E’ la mattina del 14 Marzo 2006. Dopo nove mesi di attesa, Naima sente
che si avvicina l’ora in cui il suo quinto figlio verrà alla luce.
Naima non ha ancora trent’anni e vive a Hizma, un piccolo villaggio a
una manciata di chilometri da Gerusalemme, che vede dalle finestre di
casa, così vicina eppure così lontana visto che il muro, con il suo
cupo grigiore, separa il suo villaggio dalla città.

Gerusalemme è irraggiungibile per quelli che, come Naima, non
possiedono la carta di identità di Gerusalemme. Appena Naima sente i
primi dolori che preannunciano la nascita di suo figlio, decide, come
ha fatto le altre volte, di prendere un taxi e dirigersi verso
Ramallah: suo figlio non potrà nascere a Gerusalemme, così vicina
eppure così lontana. Il tragitto per raggiungere Ramallah, distante una decina
di
chilometri, è di circa tre quarti d’ora, considerando i vari ostacoli,
le strade che i Palestinesi non possono percorrere e i checkpoints. Ma
non è un giorno come gli altri, è in corso l’assedio israeliano alla
prigione di Gerico e la tensione è più alta del solito: i controlli
delle forze d’occupazione israeliane sono più intensi, tanto da rendere
quasi impossibile spostarsi. Ma Naima non può aspettare, suo figlio sta per nascere e, accompagnata
dalla madre, sale sul primo taxi disponibile, che dopo poche centinaia
di metri viene fermato da una pattuglia di militari israeliani. Il
veicolo blindato sbarra loro la strada, è un cosiddetto ‘flying
checkpoint’, in qualsiasi istante i militari possono bloccare il flusso
di mezzi e persone sulle strade della Cisgiordania. I documenti dei
passeggeri del taxi vengono scrupolosamente controllati e dopo circa un
quarto d’ora l’auto viene lasciata passare.

Ma dopo pochi chilometri il taxi deve nuovamente fermarsi, c’è coda, le
auto sono incolonnate e non sembrano destinate a muoversi rapidamente.
I dolori sono ancora sopportabili e dopo aver atteso mezz’ora Naima e
la madre decidono di scendere e proseguire a piedi, superano la colonna
di vetture e raggiungono un altro ‘flying checkpoint’, mostrano i loro
documenti ai militari e chiedono di essere lasciate passare in fretta
visto che c’è una nuova vita in attesa di venire alla luce, non può
aspettare. Dopo il secondo controllo Naima e la madre prendono un altro
taxi, mentre i dolori si fanno più intensi e le contrazioni più
frequenti. L’auto percorre la strada dissestata e ogni buca è una
pugnalata per Naima, che sente il parto avvicinarsi e la paura di non
raggiungere l’ospedale crescere, ma gli ostacoli non sono finiti. Il
taxi si ferma davanti alla sbarra che chiude la strada per accedere a
Ramallah, ma ci sono ancora più di 300 metri prima che Naima possa
raggiungere a piedi i cancelli di ferro del ‘terminal’ di Atarot
(Qalandia) e successivamente proseguire per Ramallah con un altro taxi.

Mentre cammina i dolori diventano insopportabili, il tempo non è
abbastanza e sente le forze scemare, fa in tempo a raggiungere il muro
in prossimità del checkpoint e si accascia al suolo: suo figlio sta
nascendo ai piedi del muro della “hafrada” (separazione in
ebraico). Un medico di passaggio le presta soccorso e così fanno
i passanti, i
militari israeliani di servizio al checkpoint si avvicinano, guardano e
rapidamente si allontanano senza prestarle alcun soccorso. E’ una bimba
e si chiamerà Hanadea, nata lì ai piedi del muro che separa la
Cisgiordania dalla Cisgiordania, lacerandola. Il medico chiama
un’ambulanza della Mezzaluna Rossa, mentre Naima inizia a perdere molto
sangue, questo parto è stato particolarmente difficile e giacere sul
selciato lo ha reso ancora più doloroso. La paura è stata molta e
l’umiliazione di dover condividere un momento così intimo con la folla
di passanti, in mezzo alla polvere, lo ha reso particolarmente
traumatico. Trascorre mezz’ora prima che l’ambulanza arrivi, poi Naima
e sua figlia possano finalmente avviarsi verso l’ospedale di Ramallah,
ma c’è ancora un altro checkpoint da passare. Questa volta, visto che
si tratta di un’ambulanza i militari sono meno esigenti e dopo un breve
controllo lasciano passare il mezzo. Naima non aveva potuto chiamare
l’ambulanza da casa perché non ha il telefono ed era sicura, visto le
precedenti esperienze, di avere il tempo sufficiente per dare alla luce
sua figlia in ospedale. Ma anche il tempo in Palestina non è patrimonio
dei Palestinesi, è alla totale mercé delle forze di occupazione
israeliane. Quando incontro Naima, ha un sorriso velato dalla
tristezza, la gioia
di dare alla luce sua figlia è stata offuscata dalla polvere del
checkpoint, dalla paura e dall’umiliazione. Hanadea è piccolissima, ha
circa due settimane, ma ha già vissuto abbastanza per provare la
durezza del regime di occupazione militare, illegale e umiliante, che
opprime la sua terra e il suo popolo.