7 puntata. Una voce squillante esce dalla cornetta nella cabina telefonica, la
linea è disturbata ma la cosa più importante riesco comunque a capirla:
“Sarò felice di incontrarti”, risponde gentile, le interessa il
progetto e ha voglia di parlarne. Appuntamento al campo di Mar Elias –
“the most ‘open space’ to meet you”, mi dirà mesi dopo, ricordando
l’incontro - e dopo qualche giorno il nome prende un volto. La signora
Aziza Khalidi scende dalla macchina nello sterrato e sorridente mi
viene incontro. Volto largo e gioviale incorniciato nel velo che le
copre il capo, è disponibile fin da subito a mettere in gioco la sua
esperienza. Aziza è nata a Beirut pochi anni dopo la Nakba (come i
palestinesi chiamano la nascita dello stato d’Israele), da padre
palestinese e madre di famiglia siriana, esercita da sempre nella
sanità e ha dedicato il suo lavoro ai palestinesi. La dottoressa Swee
Chai Ang – volontaria al Gaza Hospital nel 1982 - mi ha parlato di lei
come un punto di riferimento per chi lavorava nell’ospedale durante
l’invasione israeliana e il massacro di Sabra e Chatila; donna forte e
attiva, Aziza – nonostante la giovane età – era all’epoca
l’amministratrice generale della struttura.
Il Gaza Hospital era l’ospedale più importante e attrezzato in Libano
dopo l’American University Hospital of Beirut, che aveva però tariffe
così alte da renderlo difficilmente accessibile alla maggior parte
delle persone.
Al Gaza si facevano le operazioni più delicate, aveva tre grandi
reparti, tra cui uno per le emergenze e la maternità; i palestinesi
costituivano solo una parte dei pazienti: la Mezzaluna e l’O.L.P.
applicavano un’efficace politica sociale nell’assistenza sanitaria,
così al Gaza Hospital confluivano le fasce più povere della popolazione
libanese, che qui ricevevano cure gratuite. “Il Gaza Hospital non si è
mai fermato – dice Aziza - né durante l'invasione né durante il
massacro…non che fossimo eroi, facevamo semplicemente il nostro lavoro,
che abbiamo lasciato solo quando ci hanno costretto…”. Parla con
dolcezza e determinazione, per farmi capire lo stato d’animo di chi ha
vissuto quei giorni nell’ospedale, continuando a prestare la propria
opera anche nei momenti più pericolosi. Le sue parole mi scuotono, una
frase soprattutto non posso e non voglio scordare:
“Quello che vorrei si capisse è che il Gaza Hospital non è stato una
vittima, anzi: è un ospedale che ha resistito e lottato, che non si è
arreso”.
Questi e altri i racconti di quel pomeriggio, lucide memorie di alcuni
tra i giorni più duri di Sabra e Chatila, che hanno lasciato un segno
indelebile in chi le ha vissute. Durante l’invasione israeliana del
1982, i sotterranei dell’ospedale erano stati adattati a rifugio dalla
Mezzaluna Rossa Palestinese mentre ai piani superiori l’ospedale
continuava il suo lavoro, sempre più intenso a causa dei numerosi
feriti civili dei bombardamenti. “Fortunatamente – ironizza Aziza – le
cucine erano abbastanza grandi per sfamare tutti!”.Ora i sotterranei
del Gaza Building sono abbandonati al buio e al degrado: le capienti
perdite d’acqua dalle tubature dell’edificio e l’impianto fognario
vecchio e insufficiente ne hanno fatto uno spazio maleodorante e
semi-allagato. Quando ne parla, l’espressione del volto diventa
improvvisamente cupa, “ricordare quel periodo muove i pensieri e crea
dolore” - mi dirà poi e il viso registra i repentini cambi di umore.
