06/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I naziskin russi si scatenano, certi di poter contare sulla clemenza dei tribunali
Naziskin russiLilian Syssoco è una bimba di nove anni, mulatta: padre russo e madre africana. Una settimana fa due naziskin l’hanno aggredita davanti a casa sua, a San Pietroburgo. L’hanno presa a calci e pugni e poi l’hanno accoltellata al collo e in volto, tagliandole addirittura la lingua.
Ora è ricoverata all’ospedale pediatrico locale in condizioni molto gravi, ma stabili.
Il pubblico ministero di turno, Sergei Zaitsev, vuole incriminare gli assalitori per ‘teppismo’ invece che per ‘aggressione motivata da odio razziale’, accusa che implicherebbe pene ben più severe.
Sarebbe solo l’ennesima conferma della scandalosa – quanto ambigua – clemenza con cui le autorità giudiziarie e politiche russe trattano i responsabili delle violenze xenofobe.
 
Khursheda e il suo omicida Koptsev Sentenze scandalose. Proprio in questi ultimi giorni si sono avute altre brutte sentenze in questo campo. La più clamorosa è certamente quella riguardante gli otto naziskin di San Pietroburgo che il 9 febbraio 2004 uccisero con undici coltellate una bambina tagica di nove anni, Khursheda Sultanova. La scorsa settimana il tribunale li ha riconosciuti colpevoli non di omicidio a sfondo razziale, ma solo di teppismo, condannandoli a pene leggerissime, comprese tra i 18 mesi e i 5 anni di reclusione.
Negli stessi giorni il tribunale di Mosca ha rigettato l’aggravante dell’odio razziale per Aleksandr Koptsev, il giovane naziskin che l’11 gennaio 2006 ha accoltellato nove fedeli ebrei in una sinagoga del centro di Mosca, condannato il 27 marzo a 13 anni di prigione con l’attenuante per incapacità d’intendere e di volere.
Sentenze che dimostrano la mancanza di volontà delle autorità russe di reprimere con esemplare durezza la violenza xenofoba, un fenomeno che in Russia è in continua e preoccupante crescita, anche a causa della relativa impunità che lo accompagna.
 
La speranza di una svolta. Non è un caso che, proprio nei giorni che hanno seguito queste sentenze, altri naziskin si siano sentiti implicitamente autorizzati a colpire ancora.
Tutov e MirzoyevLa sera del primo aprile, Zaur Tutov, cantante di origine caucasica e ministro della Cultura della Repubblica russa di Cabardino-Balcaria, è stato assalito a Mosca da una ventina di ragazzi con la testa rasata, che indossavano anfibi militari e bomber. Insultandolo e urlando “La Russia ai russi, vattene da qui!” – slogan del partito social-nazionalista Rodina – la banda di naziskin si è scagliata contro Tutov, picchiandolo a sangue e fratturandogli la mascella.
Il giorno dopo è toccato a Elkhan Mirzoyev, giornalista televisivo di origine azera. Si trovava in metropolitana, sempre a Mosca, quando un gruppo di naziskin lo ha circondato, gli ha spiegato che uno come lui non poteva stare in Russia e poi lo hanno preso a bottigliate in testa ferendolo gravemente.
In entrambi questi casi la magistratura ha avviato un’inchiesta per “aggressione a sfondo razzista”: un timido segno di lucidità nei confronti di un fenomeno che, se non adeguatamente punito e combattuto, rischia di continuare a dilagare.
 
Una gigantografia di Putin Ma il problema è politico. Il problema è che in Russia la xenofobia – l’odio verso i ciornie, i neri, come vengono spregiativamente chiamati gli immigrati caucasici – non è solo l’ideologia di 50 mila skinhead di San Pietroburgo e Mosca, ma è il sentimento del 60 percento della popolazione. Questo grazie al plumbeo clima politico-culturale creato negli ultimi anni dalla propaganda del regime di Putin, che sulla paura del terrorismo ceceno e caucasico ha fondato e continua a fondare la sua fortuna politica e il suo consenso di massa. Grazie alla xenofobia, la gente – invece di prendersela con il governo per la mancanza di lavoro, per gli stipendi e le pensioni che non arrivano o che sono da fame – riversa la propria rabbia e la propria frustrazione verso i ciornie che “portano il terrorismo e rubano il lavoro”, stringendosi attorno all’uomo forte che sta al Cremlino. 
 I maggiori responsabili di questo clima sono i due partiti xenofobi che alle ultime elezioni hanno registrato un preoccupante avanzamento: il Partito Liberal-Democratico (Ldpr) dell’ultranazionalista Vladimir Zirinoskij, terzo partito russo con il 12 per cento, e il già citato partito social-nazioanlista Zirinovskij, Rogozin e GlazyevRodina (Patria) di Dimitri Rogozin e Sergej Glazyev, nato da poco ma già quarto partito con il 9 per cento. Quest’ultima formazione è la più inquietante, la più legata ai movimenti neonazisti. Basta pensare che in una sessione della Duma, i suoi due leader hanno auspicato la formazione di milizie volontarie per combattere la ‘delinquenza etnica’ nelle città russe: un’esplicita legittimazione delle violenze dei naziskin che imperversano nelle squallide periferie urbane, inconsapevoli strumenti di una strategia politica che nasce più in alto, tra gli stucchi dorati e i cristalli del Cremlino.

Enrico Piovesana

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