09/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



7 puntata: Aziza
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale.
 
dal tetto del gaza hospital, guardando verso sabra e chatila7 puntata. Una voce squillante esce dalla cornetta nella cabina telefonica, la linea è disturbata ma la cosa più importante riesco comunque a capirla: “Sarò felice di incontrarti”, risponde gentile, le interessa il progetto e ha voglia di parlarne. Appuntamento al campo di Mar Elias – “the most ‘open space’ to meet you”, mi dirà mesi dopo, ricordando l’incontro - e dopo qualche giorno il nome prende un volto. La signora Aziza Khalidi scende dalla macchina nello sterrato e sorridente mi viene incontro. Volto largo e gioviale incorniciato nel velo che le copre il capo, è disponibile fin da subito a mettere in gioco la sua esperienza. Aziza è nata a Beirut pochi anni dopo la Nakba (come i palestinesi chiamano la nascita dello stato d’Israele), da padre palestinese e madre di famiglia siriana, esercita da sempre nella sanità e ha dedicato il suo lavoro ai palestinesi. La dottoressa Swee Chai Ang – volontaria al Gaza Hospital nel 1982 - mi ha parlato di lei come un punto di riferimento per chi lavorava nell’ospedale durante l’invasione israeliana e il massacro di Sabra e Chatila; donna forte e attiva, Aziza – nonostante la giovane età – era all’epoca l’amministratrice generale della struttura.
Il Gaza Hospital era l’ospedale più importante e attrezzato in Libano dopo l’American University Hospital of Beirut, che aveva però tariffe così alte da renderlo difficilmente accessibile alla maggior parte delle persone.
Al Gaza si facevano le operazioni più delicate, aveva tre grandi reparti, tra cui uno per le emergenze e la maternità; i palestinesi costituivano solo una parte dei pazienti: la Mezzaluna e l’O.L.P. applicavano un’efficace politica sociale nell’assistenza sanitaria, così al Gaza Hospital confluivano le fasce più povere della popolazione libanese, che qui ricevevano cure gratuite. “Il Gaza Hospital non si è mai fermato – dice Aziza - né durante l'invasione né durante il massacro…non che fossimo eroi, facevamo semplicemente il nostro lavoro, che abbiamo lasciato solo quando ci hanno costretto…”. Parla con dolcezza e determinazione, per farmi capire lo stato d’animo di chi ha vissuto quei giorni nell’ospedale, continuando a prestare la propria opera anche nei momenti più pericolosi. Le sue parole mi scuotono, una frase soprattutto non posso e non voglio scordare:

“Quello che vorrei si capisse è che il Gaza Hospital non è stato una vittima, anzi: è un ospedale che ha resistito e lottato, che non si è arreso”.
Questi e altri i racconti di quel pomeriggio, lucide memorie di alcuni tra i giorni più duri di Sabra e Chatila, che hanno lasciato un segno indelebile in chi le ha vissute. Durante l’invasione israeliana del 1982, i sotterranei dell’ospedale erano stati adattati a rifugio dalla Mezzaluna Rossa Palestinese mentre ai piani superiori l’ospedale continuava il suo lavoro, sempre più intenso a causa dei numerosi feriti civili dei bombardamenti. “Fortunatamente – ironizza Aziza – le cucine erano abbastanza grandi per sfamare tutti!”.Ora i sotterranei del Gaza Building sono abbandonati al buio e al degrado: le capienti perdite d’acqua dalle tubature dell’edificio e l’impianto fognario vecchio e insufficiente ne hanno fatto uno spazio maleodorante e semi-allagato. Quando ne parla, l’espressione del volto diventa improvvisamente cupa, “ricordare quel periodo muove i pensieri e crea dolore” - mi dirà poi e il viso registra i repentini cambi di umore. Aziza è una corrispondente sincera e costante nei periodi che sono lontano da Beirut, nei quali a distanza abbiamo imparato a conoscerci meglio. Dipinge, lavora come ricercatrice e crede nel potere rivoluzionario dell’arte; dopo aver conseguito un dottorato in America è tornata in Libano e ha continuato nel tempo una stretta collaborazione professionale con la Mezzaluna Rossa Palestinese, integrandola con progetti di ricerca e assistenza sanitaria nei campi.

