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La vittoria dei sì. Il gruppo Wisconsin Network for Peace and Justice (Wnpj), che ha raccolto per quattro mesi le firme necessarie, si è ispirato a
un’iniziativa simile realizzata l’anno scorso nel Vermont (dove, lo scorso weekend, i leader del Partito democratico
hanno approvato una mozione che chiede al Congresso di sottoporre il presidente
Bush alla procedura di impeachment; è il quarto Stato a chiederlo). I cittadini sono stati chiamati a votare in
32 tra città e villaggi: da Madison, capitale statale di oltre 200mila persone,
a villaggi con qualche centinaio di abitanti come Couderay ed Exeland. In 24 centri
su 32, comprese le due città più grandi, la maggioranza dei votanti ha detto sì
al ritiro dei soldati. In totale, i favorevoli sono stati quasi 39.000, contro
i quasi 26.000 contrari. Le 8 città che hanno votato no avevano tutte appoggiato
Bush alle ultime elezioni. Ma gli organizzatori fanno notare che così avevano
fatto anche 12 centri tra i favorevoli al ritiro. Per Steve Burns di Wnpj, i
risultati sono “l’ennesima prova di una nuova maggioranza nel Wisconsin contraria
alla guerra”.
Valore simbolico. Le obiezioni dei gruppi contrari al ritiro si fondano anche sui numeri. Il referendum
coinvolgeva 325.000 persone, su un totale di 5,3 milioni di residenti nel Wisconsin.
E l’affluenza non è stata plebiscitaria, con sole 64.500 schede nell’urna. I risultati
sono anche difficilmente accomunabili, dato che molto si giocava sulle parole usate, diverse a seconda della località. In alcune città si chiedeva se gli
Usa dovessero iniziare “un immediato ritiro delle truppe dall’Iraq, partendo dalla
Guardia Nazionale e dai riservisti”. In altre si parlava di un ritiro “immediato
e graduale”, in altre ancora veniva menzionato un ritiro “rapido”, o “entro il
2006”. Per quanto il referendum non avesse valore vincolante, dalla Casa Bianca
è già arrivata una risposta: si va avanti. Secondo il portavoce Scott Mclellan,
“tutti vorrebbero che le truppe ritornassero a casa. Ma la peggiore cosa che gli
Usa possono fare è ritirarsi prima che la missione in Iraq sia completata”. Alessandro Ursic