A 12 anni dal genocidio ruandese, PeaceReporter
pubblica il resoconto di viaggio di Marco Perolini dal "Paese delle
mille colline". Che dimostra come, in certe occasioni, la
riconciliazione esiga un prezzo pesante per dimenticare le atrocità
commesse
scritto per noi da
Marco Perolini
La sensazione che il Ruanda non rappresenti
esattamente il prototipo della democrazia si avverte poche ore dopo essere
sbarcati nel vecchio aeroporto internazionale di Kigali. Ma solo dopo alcune
settimane, e qualche viaggio nelle campagne, ci si rende conto del malessere
della popolazione e di quanto questa società sia in bilico tra un passato
tragico e un presente incerto.
Lotta alla discirminazione. Le
libertà fondamentali sono calpestate dal regime, nonostante i suoi
impegni per
tutelare i diritti umani e promuovere la riconciliazione
post-genocidio. La
nuova Costituzione approvata nel 2003 istituisce la Commissione
Nazionale per i
Diritti Umani e la
Commissione Nazionale di Unità e Riconciliazione (Nurc), entrambe
teoricamente indipendenti dal governo. La Nurc ha l’obiettivo di
combattere il divisionismo e di promuovere l’unità tra i Ruandesi. Non
si
prefigge dunque lo scopo di far luce sul genocidio e la guerra civile.
Ufficialmente il regime del presidente Paul Kagame si impegna su tutti
i fronti
per combattere la discriminazione ed il razzismo che condussero al
genocidio.
Libertà violate. Viene
però spontaneo chiedersi se la violazione della libertà d'espressione non
produca in realtà l’effetto contrario, fomentando la rabbia, il rancore e la
frustrazione della società civile. I Ruandesi sono poco propensi a criticare i
loro
dirigenti per timore delle rappresaglie: alcuni mi hanno raccontato, in via
confidenziale, di amici e conoscenti spariti misteriosamente dopo aver osato
opporsi al regime, e di processi orchestrati ad hoc per sbarazzarsi di
persone scomode. Il caso più eclatante riguarda l’ex-presidente della
repubblica Bizimungu, un Hutu moderato che collaborò con il Fronte Patriottico
Ruandese. Nel 2001 decise di creare un partito d’opposizione, il Partito per la
Democrazia ed il Rinnovamento, che venne ben presto sciolto e dichiarato
illegale, seppure non si trattasse né di un gruppo armato né di un partito
razzista. Bizimungu, accusato di voler formare una milizia e incitare alla
violenza, sta scontando una condanna a 15 anni di carcere.
Nadine. Ho intervistato molti giovani: nessun rimprovero al
governo su temi sensibili come la libertà di espressione e di stampa, al
massimo un leggero malcontento sul diritto all'istruzione e la situazione
economica. Nadine, una giovane partecipante a un seminario sulla
risoluzione dei conflitti, mi parla del suo sogno di diventare giornalista e di
cosa significhi per lei questo mestiere. Inevitabilmente cominciamo a parlare
della situazione dei media e della libertà d'espressione. Lei sembra essere
molto ottimista. In realtà, una volta
spenta la telecamera e insistito con domande “imbarazzanti”, la sua paura
emerge con chiarezza. “Tu potresti affermare pubblicamente che il governo di
Paul Kagame non ti piace e che non sta contribuendo al benessere del Rwanda?”,
le
chiedo. “Non si possono dire queste cose” mi
sussurra, segnalandomi di parlare a bassa voce.
Hutu e Tutsi. Promuovere la riconciliazione comporta il divieto
di parlare di Tutsi e di Hutu, perché questo potrebbe alimentare nuove
tensioni, secondo la logica ufficiale del governo dominato dai collaboratori
Tutsi di Kagame. Andando al di là della retorica governativa, questo concetto
si potrebbe parafrasare in “promuovere la pace e la sicurezza attraverso la
repressione”. A questo scopo diverse leggi limitano la libertà di espressione
e
di associazione, per lottare contro l’ideologia genocidaria, la discriminazione
e il divisionismo. L’orrore e la violenza, che hanno sconvolto il Ruanda anche
prima del 1994, potrebbero giustificare una certa severità nelle leggi che
disciplinano gli ambiti più sensibili. Esiste però una profonda differenza tra
il discriminare ed il discutere, tra il criticare ed il diffamare. Il governo
ruandese non sembra percepirla e sfrutta leggi ambigue per soffocare la società
civile.
Oblio forzato. La persecuzione della Lega Ruandese per la
Promozione dei Diritti Umani, accusata di divisionismo, lo dimostra. Un
attivista dei diritti umani mi rivela che la Lega, i cui membri erano in maggioranza
Hutu, infastidiva il governo perché troppo critica nei suoi confronti. Poi
aggiunge che “é necessario comunque fare molta attenzione perché i revisionisti
sono numerosi e minacciano seriamente la pace del paese”. L’oblio forzato delle
identità serve forse a mascherare
gli interessi del nuovo regime Tutsi? Fuori questione che questa domanda possa
essere indirizzata pubblicamente al Presidente: le carceri rwandesi non devono
essere particolarmente ospitali.