Thanksgiving Day, il giorno in cui gli Usa distolgono gli occhi dal male che fanno
Sette ore di viaggio da Chicago verso l’East Coast, con tre di ritardo in aeroporto
e seduti in cabina. Mia figlia ride o strilla. Come me, decine di milioni di Americani
in moto sulle autostrade, per gli aeroporti, sui malandati treni dell’Amtrak e
sugli autobus ancora più sgangherati della Greyhound. La grande transumanza annuale
per il Thanksgiving Day è cominciata. Nel giorno del ringraziamento le famiglie
americane si riuniscono, si congregano in una festa nazional-popolare. Intimista
e collettiva al contempo. Mio nipote Sam all’asilo ha confezionato tacchini di
carta e piume sintetiche colorate; un copricapo indiano, una specie di gilet di
carta (con le piume sul copricapo e sul corpo si evocano le tribù che abitavano
questi luoghi).
Il giorno del ringraziamento celebra la venuta dei Pilgrims, i pellegrini, le
sette protestanti che lasciarono l’Inghilterra per evitare la persecuzione religiosa
e perseguire la forma più pura della loro religione nel Nuovo Mondo. Le origini
puritane e teocratiche dell’America coloniale, almeno nel Nordest, vengono così
prese come spunto, come origine della nazione. La festa in sé celebra un mitico
pasto in comune tra i nuovi venuti e le tribù autoctone che li aiutarono a sopravvivere
nei primi momenti della colonizzazione. Ci si siede a tavola con la propria famiglia
e si ringrazia Dio per tutti i beni della terra, i bambini fanno recite a scuola
vestendo i panni dei puritani e degli 'indiani', che in un gesto di solidarietà
si uniscono e condividono il cibo. Si celebra quindi il mito del comunismo originario,
dell'età primitiva e d'oro, dell'infanzia morale e saggia della nazione.

Questo paese è basato sulla negazione delle violenze commesse per costruirlo,
eppure nella sua festa più importante ricorda gli indiani, li esalta, al contempo
li rende comparse in un disegno di provvidenza divina, gentili creature di cui
si perde traccia immediatamente dopo. Quando rientrano nella mitologia e nella
rappresentazione culturale, vi rientrano come selvaggi, come terroristi, come
stupratori di donne e attentatori alla quotidiana serenità delle cittadine sparse
nelle distese americane.
In questo Thanksgiving non mancano i reportage lacrimanti e nazionalisti di quelle
famiglie che hanno appena perso un parente in Iraq, magari nell'assalto a Falluja.
I deserti della Mesopotamia sono solo nuove frontiere da domare, nuovi sentieri
delle lacrime da far piangere ad altri popoli, per poi commemorare più tardi una
storia falsa ed edulcorata di amore universale. Vi è come un ermetismo, un'incomunicabilità
tra l'esistenza normale, dimessa, tra la domesticità di questi milioni fra cui
mi muovo e vivo, e la ferocità della politica a cui sono organicamente collegati.
Celebreremo quindi insieme con amore e calore tra noi, tra le nostre famiglie,
quei legami personali che sono il sale della vita, riferendoci a quello che fu
l'ultimo pasto prima del lento e metodico eccidio dei primi americani. Ringrazieremo
dunque Dio per il bene che ci fa, e distoglieremo gli occhi dal male che facciamo.
Matteo Colombi