La storia di Haidar, senza famiglia nè casa. A Baghdad
Scritto per noi da
Michelangelo Severgnini

"Io… vorrei avere una vita normale: sposarmi, avere dei figli, un lavoro fisso…
Voglio essere come tutti. Ogni tanto mi siedo sul marciapiede e guardo la gente
andare e venire indaffarata. Famiglie con bambini, donne, uomini che vanno al
lavoro o che se ne tornano portando la spesa per i figli. Cose di questo genere
che per tutti sono normali, tranne per me. E mi chiedo: cosa sono io? Perché io
non ho diritto ad essere come tutti?"
Mentre parla, Haidar fissa con lo sguardo un punto della stanza dove in realtà
non c’è nulla. Guarda senza vedere. È come se non si accorgesse neanche più della
presenza della telecamera che lo fissa, impudica, fredda e spietata. Ha gli occhi
umidi. Non è più il ragazzaccio cresciuto nelle strade sporche dei vecchi quartieri
di Baghdad. È ridiventato l'Haidar di tredici anni fa: un bambino di appena cinque
anni, perso in mezzo alla folla degli sfollati reduci dei massacri commessi dall’esercito
di Saddam nel sud del paese… sotto lo sguardo benevole delle forze dell’alleanza
dei paesi occidentali.
Liberati i pozzi petroliferi del Kuwait, chi poteva interessarsi alle centinaia
di migliaia di poveri insorti in tutto il paese. Povera gente che aveva creduto
che le forze straniere fossero venute per liberarli dalla tirannia e che allora
avevano deciso di fare la loro parte, assaltando e appropriandosi dei centri locali
del potere, uno dopo l’altro. Era una folla cosmopolita, indescrivibile, senza
capi riconosciuti e senza formazioni politiche alla sua testa. Una popolazione
che sfuggiva al controllo di tutti. Allora gli Usa preferirono ritirarsi e lasciare
al vecchio regime il tempo di riguadagnare il terreno perso. Anzi, molto spesso
c’è stata collaborazione tra le forze aeree dell’occupazione e le forze di sterminio
di Saddam per localizzare e eliminare gli insorti. Ma non furono solo gli insorti
a morire in quella repressione selvaggia. Si parla addirittura di 700 mila persone,
ben più della popolazione reale del Kuwait.
Ma di tutto ciò Haidar non sa nulla e non gli interessa neanche saperlo. Lui
sa soltanto che in quegli eventi ha visto l’inferno. Ha perso i suoi genitori
e si è ritrovato alle porte di Baghdad, trascinato dalla massa di sfollati che
fuggivano davanti alla morte. Haidar sa soltanto che, da quel giorno, lui non
sa più. Non sa chi è lui, chi fossero i suoi genitori, il loro nome, il colore
dei loro occhi, la forma del sorriso di sua madre… non si ricorda più del calore
di un abbraccio, della dolcezza di una carezza. Non sa più cos’è l’affetto tenero
e dolce di una madre né quello autorevole e protettore di un padre. Da quel giorno
Haidar. il piccolo smarrito. non ha più avuto diritto alla normalità, è diventato
un bambino anomalo: un senza tetto, un senza nome, un senza futuro.
Dopo il terribile periodo dei massacri, il regime di Saddam riprese le redini
del paese, più forte che mai. Per gli sfollati organizzo un quartiere in periferia
di Baghdad e lo battezzò cinicamente Saddam City. Una specie di slum previsto per mezzo milione di persone ma abitato da due milioni. Una polveriera
di due milioni di vite spezzate, di violenze taciute, di povertà e di sradicamento.
I bambini senza famiglia furono raccolti dalla polizia ed è così che Haidar si
ritrovò a Dar-arrahma, la casa della pietà: una prigione spietata dove erano custoditi bambini senza
famiglia, piccoli delinquenti e handicappati.
Ma Haidar parla di questo periodo quasi con nostalgia. “ Lì almeno avevamo un
pasto sicuro, un tetto sulla testa, la scuola e se filavi dritto non ci succedeva
niente di spiacevole. Quando siamo stati 'liberati', l'anno scorso, è iniziato
l’inferno. Quando le truppe americane sono arrivate alle porte di Baghdad, le
ultime guardie rimaste sul posto sono scappate e ci hanno lasciati rinchiusi dentro
senza niente da mangiare. Quattro giorni senza vedere nessuno. Il quinto giorno
la gente è entrata e ha cominciato a saccheggiare.”
Chi è entrato? Quale gente? Haidar risponde: "C’erano prima gli americani che
hanno aperto le porte e poi è entrato di tutto. Hanno rubato e saccheggiato tutto.
Poi volevano anche violentare le ragazzine. Volendo diffenderle ho preso una pallottola
nella gamba.”
Mostra la sua gamba mal curata, sulla quale fa ancora fatica a camminare.
Poi dove siete andati?
“Siamo rimasti a vivere nelle strade. Sei mesi a vagabondare. Sei mesi in cui
abbiamo visto l’inferno: fame, freddo, paura, violenze… Abbiamo fatto di tutto:
mendicato, rubato, recuperato cose da vendere dalla spazzatura. C’erano dei delinquenti
adulti che ci volevano utilizzare per rubare, per prostituirci o per mendicare.
