Mi fanno conoscere da Milano, la sorprendente intervista ad Alberto Cairo,
«il medico italiano da 16 anni in Afganistan», uscita su Magazine.
Chissà
perché i giornali si ostinano a definire Alberto Cairo un medico, e chissà perché
Alberto Cairo
regolarmente non smentisce? Sa anche lui di non esserlo, è
dottore in legge, di professione fisioterapista.
Così, dopo aver appreso che
l’oppio-2006 «sarà una grande annata, senz’altro il
migliore raccolto dal ’99», il fisioterapista italiano spazia
sul mondo: dalla droga a Karzaj, dagli aiuti umanitari a Maurizio
Scelli. Ne ha per tutti.
«La gente comincia a non fidarsi più
del simbolo della Croce Rossa». Che scoop! Se ne è
accorto, con anni di ritardo, anche Alberto Cairo, che tra l’altro
per la Croce Rossa lavora, anzi per l’Icrc, il nucleo originario
ginevrino del movimento della Croce Rossa.
Noi, sfortunatamente, ce ne rendiamo
conto da molto tempo. E ci rendiamo conto che «la gente»,
anche qui in Afganistan e non solo in Iraq, ha perfettamente ragione
a non fidarsi.
Ai tempi della occupazione sovietica, i
responsabili dell’Icrc definivano i mujaheddin «la resistenza
afgana» (vi sono centinaia di rapporti e documenti con questa
definizione), ma ai tempi della occupazione americana (e italiana!)
quelli che combattono le forze occupanti sono tutti chiamati da Cairo
«talebani», semplicemente. Alla faccia della
«neutralità», uno dei sacri e sbandierati principi
dell’Icrc. «E gli americani sono cinque anni che li
combattono» precisa il fisioterapista.
Verissimo. Da cinque anni in Afganistan
vi sono scontri, attentati, assassinii, rapimenti, sparizioni,
torture, bombardamenti. Direi che la parola «guerra»
descriva bene la situazione.
Invece no, almeno secondo Cairo, che
non perde l’occasione – per lui un vero hobby – di lanciare
frecciate ad Emergency. Io sarei «bravissimo a farmi
pubblicità»: grazie, me ne compiaccio.
Ma poi, per dare
sostanza alla calunnia, precisa «i suoi ospedali curano le
ferite di guerra. Ma la guerra è finita».
Gli ospedali, naturalmente sono quelli
di Emergency e non i miei. Strana però questa guerra, nella
visione di Cairo: un po’ c’è, un po’ no, si combatte ma
è finita, si spara ma non ci sono feriti... Ho l’impressione
che se Emergency decidesse di aprire un reparto ustionati il dottor
Cairo direbbe che il fuoco non scotta. Problemi suoi.
Quando nel 2000 Emergency decise di
aprire il Centro di Kabul per curare le vittime di guerra, l’Icrc
insorse. Protestarono con l’ambasciata italiana a Islamabad (quella
di Kabul era chiusa), con il Ministero della sanità a Kabul
(talebano), con la delegazione italiana all’Onu a Ginevra.
Protestarono perché si apriva un
ospedale: perché pensano di detenere in esclusiva - lo pensano
davvero! – il diritto di decidere quando un ospedale serve e quando
no, se è bene o male che ci sia.
In quella occasione, e fu anche
l’ultima, Alberto Cairo visitò la sede di Emergency a
Milano.
Venne a spiegarci che «quell’ospedale per vittime di
guerra non serviva», che i bisogni erano «coperti da
loro», cioè dall’Icrc.
Intendeva ben altro, ma non poteva
dirlo.
Avrebbe dovuto dire che il
Comitato Internazionale della Croce Rossa aveva ricevuto in
passato, e continuava a ricevere, una grande quantità di
milioni di dollari all’anno – soprattutto da vari governi – per
curare i feriti di guerra in Afganistan. Voleva dire che chiunque
avesse aperto un nuovo Centro – magari un ospedale pulito,
efficiente, di alto livello – poteva fare ombra (e far calare i
dollari e gli yen) alla mitica Icrc e al «suo ospedale» a
Kabul: quello di Karteh-Seh, che ben conosco.
Lo visitai nell’aprile del 2000: una
sorta di immondezzaio dove le pazienti-donne stavano chiuse in una
prigione con un chiavistello e la guardia davanti, a impedire visite
a chiunque, medici compresi.
Chiuse a chiave e guardate (non a
vista, naturalmente) dai talebani, in un ospedale sostenuto dalla
Croce Rossa. In questo modo erano «coperti» i bisogni.
Da loro.
Emergency ha aperto il Centro di Kabul
(che ha fatto seguito al Centro di Anabah e ha preceduto quello di
Lashkargah) perché ce n’era bisogno. Nel 2001, epoca
talebana.
L’ unico ospedale nel Paese, ancora
oggi, dove i feriti non spendono nulla per essere curati.
