11/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel Wisconsin un referendum chiede il ritiro dall'Iraq. E vincono i sì
Aveva un valore puramente simbolico, la percentuale di popolazione coinvolta era minima e in alcuni casi la domanda era quasi ambigua. Comunque sia, in una serie di referendum locali che volevano dimostrare come la democrazia nasce dal basso, la maggioranza di cittadini in 32 città del Wisconsin – uno swing state, diviso quasi a metà tra repubblicani e democratici – si è detta favorevole a un ritiro immediato delle truppe Usa dall’Iraq. A sette mesi dalle elezioni che rinnoveranno il Congresso, e mentre i sondaggi mostrano come la popolarità del presidente Bush sia in calo, gli organizzatori del referendum possono cantare vittoria.
 
La vittoria dei sì. Il gruppo Wisconsin Network for Peace and Justice (Wnpj), che ha raccolto per quattro mesi le firme necessarie, si è ispirato a un’iniziativa simile realizzata l’anno scorso nel Vermont (dove, lo scorso weekend, i leader del Partito democratico hanno approvato una mozione che chiede al Congresso di sottoporre il presidente Bush alla procedura di impeachment; è il quarto Stato a chiederlo). I cittadini sono stati chiamati a votare in 32 tra città e villaggi: da Madison, capitale statale di oltre 200mila persone, a villaggi con qualche centinaio di abitanti come Couderay ed Exeland. In 24 centri su 32, comprese le due città più grandi, la maggioranza dei votanti ha detto sì al ritiro dei soldati. In totale, i favorevoli sono stati quasi 39.000, contro i quasi 26.000 contrari. Le 8 città che hanno votato no avevano tutte appoggiato Bush alle ultime elezioni. Ma gli organizzatori fanno notare che così avevano fatto anche 12 centri tra i favorevoli al ritiro. Per Steve Burns di Wnpj,  i risultati sono “l’ennesima prova di una nuova maggioranza nel Wisconsin contraria alla guerra”.
 
Cosa dicono i no. I sostenitori della presenza statunitense in Iraq, organizzati intorno a gruppi come Choose Victory (scegliamo la vittoria) e Vote No to Cut and Run (no a tagliare la corda), non sono d’accordo con questa conclusione, e credono che chiedere il ritiro immediato danneggi il morale delle truppe. “Si tratta della frazione di una frazione della popolazione, un campione davvero piccolo”, dice Bill Richardson, un attivista per il no. “La gente legge ‘riportiamo le truppe a casa’ e pensa ‘oh, va bene’. Ma non riflette su cosa comporterebbe un ritiro dei soldati”, conclude. “Stanno semplicemente cercando di fare pressione sui membri del Congresso”, gli fa eco Chris Muller di Choose Victory. “Giocano a fare politica con la nostra sicurezza nazionale”.
 
Valore simbolico. Le obiezioni dei gruppi contrari al ritiro si fondano anche sui numeri. Il referendum coinvolgeva 325.000 persone, su un totale di 5,3 milioni di residenti nel Wisconsin. E l’affluenza non è stata plebiscitaria, con sole 64.500 schede nell’urna. I risultati sono anche difficilmente accomunabili, dato che molto si giocava sulle parole usate, diverse a seconda della località. In alcune città si chiedeva se gli Usa dovessero iniziare “un immediato ritiro delle truppe dall’Iraq, partendo dalla Guardia Nazionale e dai riservisti”. In altre si parlava di un ritiro “immediato e graduale”, in altre ancora veniva menzionato un ritiro “rapido”, o “entro il 2006”. Per quanto il referendum non avesse valore vincolante, dalla Casa Bianca è già arrivata una risposta: si va avanti. Secondo il portavoce Scott Mclellan, “tutti vorrebbero che le truppe ritornassero a casa. Ma la peggiore cosa che gli Usa possono fare è ritirarsi prima che la missione in Iraq sia completata”.   

Alessandro Ursic

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