Durante le manifestazioni contro il Tlc, la polizia spara sulla folla. Uno studente ucciso

Una pioggia di pallottole gli è piombata addosso, sparata
dalle armi d’ordinanza imbracciate dai soldati ecuadoriani mandati in massa a
‘controllare’ le manifestazioni che dal 13 marzo stanno agitando il Paese. E
uno studente è morto,
Johnny Montesdeoca. Tanti i suoi compagni feriti, qualcuno anche gravemente.
La sua unica colpa è stata quella di partecipare alle proteste contro il
Trattato di Libero Commercio che il governo sta per firmare con gli Stati Uniti
d’America.
I fatti. Gli alunni di tre collegi della città andina di Cuenca,
nel sud dell’Ecuador, stavano riversandosi in massa nelle strade del centro,
scandendo slogan e sventolando striscioni sulla pericolosità di un accordo
commerciale che proteggerebbe gli interessi di multinazionali e benestanti a discapito
della stragrande maggioranza degli ecuadoriani. La loro
manifestazione era solo una delle migliaia dilagate nell’ultimo mese in ogni
parte del Paese, sulla scia dell’invito della Confederazione delle nazionalità
indigene (Conaie) a imporre un netto no al perpetrarsi dello sfruttamento.
All’improvviso il panico. Il fuggi fuggi generale. E in un attimo le tre
vittime a terra, sparse qua e là sull’asfalto: uno morto, le altre due ferite
seriamente.
I testimoni. Molti dei giovani manifestanti hanno raccontato di aver
visto gli agenti di polizia aprire il fuoco sulla folla. In particolare si
parla degli istanti in cui avrebbe aperto il fuoco una mitragliatrice. Sul
suolo sono state raccolte pallottole di 9 millimetri. C’è anche chi parla di
un’arma artigianale che lo studente ucciso avrebbe portato nella tracolla.
Pausa di sangue. La tragedia è accaduta proprio nel giorno in cui scatta
la tregua per la Settimana Santa annunciata dalla Conaie, finita la quale si
prevede un’ulteriore radicalizzazione delle proteste. La confederazione
indigena non ha esistato a definire un “dittatore” il presidente Palacio, per
aver appunto ordinato una “brutale” repressione contro le manifestazioni e aver
dichiarato lo stato di emergenza nelle province di Imbabura, Cotopaxi,
Chimborazo e Cañar, oltre che nei due cantoni di Pichincha. Secondo la Conaie,
in realtà, i metodi ‘eccezionali’ il governo li avrebbe ordinati in ogni zona
del paese, raddoppiando la presenza di militari e polizia in molte altre aree.
“Ci sono posti di blocco nei vari punti di accesso a Quito –
riporta El Comercio. Qui gli autobus
interprovinciali vengono fermati, gli agenti di polizia controllano le liste
dei passeggeri e mettono in atto severe ispezioni. I viaggiatori dai tratti indigeni
vengono fatti scendere e sottoposti a interrogatorio”.
Con il risultato che, negli ultimi tre giorni, sono stati
arrestati più di cinquanta indigeni, tra cui diversi dirigenti che hanno
capeggiato le proteste, mentre centinaia sono i manifestanti
feriti o intossicati dai gas lacrimogeni, utilizzati dalla polizia per arginare
ogni tentativo di mobilitazione per

le vie della capitale.
Il governo. Da parte sua l’Esecutivo ha ribadito che non
permetterà nuove proteste e ha dichiarato che firmerà il Tlc solo se converrà
al paese. Così ha negato valore alle petizioni degli indigeni, che esigevano la
sospensione delle negoziazioni con gli Usa, per avere il tempo di far decidere
al popolo se firmare o meno il Trattato, organizzando un referendum.