Aziza è una corrispondente sincera e costante nei periodi che sono
lontano da Beirut, nei quali a distanza abbiamo imparato a conoscerci
meglio. Dipinge, lavora come ricercatrice e crede nel potere
rivoluzionario dell’arte; dopo aver conseguito un dottorato in America
è tornata in Libano e ha continuato nel tempo una stretta
collaborazione professionale con la Mezzaluna Rossa Palestinese,
integrandola con progetti di ricerca e assistenza sanitaria nei campi.
Questa volta ci incontriamo a Dana, non ci stringiamo la mano, ma
lo scambio di sorrisi e di piccoli regali è eloquente; aspettiamo Alaa
Al Alì, amico e collaboratore, e scendiamo dalla strada di Sabra verso
il mercato, proprio di fronte al Gaza Building. È sera, la via è
piena di bancarelle e i negozi inondano il marciapiede con mercanzie di
tutti i generi; c’è molta confusione e non si riesce a parlare,
passando tra una macchina e l’altra arriviamo nella nuova casa di Alaa.
Sediamo sul divano, la porta rimane aperta sul pianerottolo e
lentamente riprendiamo confidenza; Aziza racconta, come se la nostra
conversazione non si fosse mai interrotta. Il ventilatore acceso muove
l’aria umida dando un po di sollievo, il the aiuta il flusso dei
pensieri e lei si immerge nelle memorie di più di venti anni fa, quando
l’aviazione israeliana bombardava Beirut e al Gaza Hospital sono stati
accolti e curati due prigionieri nemici. Gli occhi di Aziza si velano
di infinita tristezza. “Perché la Mezzaluna rossa Palestinese è un
organismo umanitario” – ci tiene a sottolineare – “che non ha mai fatto
distinzione di razza o religione, è parte della Croce Rossa
Internazionale e come tale si deve comportare. Adesso la Mezzaluna non
è più come prima” – continua – “anche lei subisce influenze politiche e
ha gravi problemi economici…pensa che il Gaza Hospital aveva circa 250
posti letto, cifra che ora è quasi paragonabile al numero totale dei
letti negli ospedali della Mezzaluna Rossa Palestinese in tutto il
Libano. Quando Fathi Arafat – fratello di Yasser – dirigeva la
Mezzaluna, le cose andavano meglio, lui era veramente bravo a trovare i
soldi per portare avanti l’ospedale, finanziamenti che spesso venivano
dai paesi del Golfo”.
Si è fatto tardi, dovremmo andare, ma entrambi esitiamo.A Chatila ci
sono state le elezioni, poco prima di quelle ufficiali del Libano;
Aziza ne è contenta, crede importante la costituzione di un nuovo
comitato con dei responsabili che perseguano il miglioramento delle
condizioni di vita nel campo, anche se non è fiduciosa nella situazione
politica e sociale del Libano: la crescita della tensione negli ultimi
mesi non promette bene e la recente uccisione di Samir Kassir è un
segno pesante che riporta al passato. “Vedi, c’è un momento che prepara
al peggio, quando l’obiettivo da istituzionale diventa intellettuale,
succede quando si vuole colpire la libertà di esprimersi; uccidendo
Samir hanno colpito un simbolo, non era solo un giornalista ma una
mente critica che ha sempre preso posizioni scomode…” Ci alziamo, il
Muezzin chiama alla preghiera e per Aziza è ora di andare in
moschea. Gli abitanti del Gaza Hospital vogliono seguire l’esempio di
Chatila e forse la prossima settimana ci saranno le elezioni; i
problemi abitativi e sociali nello stabile sono molti e certo ce ne
sarebbe bisogno. Inshallah - esclama lei, che non ne era a conoscenza -
e salutando si allontana.In molti nel Gaza Bulding vorrebbero eleggere
Abu Maher, ma lui, nonostante sia nel comitato organizzativo, di
esserne il presidente non vuole saperne…”as salam aleikum cara Aziza”,
sei una di quelle persone che con la tua fiducia mi dà la forza di
continuare.