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La qualità di vita è pessima. L’Ufficio della Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per il Tpo,
con sede a Gerusalemme, sta conducendo una ricerca sulla qualità della
vita nel Tpo in collaborazione con l’Università palestinese di Birzeit
e la propria sede centrale di Ginevra. Una componente di questo studio
ha messo a confronto la qualità della vita di un campione di
palestinesi tratto dalla popolazione generale (circa mille persone
sopra i 18 anni di età) con quello di altri 23 paesi di vari livelli
economici, dalla Nigeria alla Cina e all’Italia, composto invece, in
una proporzione simile, da persone sia sane sia ricoverate in ospedale.
I risultati di tale confronto mostrano che gli intervistati del Tpo
soffrono di disturbi di salute fisici, psicologici e ambientali in un
grado assai maggiore rispetto al campione internazionale. La loro
qualità di vita risulta essere la peggiore al mondo, fatta eccezione
per l’Argentina al momento del disastro economico del 2002. Questo
nonostante il gruppo di confronto comprendesse persone sia sane sia
malate. Se si considera inoltre che le interviste nel Tpo sono state
condotte nel dicembre 2005, ossia prima del devastante blocco economico
e delle rigide misure di sicurezza imposte da Israele in risposta alla
vittoria di Hamas nelle elezioni politiche palestinesi del 25 gennaio
2006, non è difficile immaginare le dimensioni della catastrofe
umanitaria che si sta consumando in quella regione.
Nuove misurazioni. I risultati dello studio mostrano come il
contesto politico in cui vive
la gente e le conseguenze che ne derivano costituiscano i principali
determinanti della qualità della vita nel Tpo. Viene così avvalorata la
percezione che le misure convenzionali della salute e dei fattori che
la minacciano debbano essere arricchite da indicatori di natura sociale
e politica. Nel caso del Tpo,
l’esclusione sociale, politica ed economica, con tutte le conseguenze,
costituisce il nucleo portante di una rete di
causalità che conduce a una infima qualità di vita e salute. Il
significato di questa ricerca sta non soltanto in ciò che mostra
sulla qualità di vita dei palestinesi, ma anche nelle nuove
prospettive che offre su come valutare in modo più complessivo e
profondo i costi umani di un conflitto violento. Lo studio mostra come
affrontare un conflitto armato alla stregua di un problema di salute
pubblica possa portare a un cambiamento nei metodi di misura adottati.
Si può così passare dal semplice conteggio dei morti e feriti alla
descrizione
anche qualitativa della sofferenza sociale provocata dalla violazione
di diritti umani fondamentali. Di conseguenza, anche le implicazioni in
termini della risposta internazionale da mettere in atto vengono a
mutare: da un aiuto umanitario e medico ad azioni di risoluzione
politica del conflitto e di piena realizzazione del diritto
internazionale.
Le conseguenze sul futuro. La ricerca permette inoltre di intravedere le conseguenze che si
concretizzeranno nel lungo termine. Gli effetti cumulativi di una vita
vissuta in condizioni di continua assenza di protezione, sicurezza e
stabilità, in un crescente sommarsi di esposizioni ad esperienze di
umiliazione, frustrazione, deprivazione fisica e sociale, si
manifesteranno prevedibilmente un giorno in vere e proprie espressioni
fisiche, sotto forma di aumentato rischio di malattia e di morte
prematura. Uno dei messaggi più forti che provengono dalla Commissione
mondiale sui Determinanti sociali della salute, creata lo scorso anno
dalla Oms, è che le cause della malattia sono molto spesso legate a
circostanze sociali, economiche e politiche. Nei Tpo la piena
attuazione dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto
della popolazione al libero movimento sulla propria terra, e il
rispetto del diritto umanitario internazionale rappresentano il primo
determinante di salute da cui partire per una vera tutela e promozione
della salute e del benessere dei palestinesi.