stampa
invia
Lilian Syssoco è una bimba di nove anni, mulatta: padre
russo e madre africana. Una settimana fa due naziskin l’hanno aggredita davanti
a casa sua, a San Pietroburgo. L’hanno presa a calci e pugni e poi l’hanno
accoltellata al collo e in volto, tagliandole addirittura la lingua.
Sentenze scandalose. Proprio in questi ultimi giorni
si sono avute altre brutte sentenze in questo campo. La più clamorosa è
certamente quella riguardante gli otto naziskin di San Pietroburgo che il 9
febbraio 2004 uccisero con undici coltellate una bambina tagica di nove anni,
Khursheda Sultanova. La scorsa settimana il tribunale li ha riconosciuti
colpevoli non di omicidio a sfondo razziale, ma solo di teppismo, condannandoli
a pene leggerissime, comprese tra i 18 mesi e i 5 anni di reclusione.
La sera del primo aprile, Zaur Tutov, cantante di origine
caucasica e ministro della Cultura della Repubblica russa di
Cabardino-Balcaria, è stato assalito a Mosca da una ventina di ragazzi con la
testa rasata, che indossavano anfibi militari e bomber. Insultandolo e urlando
“La Russia ai russi, vattene da qui!” – slogan del partito social-nazionalista
Rodina
– la banda di naziskin si è scagliata contro Tutov, picchiandolo a sangue e
fratturandogli la mascella.
Ma il problema è politico. Il problema è che in
Russia la xenofobia – l’odio verso i ciornie, i neri, come vengono
spregiativamente chiamati gli immigrati caucasici – non è solo l’ideologia di
50 mila skinhead di San Pietroburgo e Mosca, ma è il sentimento del 60 percento
della popolazione. Questo grazie al plumbeo clima politico-culturale creato
negli ultimi anni dalla propaganda del regime di Putin, che sulla paura del
terrorismo ceceno e caucasico ha fondato e continua a fondare la sua fortuna
politica e il suo consenso di massa. Grazie alla xenofobia, la gente – invece
di prendersela con il governo per la mancanza di lavoro, per gli stipendi e le
pensioni che non arrivano o che sono da fame – riversa la propria rabbia e la
propria frustrazione verso i ciornie che “portano il terrorismo e rubano
il lavoro”, stringendosi attorno all’uomo forte che sta al Cremlino.
Rodina
(Patria) di Dimitri Rogozin e Sergej Glazyev, nato da poco ma già quarto
partito con il 9 per cento. Quest’ultima formazione è la più inquietante, la
più legata ai movimenti neonazisti. Basta pensare che in una sessione della
Duma, i suoi due leader hanno auspicato la formazione di milizie volontarie per
combattere la ‘delinquenza etnica’ nelle città russe: un’esplicita
legittimazione delle violenze dei naziskin che imperversano nelle squallide
periferie urbane, inconsapevoli strumenti di una strategia politica che nasce
più in alto, tra gli stucchi dorati e i cristalli del Cremlino.Enrico Piovesana