La nostra forza era la nostra unione, siamo rimasti sempre insieme. Abbiamo trovato
rifugio in una cantina abbandonata nei pressi dell’albergo Palestine. Era la nostra
casa. Lì, l’unica che ci veniva a trovare era quella ragazza giapponese Naoko
Takato, quella che è stata rapita in seguito. Veniva a trovarci e ci portava cibo
o curava quelli di noi che erano malati.”
"Un giorno che andavo in giro per procurarmi qualcosa da mangiare, ho chiesto
l’elemosina ad un uomo. Lui mi chiese se volevo mangiare. Ho risposto di sì. Mi
pagò da mangiare e rimase a chiacchierare con me. In realtà era un educatore dell’organizzazione
dei Francesi (Enfant Du Monde, che hanno aperto il primo rifugio per bambini di strada a Baghdad ndr). Ma io no lo sapevo. Poi mi chiese se c’erano dei bambini con noi e se volevamo
rientrare in istituto. Risposi di sì. E da lì sono andato in giro per le strade
di Baghdad e ho raccolto tutto il mio gruppo uno per uno e siamo rientrati a Beit Al Tifl, la casa del Bambino. Poi a noi grandi ci hanno detto che non potevamo più stare
con i piccoli. Allora ci hanno affidato al Signor Saif, il nostro educatore e
siamo arrivati qua in questa casa."
La casa è un ampio appartamento sommariamente ammobiliato nel cuore di un quartiere
popolare al-Aadhamia. Un appartamento parzialmente autogestito da una quindicina
di ragazzi di età compresa tra 17 e 24 anni. Tutti con storie pesanti alle spalle
e tanti con dipendenze alla colla, agli psicofarmaci o all’alcool. Una casa gestita,
con quel cocktail (indispensabile in questi casi) di affetto, comprensione e intransigenza,
da Saif: un operatore sociale tunisino (ma cittadino iracheno da più di 18 anni),
un operatore sociale come non ce n'è un altro in tutta Baghdad. Un cuore grande
come una città e un coraggio che supera tutte le prove. Saif gira di notte le
strade di Baghdad alla ricerca di ragazzi persi, di giovani tossicodipendenti,
di prostitute non ancora maggiorenni. È diventato un po’ il padre di tutti questi
ragazzi della strada. Un padre che ama, protegge e orienta. Ma un padre che diventa
intransigente quando si tratta di far dimenticare loro la droga e l’alcool.
Infatti Haidar non lo dimentica nelle sue preghiere per un futuro migliore. Prega
rivolgendosi ai ritratti conservati nel suo cassetto personale. Ritratti di Alì
- cugino del profeta Mohamad - e di Hussein - figlio di Ali. Prega per avere una
vita normale, per poter trovare un lavoro fisso e ben remunerato, per poter sposarsi
e avere figli. Prega di poter un giorno portare i suoi bambini e andare nella
sua tribù per fargli vedere che, nonostante non avessero né nonni né zii, hanno
un’origine anche loro.
Ma nelle sue preghiere non dimentica il suo padre adottivo. “Prego tutti i giorni
perché il signor Saif possa trovare un lavoro migliore.” Ci dice, con lo sguardo
di chi pensa che noi forse potremo fare qualcosa per esaudire le sue preghiere
o almeno parte. “Questo è troppo duro e troppo mal pagato. Lui merita molto di
più.”
Strano come la bontà e la generosità possono crescere anche nel (apparentemente)
più arido dei terreni. Haidar il ragazzaccio di strada, sporco e mal educato…
quello che sniffa colla e beve alcool di cattiva qualità, dal fondo della sua
disperazione trova la forza di essere generoso. Ci racconta che quando riesce
a trovare un lavoro, i giorni di paga, gli succede di andare in giro alla ricerca
di più disperati da aiutare. Ci lancia un appello pressante.
“Voglio dire a queste organizzazioni umanitarie che ci aiutano, che non ci sono
solo bambini e ragazzi nelle strade. Devono aiutare anche i vecchi. Ce ne sono
tanti nelle strade. Gente anche di 30 o 40 anni che non ha dove dormire nè che
mangiare. La gente li tratta male magari perché bevono o si drogano, ma nessuno
cerca di sentire le storie che hanno alle spalle, i pesi che hanno sul cuore…”.
È così Haidar, la strada gli ha insegnato tante cose, lo ha anche tanto fatto
soffrire ma non gli ha tolto niente della sua umanità. Finita l’intervista, si
alza e esce velocemente dicendo qualcosa ai suoi compagni. Noi abbiamo fretta.
Vogliamo andare a riprendere altrove, ad intervistare altre persone. Ma Saif,
l’educatore, ci ferma prima dell’uscita: “Non potete andarvene così”, ci lancia
con una luce stranamente bella nello sguardo, la luce di un padre fiero della
propria prole, “Haidar è andato a comprarvi da bere, con i suoi soldi. Non potete
negargli l’onore di ospitarvi.”