Il Corriere della Sera non pubblica i dati di PeaceReporter sulla guerra in Afghanistran
Il Corriere della Sera
ha pubblicato ieri, venerdì 7 aprile, un articolo contenente un’intervista
fatta al nostro direttore, Maso Notarianni, in cui lui aveva dato le cifre che
dimostrano una realtà: la guerra in Afghanistan non è affatto finita, come ci
vogliono far credere: “1.500 morti nel 2002, mille nel 2003, settecento nel
2004. Il 2005 si è chiuso con il bilancio più pesante del ‘dopoguerra’: duemila
morti, e il 2006 ha la stessa tendenza: nei primi tre mesi dell’anno si contano
già 470 morti”.
Ma l’articolista nel pezzo gli ha fatto dire un’altra
cosa: “In Afghanistan la guerra non è mai finita, anzi dal 2004 c’è
stata una vera e propria offensiva talebana. Se esci da Kabul il controllo del
territorio non è in mano né al governo né alle forze occidentali”. Un’opinione,
invece che una notizia documentata da cifre incontestabili, per di più fatta seguire
alle
parole di Emma Bonino: “Ma certo che la guerra è finita: ci sono ancora un po’
di scorribande talebane, ma non la chiamerei guerra”.
Tutto questo dopo che, in
risposta a un articolo apparso sul Corriere in cui si affermava che la
guerra in Afghanistan era finita, avevamo mandato alla rubrica delle lettere
del quotidiano di Via Solferino un nostro intervento sulla questione, che non
è
stato pubblicato. Lo riportiamo qui di seguito.
Scorribande. La guerra in Afghanistan è finita?
Purtroppo non è assolutamente vero. Anzi, da un anno a questa parte la
resistenza armata talebana contro le forze d’occupazione statunitensi e contro
quelle del governo Karzai si è intensificata raggiungendo un livello quasi
‘iracheno’. I numeri parlano chiaro.
I primi tre anni di ‘dopoguerra’ hanno visto un progressivo
indebolimento della resistenza talebana e un conseguente calo dell’intensità
dei combattimenti: 1.500 morti nel 2002, mille nel 2003, settecento nel 2004.
Ma poi il vento è cambiato. I talebani rifugiati in Pakistan si sono
riorganizzati grazie al sostegno dei servizi segreti di Islamabad (Isi),
all’appoggio dei movimenti integralisti pachistani e alle armi acquistate con
gli incassi record del raccolto d’oppio 2004.
Così nel 2005, i guerriglieri del mullah Omar sono dilagati
dal confine pachistano a tutte le province meridionali afgane riprendendo
sostanzialmente il controllo di tutto il sud del paese. Gli attacchi contro
convogli e basi dell’esercito governativo afgano e di quello americano si sono
intensificati fino a costringere le forze Usa a riprendere i bombardamenti
aerei e a sferrare imponenti offensive terresti, come non si erano viste
nemmeno nel 2001.
Il 2005 si è chiuso con il bilancio più pesante del
‘dopoguerra’: duemila morti, di cui la metà talebani (o presunti tali), 330
civili, 430 militari afgani, 99 soldati Usa (il doppio che negli anni
precedenti) e 30 soldati del contingente Isaf-Nato (contro i 6 del 2004) – sono
le cifre ufficiali fornite dai comandi militari. E il 2006 si è aperto nel
segno della stessa preoccupante tendenza. Nei primi tre mesi dell’anno si
contano già 470 morti, di cui 111
civili, 113 talebani, 215 militari afgani, 25 soldati Usa e 6 del contingente
Isaf-Nato. Con in più l’inquietante novità del ricorso, da parte dei talebani,
agli attentati suicidi: già una ventina dall’inizio dell’anno.
La guerra in Afghanistan è tutt’altro che finita.