore della selva del Magdalena Medio colombiano, manca tutto: acqua corrente, bagni, fogne, luce, generi alimentari. Ma il campo da calcio no. È stato ricavato sulla spianata centrale, l’unica, attorno alla quale sono state costruite umili baracche di legno, fragili abitazioni per centinaia di contadini sfollati per la violenza.
E il calcio, quassù, fra le assolate montagne di una Colombia senza tempo, ha un sapore genuino, di primitiva carnalità. Il pallone è la sfida, il biglietto per un’ora di evasione, la sola in un paese nascosto dal mondo, figlio della guerra e inseguito dalla morte.
 
Gruppo di colombiani si sta preparando alla partita. Foto di Matt ShonfeldTutti in campo. “Vamos compañeros!”. È il richiamo. Le divise sono improvvisate: chi indossa magliette stracciate, chi preferisce starsene a petto nudo. Le squadre miste e disordinate. In porta, quello dai piedi scarsi. Si fronteggiano: da una parte gli abitanti di Alto Cañabraval, dall’altra il resto del mondo. Viene da sorridere, ma è così che viene chiamata la squadra dove militano i membri dell’Associazione contadina della Valle del rio Cimitarra, ospiti insoliti in quegli assolati giorni di gennaio. Sono arrivati fin lì per una settimana di riflessione annuale sui progetti comuni da realizzare nella vasta area agricola che va dal Sur de Bolivar al Nordeste. Sono colombiani, ma provengono dalle zone più disparate. E dato che occupano un posto d’onore nella lista nera dei paramilitari e quindi sulle loro teste pende da tempo un’inesorabile condanna a morte, quale miglior luogo per lavorare tranquilli di quel caserío in mezzo a due fuochi? Sotto, a tre ore di carro, l’esercito. Sopra, la guerriglia: Forze armate rivoluzionarie della Colombia ed Esercito di liberazione nazionale.
 
Giovane italiana gioca a calcio con gli amici colombiani. Foto di Matt ShonfeldAll'ultimo goal. Sono giorni diversi questi di metà gennaio. Tutta quella gente, quei leader campesinos accompagnati da giovani internazionali, regalano un’atmosfera di festa a quel paese dimenticato da dio e dallo Stato. Almeno questa volta, a spezzare la monotonia dei lenti giorni contadini non sono i passi degli anfibi militari, né il rumore degli aerei che seminano diserbanti. Oggi si gioca a calcio in una vera sfida all’ultimo goal. E non è la solita partita fra amici. L’Alto Cañabraval convoca i suoi migliori giocatori, la posta in palio è alta: c’è l’onore, la dignità. Perché non si gioca solo contro altri colombiani, benché sconosciuti. Fra gli sfidanti militano pure gli stranieri. C’è un’italiana, sì una donna, un giovane donna che di mestiere fa l’accompagnatrice internazionale per Ipo, l’Osservatorio per la Pace, e che non resiste al richiamo del pallone. “Ho sempre adorato giocare a calcio. Come posso mancare proprio questa partita”, dice sorridendo, mentre si riscalda a bordo campo. E un inglese, il fotografo che ci accompagna in questo giro per la Colombia. Non parla una parola di spagnolo, ma che importa: per giocare non è necessario parlare la stessa lingua. Il calcio è uno sport, basta uno sguardo per capirsi.
 
Baracche dove vivono gli abitanti di Alto Canabraval. Foto di Matt ShonfeldNonostante tutto. Il fischio d’inizio è sostituito da un grido: “Adelante!” e la partita s’impenna. A bordo campo, delimitato da linee laterali immaginarie - non c’è traccia né di gesso né di erba - c’è un tifo da stadio. Tutte le donne accorrono sorridenti: “Non possiamo perdercela” e l’atmosfera è esilarante. I cori sono allegri, accompagnati da immancabili balletti. Il ritmo caliente del Sud America ha la meglio e in campo il divertimento è assicurato.
Per 60 minuti, almeno, ci dimentichiamo di essere in una Colombia martoriata da una guerra interna lunga oltre 40 anni. Ci dimentichiamo che le rappresaglie militari e paramilitari incombono; che la guerriglia è lì in agguato e pronta a rispondere al fuoco; e che quel piccolo paese potrebbe venir spazzato via, da un momento all’altro. In quei minuti tutto è ridimensionato: il pallone è il solo pensiero, la porta l’unica meta. Il darsela a gambe, una volta tanto, non è per scappare da qualcuno armato fino ai denti; e le grida non sono di paura, né esprimono terrore.
 
Momenti di gloria. Si gioca a calcio. Punto e basta. E sono i padroni di casa ad avere la meglio. Hanno la squadra più giovane e scattante, e infilano un goal dietro l’altro. “Abbiamo perso – sorride Cesar, el profesor, un giornalista 38enne dell’Acvc, che tiene i corsi di aggiornamento per i suoi compagni – ma ci siamo divertiti. Ne abbiamo presi così tanti che ho perso il conto”. E l’Alto Cañabraval esulta, godendosi quel momento di gloria, piccolo ma infinito, una boccata di ossigeno prima di tornare con la mente nell’afa di una guerra fratricida.   
 

Stella Spinelli

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