Una fondazione riunisce persone che dovrebbero odiarsi e le fa lavorare assieme.
Si chiama Breaking the Ice ed è un'iniziativa che coinvolge individui che hanno vissuto sulla propria pelle
i
traumi e l’orrore della guerra. Avrebbero tutto il diritto di non aver alcuna
voglia
di ascoltare le
ragioni dell’altro. E invece partono, a bordo di una vecchia autobotte dei pompieri,
da Gerusalemme a Tripoli, in Libia. Condividere la fatica
per capire i problemi dell'altro. Questo è il racconto del loro viaggio, attraverso
il diario dei partecipanti
1^ puntata. È il mio primo giorno in Israele. Mi sono svegliata e ho guardato dalla finestra
e la prima cosa che ho notato è stata la bandiera israeliana sull’albergo di fronte.
Mi ha colpito... Sono in Israele. Chi l’avrebbe mai detto.
Dopo aver fatto colazione, Latif e io ci siamo diretti fuori per conto nostro
per comprare delle schede telefoniche internazionali e ci siamo accorti che la
gente ci guardava. Forse che dall’aspetto sembravamo troppo forestieri? O forse
perché con i nostri abiti e occhiali scuri sembravamo agenti segreti? Ci siamo
fermati davanti a un negozio per comprare dell’acqua e il commesso ci ha chiesto
da dove venissimo. Latif ha risposto prontamente, “Io vengo dall’Iraq mentre lei
(io) è iraniana”. Il commesso ci ha guardato e ci ha sorriso, poi ha detto, “Oy
Vey”. Sono sicura che il fatto che Latif scattasse foto all’albergo mentre ce
ne andavamo non abbia aiutato. Già... spiccavamo!
Tutto era perfetto, non fosse stato per quello
strano sentimento che provavo
per la conferenza stampa con l’ex Primo Ministro Shimon Peres, che si
sarebbe
tenuta più tardi quello stesso giorno. Qualcosa non quadrava ma cercavo
di non
darvi troppa importanza. Ho chiamato gli amici e la mia famiglia in
Iran per tranquillizzarmi,
ma invece ho ricevuto un pronto ammonimento: “Se ti siedi sul palco e
ti fai fotografare
con Shimon Peres, non ti sarà più concesso di tornare in Iran”. Ho
spiegato di
essere lì in missione di pace non già per rappresentare una posizione
politica. Eppure sapevo che il governo iraniano considerava Israele il
suo acerrimo nemico,
e la mia causa non sarebbe stata apprezzata. Mi ha fatto male. Sono
venuta in
missione di pace e si è intrufolata la politica!
Mi sono diretta alla conferenza stampa e ho visto i nomi del mio gruppo esposti
sul tavolo. Ho gettato uno sguardo tutt’intorno alla stanza, con tutti i giornalisti
e il podio, poi ho visto una targa con su scritto “Giornalisti di Tel Aviv” di
fianco a un posto a sedere riservato per Shimon Peres. D’un tratto mi è apparso
chiaro che ciò che stavo per fare poteva avere effetti collaterali a lunga durata
e causarmi maggiori complicazioni nella vita. Avrei potuto essere esclusa dalla
mia famiglia, dal mio fidanzato e dal mio paese per aver preso parte a quello
che doveva sembrar loro una dichiarazione politica da parte di un’iraniana. Ho
considerato la situazione e ho constatato che mi trovavo in Israele, a una conferenza
stampa con l’ex Primo Ministro. Cosa avrebbe pensato il governo iraniano? Come
avrebbe reagito nei miei confronti? Sarei stata messa sulla lista nera, non più
in grado di tornare dalla mia famiglia? Si rendevano conto che sono un’ambasciatrice
di pace per una causa mondiale? Importava a qualcuno? In quel momento, tutto quello
a cui potevo pensare era: “È venuto il momento di dire addio all’Iran? Dovrei
assumermi il rischio di buttarmi o dovrei fermarmi a considerare le mie azioni
e fare una scelta saggia?”.
Shimon Peres è entrato nella stanza e io mi sono seduta nella platea con gli
altri giornalisti per riflettere sul da farsi, invece di accomodarmi al tavolo
insieme ai miei collaboratori. Ho notato qualcuno tra il pubblico che mi guardava,
poi guardava il mio nome sulla targa al tavolo del mio gruppo con il posto vuoto
davanti a loro. Si stavano chiedendo perché non avessi partecipato – e io sapevo
che ne conoscevano la ragione. Francamente, ero sorpresa io stessa per il profondo
impatto che la cosa aveva avuto su di me. Alternavo momenti di orgoglio a momenti
di vergogna. Mi sentivo orgogliosa, perché mi rendevo conto di quanto il mio paese
significhi per me e di non aver nessuna intenzione di voltargli le spalle. Provavo
vergogna, perché dopo tutto questa è una missione di pace e se non io, chi allora?
Pensavo a tutte le domande che si potevano porre in un’atmosfera politica così
tesa e delicata: Ahmadinejad, il progresso nucleare, il consiglio di sicurezza,
le elezioni, ecc. Comunque, nessuna di quelle domande è stata formulata da me
o da alcuno degli altri partecipanti sul palco, dal momento che Peres ha parlato
per ben cinque minuti, e quando la sala è stata aperta alle domande da parte della
stampa, nessun giornalista sembrava averne dapprincipio. Ho pensato tra me e me
a tutte le cose di cui avrei potuto parlare riguardo all’Iran e a quanto creda
veramente in una maggiore comprensione e in migliori relazioni tra i paesi in
guerra. Ma ero seduta in platea e quindi avrei dovuto aspettare un altro momento.
Mi sentivo male per non aver condiviso il palco con i miei compagni, ma tutti
loro capivano e mi sostenevano nella mia scelta di starmene in disparte, per questa
volta. Mi sono resa conto che ciò che stiamo facendo è il vero patto e mi ha fatto
sobbalzare e intravedere le cose a venire. È snervante ed eccitante insieme quando
penso a tutte le possibilità. In questo momento, il governo iraniano non conosce
maggior nemico di Israele... e questo non ha molto senso per me quando guardo
negli occhi un mio simile. Io vedo semplicemente un’altra persona e mi chiedo,
come apparirebbe questo mondo se solo noi tutti fossimo concordi nel disaccordo
e ci guardassimo semplicemente l’un l’altro e tutti gli abitanti del pianeta come
tutti figli di Dio. Forse è un pensiero ingenuo e presuntuoso e affatto sublime
– ma io ci credo.
Oggi, ero venuta per aprire una crepa nel ghiaccio e invece ci sono scivolata
sopra! Domani, farò meglio. È una promessa che faccio a me stessa mentre sto ponderando
un altro appunto per me stessa... fare provvista di aspirine… si annuncia una
gara infernale!
Neda Sarmast