07/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Di nuovo incandescente la situazione nel Kurdistan turco, uno sguardo ai retroscena
Scritto per noi da
Emiliano Bottacco

Da oltre una settimana la Turchia è in fiamme per la rivolta kurda scoppiata il 28 marzo a Diyarbakir. La scintilla è scoccata durante i funerali di quattordici guerriglieri delle Forze Popolari Kurde di Difesa (Hpg ), uccisi dall’esercito turco (con armi chimiche, secondo fonti kurde) durante un’operazione militare nella regione di Mus-Bingol.

Gli eventi. Alcuni giorni prima di questi attacchi, l’Hpg annunciava una tregua unilaterale per celebrare in pace il Newroz, il capodanno kurdo, svoltosi senza incidenti il 21 marzo. Ora, invece, il bilancio è drammatico: dal capoluogo kurdo i violenti scontri si sono estesi a Batman, Siirt, Mardin, Kiziltepe, Yuksekova, Nusaybin e anche a Istanbul, dove i cittadini kurdi sono numerosi. La polizia e i militari turchi hanno attaccato i civili kurdi usando gas lacrimogeni, armi da fuoco e mezzi blindati. Contando anche gli ultimi scontri, avvenuti il 3 aprile, il bilancio delle ultime settimane è di 15 civili uccisi, 360 feriti e 354 arrestati. Il 2 aprile ci sono stati scontri, che hanno provocato 50 feriti, anche a Nusaybin, vicino al confine siriano. Lo stesso giorno a Istanbul, un gruppo di uomini ha lanciato bombe incendiarie contro un autobus nel quartiere di Bagcilar; il veicolo in fiamme si è rovesciato sul marciapiede uccidendo alcuni passanti, tra cui due donne anziane. La polizia turca ha incolpato per l’attentato i dimostranti filokurdi. Sempre il 2 aprile i “Falchi per la libertà del Kurdistan”, una nuova sigla comparsa con gli attentati della scorsa estate a Cesme, hanno affermato di voler colpire il turismo in Turchia. Il Partito democratico della Società (Dtp), la maggiore forza politica kurda, ha condannato le proteste "non democratiche”, ma ha anche ribadito che "in uno Stato di diritto non si possono usare armi contro una protesta disarmata”.

La situazione precedente. Pochi giorni prima dell’inizio degli scontri una delegazione dell’Associazione “Verso il Kurdistan”, una Onlus di Alessandria, si trovava nel Kurdistan turco per sostenere progetti in campo sanitario e scolastico promossi da municipalità kurde, associazioni per i diritti umani e membri del Partito Democratico della Società. Il quadro emerso allora mostrava già quanto esplosiva fosse la situazione. A Sirnak è stato loro spiegato che la guerriglia è tornata in forze e dispone di 10 mila volontari pronti sulle montagne. Nel corso della settimana precedente c’erano state delle azioni di guerriglia che erano costate la vita a 11 soldati turchi e 2 guerriglieri. E a febbraio, 24 Madri per la pace (di cui molte over 60 ) erano state arrestate a Diyarbakir per essersi incatenate in mezzo alla strada chiedendo la fine del conflitto e dell’isolamento di Ocalan nel carcere di Imrali. Già questi eventi lasciavano prevedere una recrudescenza delle operazioni militari in tutta l'area nei mesi successivi, ma nessuno immaginava cosa sarebbe successo soltanto 6 giorni dopo.

Sirnak: un modello esemplare. La città di Sirnak è un luogo esemplare della situazione nel Kurdistan turco: situata nella regione del Botan, conta 50 mila abitanti, che arrivano a 80 mila con i profughi di guerra. Il livello di disoccupazione è alto e la povertà è diffusa, le strade sono dissestate, lo sviluppo è caotico e improvvisato. La militarizzazione è tale che si stima ci sia un soldato per ogni abitante. I dati forniti dal Dtp locale raccontano una situazione sociale insostenibile: nell’area attorno a Sirnak ci sono 5 mila famiglie di profughi, per un totale di 50 mila sfollati provenienti da 35 villaggi bombardati e distrutti dalle forze armate turche. Solo sei villaggi sono rimasti in piedi. Per far fronte alla crescita della guerriglia, che si sta riorganizzando anche grazie alle basi logistiche nel nord dell’Iraq, il governo sta dislocando in questa zona circa 100 mila militari. Come tutte le municipalità amministrate da sindaci filokurdi, Sirnak non gode di alcun appoggio da parte delle autorità:  mancano del tutto i finanziamenti statali che vengono invece concessi ai comuni amministrati dal partito di governo, l’Akp. L'influenza islamista, qui come altrove in Turchia, sta crescendo da quando l’Akp è al potere. L'istruzione è discriminata: ci sono scuole speciali per i figli dei militari e un alto grado di abbandono scolastico da parte degli alunni kurdi. A Sirnak risiede anche un migliaio di prigionieri politici, e il Dtp riceve continue minacce da parte delle autorità.

Detenuti politici. Il 19 marzo a Diyarbakir, durante l’ incontro con Tuhad Fed, l’associazione dei familiari dei detenuti politici, era emerso come la grande maggioranza di questi ultimi siano kurdi. In passato erano 10-12 mila, oggi sono all'incirca 2500, considerando solo quelli condannati a lunghe pene detentive. Numerose prigioni sono state convertite in carceri di tipo F, di totale isolamento. Il governo si è recentemente occupato del sistema carcerario con una nuova legge che non migliora assolutamente la situazione. I detenuti non possono spedire ne' ricevere posta, passano mesi per poter avere un colloquio telefonico con le famiglie e le visite sono state limitate. C'e' da dire che purtroppo, a differenza del recente passato, l'impegno dell'Europa sta scemando anche su questo versante.

Discriminazione persistente e deficit democratico. Dagli altri incontri della delegazione è emerso che non esiste in Turchia una legge chiara che consenta ai kurdi di parlare la loro lingua nei luoghi pubblici; tutto è molto discrezionale e dipende dai giudici. I corsi di lingua kurda, recentemente ammessi dal Governo, sono privati e molto cari (fino a 100 milioni di lire turche). Rimane irrisolto anche il problema del cambiamento della Costituzione della Repubblica, frutto del golpe militare del 1980, contenente ancora articoli contro il separatismo, che permettono l’incarcerazione arbitraria di migliaia di oppositori.

Naoki Tomasini

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