In cinque anni, quell’ospedale
«inutile» ha curato 40.890 pazienti, ricoverati o
trattati ambulatorialmente, ed eseguito 12.173 interventi chirurgici.
Senza distinzione, neanche di genere. Le donne hanno potuto essere
curate e hanno potuto lavorare, curare altri, senza chiavistelli né
burqa, in un ambiente ospitale non discriminante.
Quell’ospedale «inutile»
è riconosciuto ufficialmente dal Ministero della Sanità
afgano come il Centro di eccellenza nazionale per la chirurgia di
guerra e traumatologica.
In quel Centro – dotato tra l’altro
dell’unico reparto di Rianimazione di tutto il Paese e dell’
unica tomografia computerizzata gratuita per la popolazione - c’è
un alto standard di cura e di passione nel lavoro. Anche per questo,
oltre che per la sua igiene e in qualche modo la sua “bellezza”,
questo ospedale è considerato da tutti il migliore in
Afganistan.
Non da Alberto Cairo, ovviamente, che
senza averlo mai visitato può comunque proclamare che «di
ospedali così ce ne sono almeno altri 15».
Mi piacerebbe davvero.
Avanzerei
una proposta, a giornalisti del Corriere o di altre testate.
Andate a vederli, gli ospedali segnalati da Alberto Cairo, e
scriveteci su, magari immaginandovi di essere voi i pazienti.
Poi, se ne avete voglia, passate a
visitare il «Centro Chirurgico per vittime di guerra di Kabul».
Qui lo chiamano «Emergency Hospital», qualsiasi cittadino
di Kabul ve lo saprebbe indicare. Non servono appuntamenti né
preavviso, non abbiamo bisogno di passare un po’ di vernice
fresca...
E già che ci siete, chiedete ad
Alberto Cairo di farvi visitare, essendone direttore, i «6
ospedali ortopedici della Croce Rossa Internazionale sparsi in tutto
l’Afganistan».
Ospedali ortopedici? Neanche l’ombra!
Laboratori per la produzione di protesi
sì. Ma che c’entrano con gli ospedali? Se un fisioterapista
(con tutto l’affetto per la categoria) diventa “medico”, un
centro protesi diventa poi un ospedale ortopedico? Non è
“creativa” solo la finanza!
Dimenticavo. Ogni anno, dall’
«ospedale ortopedico» dell’Icrc di Kabul numerosi
pazienti, vittime di guerra “a guerra finita”, sono stati inviati
al Centro di Emergency perché bisognosi di interventi
ortopedici.
Feriti immaginari i nostri o ospedali
fantasma i loro?
Finale a sorpresa.
Ho finito da poco di
scrivere queste note in risposta ai reiterati attacchi giornalistici
(non provocati, come si usa dire) di Alberto Cairo contro Emergency e
contro di me, e mi accingo a gustare la pastasciutta serale con il
resto del team di Emergency, quando riceviamo la visita - alle venti
e trenta di mercoledi 5 aprile - del Capo Delegazione dell’Icrc.
Il numero uno della Croce Rossa
Internazionale in Afganistan, Reto Stocker, viene a casa nostra
accompagnato dal dottor Alberto Cairo.
Ci spiega che «it has been a big
fuck-up», espressione grassoccia equivalente a «una gran
stronzata».
Il dottor Cairo ci dice d’essere
stato a cena in Italia con amici, tra i quali la giornalista Camilla
Baresani, autrice del “servizio”. Chiacchierando nel dopocena –
quando, si sa, la lingua è più sciolta... - si spazia
da Karzaj a Scelli, dalla droga alle Ong e gli sono scappati quei
commenti su Emergency.
Spiega anche, molto dispiaciuto, di avere
detto sul nostro lavoro anche altre cose molto carine che la
giornalista cattivona e faziosa ha poi «tagliato»
dall’intervista travisandone il senso. Che peccato!
Il Capo Delegazione dichiara che questa
vicenda è stata un grave errore da parte di Alberto Cairo, e
che dall’Icrc hanno anche protestato con la giornalista, oltre che
pesantemente redarguito il loro dipendente.
«Sono venuto per porgere
ufficialmente le scuse dell’Icrc e per assicurare a Emergency che
una cosa del genere non si ripeterà» ha detto Reto
Stocker, in presenza di testimoni.
Bene. Ma le calunnie e il danno sono
pubblici.
Perché non scrivere queste cose al Corriere,
chiedendo una rettifica? Lo abbiamo chiesto ufficialmente. «Io non sono disposto
a farlo»
ha risposto Cairo.
Prima getta fango su Emergency in
centinaia di migliaia di copie – ma le sue parole sono state
fraintese, d’altra parte capita anche ai Presidenti del Consiglio!
-, poi si rifiuta di scrivere una lettera al giornale per dire come
stanno le cose.
Sono
in ritardo per la cena. Arrivederci alla prossima.
Gino Strada