Questa volta ci incontriamo a Dana, non ci stringiamo  la mano, ma lo scambio di sorrisi e di piccoli regali è eloquente; aspettiamo Alaa Al Alì, amico e collaboratore, e scendiamo dalla strada di Sabra verso il  mercato, proprio di fronte al Gaza Building. È sera, la via è piena di bancarelle e i negozi inondano il marciapiede con mercanzie di tutti i generi; c’è molta confusione e non si riesce a parlare, passando tra una macchina e l’altra arriviamo nella nuova casa di Alaa. Sediamo sul divano, la porta rimane aperta sul pianerottolo e lentamente riprendiamo confidenza; Aziza racconta, come se la nostra conversazione non si fosse mai interrotta. Il ventilatore acceso muove l’aria umida dando un po di sollievo, il the aiuta il flusso dei pensieri e lei si immerge nelle memorie di più di venti anni fa, quando l’aviazione israeliana bombardava Beirut e al Gaza Hospital sono stati accolti e curati due prigionieri nemici. Gli occhi di Aziza si velano di infinita tristezza. “Perché la Mezzaluna rossa Palestinese è un organismo umanitario” – ci tiene a sottolineare – “che non ha mai fatto distinzione di razza o religione, è parte della Croce Rossa Internazionale e come tale si deve comportare. Adesso la Mezzaluna non è più come prima” – continua – “anche lei subisce influenze politiche e ha gravi problemi economici…pensa che il Gaza Hospital aveva circa 250 posti letto, cifra che ora è quasi paragonabile al numero totale dei letti negli ospedali della Mezzaluna Rossa Palestinese in tutto il Libano. Quando Fathi Arafat – fratello di Yasser – dirigeva la Mezzaluna, le cose andavano meglio, lui era veramente bravo a trovare i soldi per portare avanti l’ospedale, finanziamenti che spesso venivano dai paesi del Golfo”.

Si è fatto tardi, dovremmo andare, ma entrambi esitiamo.A Chatila ci sono state le elezioni, poco prima di quelle ufficiali del Libano; Aziza ne è contenta, crede importante la costituzione di un nuovo comitato con dei responsabili che perseguano il miglioramento delle condizioni di vita nel campo, anche se non è fiduciosa nella situazione politica e sociale del Libano: la crescita della tensione negli ultimi mesi non promette bene e la recente uccisione di Samir Kassir è un segno pesante che riporta al passato. “Vedi, c’è un momento che prepara al peggio, quando l’obiettivo da istituzionale diventa intellettuale, succede quando si vuole colpire la libertà di esprimersi; uccidendo Samir hanno colpito un simbolo, non era solo un giornalista ma una mente critica che ha sempre preso posizioni scomode…” Ci alziamo, il Muezzin chiama alla preghiera e per Aziza è ora di andare in  moschea. Gli abitanti del Gaza Hospital vogliono seguire l’esempio di Chatila e forse la prossima settimana ci saranno le elezioni; i problemi abitativi e sociali nello stabile sono molti e certo ce ne sarebbe bisogno. Inshallah - esclama lei, che non ne era a conoscenza - e salutando si allontana.In molti nel Gaza Bulding vorrebbero eleggere Abu Maher, ma lui, nonostante sia nel comitato organizzativo, di esserne il presidente non vuole saperne…”as salam aleikum cara Aziza”, sei una di quelle persone che con la tua fiducia mi dà la forza di continuare.
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc
Categoria: Diritti, Guerra, Profughi
Luogo: Libano
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