27/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Thanksgiving Day, il giorno in cui gli Usa distolgono gli occhi dal male che fanno
Un'illustrazione dei primi Pilgrims
Sette ore di viaggio da Chicago verso l’East Coast, con tre di ritardo in aeroporto e seduti in cabina. Mia figlia ride o strilla. Come me, decine di milioni di Americani in moto sulle autostrade, per gli aeroporti, sui malandati treni dell’Amtrak e sugli autobus ancora più sgangherati della Greyhound. La grande transumanza annuale per il Thanksgiving Day è cominciata. Nel giorno del ringraziamento le famiglie americane si riuniscono, si congregano in una festa nazional-popolare. Intimista e collettiva al contempo. Mio nipote Sam all’asilo ha confezionato tacchini di carta e piume sintetiche colorate; un copricapo indiano, una specie di gilet di carta (con le piume sul copricapo e sul corpo si evocano le tribù che abitavano questi luoghi).
 
Il giorno del ringraziamento celebra la venuta dei Pilgrims, i pellegrini, le sette protestanti che lasciarono l’Inghilterra per evitare la persecuzione religiosa e perseguire la forma più pura della loro religione nel Nuovo Mondo. Le origini puritane e teocratiche dell’America coloniale, almeno nel Nordest, vengono così prese come spunto, come origine della nazione. La festa in sé celebra un mitico pasto in comune tra i nuovi venuti e le tribù autoctone che li aiutarono a sopravvivere nei primi momenti della colonizzazione. Ci si siede a tavola con la propria famiglia e si ringrazia Dio per tutti i beni della terra, i bambini fanno recite a scuola vestendo i panni dei puritani e degli 'indiani', che in un gesto di solidarietà si uniscono e condividono il cibo. Si celebra quindi il mito del comunismo originario, dell'età primitiva e d'oro, dell'infanzia morale e saggia della nazione.
 
Un'illustrazione dell'incontro tra i pellegrini e i nativi americaniQuesto paese è basato sulla negazione delle violenze commesse per costruirlo, eppure nella sua festa più importante ricorda gli indiani, li esalta, al contempo li rende comparse in un disegno di provvidenza divina, gentili creature di cui si perde traccia immediatamente dopo. Quando rientrano nella mitologia e nella rappresentazione culturale, vi rientrano come selvaggi, come terroristi, come stupratori di donne e attentatori alla quotidiana serenità delle cittadine sparse nelle distese americane.
 
In questo Thanksgiving non mancano i reportage lacrimanti e nazionalisti di quelle famiglie che hanno appena perso un parente in Iraq, magari nell'assalto a Falluja. I deserti della Mesopotamia sono solo nuove frontiere da domare, nuovi sentieri delle lacrime da far piangere ad altri popoli, per poi commemorare più tardi una storia falsa ed edulcorata di amore universale. Vi è come un ermetismo, un'incomunicabilità tra l'esistenza normale, dimessa, tra la domesticità di questi milioni fra cui mi muovo e vivo, e la ferocità della politica a cui sono organicamente collegati. Celebreremo quindi insieme con amore e calore tra noi, tra le nostre famiglie, quei legami personali che sono il sale della vita, riferendoci a quello che fu l'ultimo pasto prima del lento e metodico eccidio dei primi americani. Ringrazieremo dunque Dio per il bene che ci fa, e distoglieremo gli occhi dal male che facciamo.
 
Matteo Colombi
Categoria: Politica, Storia, Costume
Luogo: Stati Uniti