07/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Durante le manifestazioni contro il Tlc, la polizia spara sulla folla. Uno studente ucciso
Proteste ecuadoriane contro il TlcUna pioggia di pallottole gli è piombata addosso, sparata dalle armi d’ordinanza imbracciate dai soldati ecuadoriani mandati in massa a ‘controllare’ le manifestazioni che dal 13 marzo stanno agitando il Paese. E uno studente è morto, Johnny Montesdeoca. Tanti i suoi compagni feriti, qualcuno anche gravemente. La sua unica colpa è stata quella di partecipare alle proteste contro il Trattato di Libero Commercio che il governo sta per firmare con gli Stati Uniti d’America.
 
I fatti. Gli alunni di tre collegi della città andina di Cuenca, nel sud dell’Ecuador, stavano riversandosi in massa nelle strade del centro, scandendo slogan e sventolando striscioni sulla pericolosità di un accordo commerciale che proteggerebbe gli interessi di multinazionali e benestanti a discapito della stragrande maggioranza degli ecuadoriani. La loro manifestazione era solo una delle migliaia dilagate nell’ultimo mese in ogni parte del Paese, sulla scia dell’invito della Confederazione delle nazionalità indigene (Conaie) a imporre un netto no al perpetrarsi dello sfruttamento. All’improvviso il panico. Il fuggi fuggi generale. E in un attimo le tre vittime a terra, sparse qua e là sull’asfalto: uno morto, le altre due ferite seriamente.
 
Immagini con slogan anti TlcI testimoni. Molti dei giovani manifestanti hanno raccontato di aver visto gli agenti di polizia aprire il fuoco sulla folla. In particolare si parla degli istanti in cui avrebbe aperto il fuoco una mitragliatrice. Sul suolo sono state raccolte pallottole di 9 millimetri. C’è anche chi parla di un’arma artigianale che lo studente ucciso avrebbe portato nella tracolla.
 
Pausa di sangue. La tragedia è accaduta proprio nel giorno in cui scatta la tregua per la Settimana Santa annunciata dalla Conaie, finita la quale si prevede un’ulteriore radicalizzazione delle proteste. La confederazione indigena non ha esistato a definire un “dittatore” il presidente Palacio, per aver appunto ordinato una “brutale” repressione contro le manifestazioni e aver dichiarato lo stato di emergenza nelle province di Imbabura, Cotopaxi, Chimborazo e Cañar, oltre che nei due cantoni di Pichincha. Secondo la Conaie, in realtà, i metodi ‘eccezionali’ il governo li avrebbe ordinati in ogni zona del paese, raddoppiando la presenza di militari e polizia in molte altre aree. 
“Ci sono posti di blocco nei vari punti di accesso a Quito – riporta El Comercio. Qui gli autobus interprovinciali vengono fermati, gli agenti di polizia controllano le liste dei passeggeri e mettono in atto severe ispezioni. I viaggiatori dai tratti indigeni vengono fatti scendere e sottoposti a interrogatorio”.
Con il risultato che, negli ultimi tre giorni, sono stati arrestati più di cinquanta indigeni, tra cui diversi dirigenti che hanno capeggiato le proteste, mentre centinaia sono i manifestanti feriti o intossicati dai gas lacrimogeni, utilizzati dalla polizia per arginare ogni tentativo di mobilitazione per le schede per votare si o no al Tlc le vie della capitale.

Il governo. Da parte sua l’Esecutivo ha ribadito che non permetterà nuove proteste e ha dichiarato che firmerà il Tlc solo se converrà al paese. Così ha negato valore alle petizioni degli indigeni, che esigevano la sospensione delle negoziazioni con gli Usa, per avere il tempo di far decidere al popolo se firmare o meno il Trattato, organizzando un referendum.

Stella Spinelli

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità