Bolivia, alla foglia di coca si riconducono storie di lotta per la sopravvivenza e per i diritti umani
scritto per noi
Adriano Seu
“Per la società boliviana contemporanea la hoja de coca è il simbolo della storia di un’intera nazione”. Queste le parole di Julio Cesar Soto, attualmente in Italia ma originario di Cochabamba (regione
in cui si concentra la maggior parte dei terreni coltivati a coca), membro dell’associazione
culturale Red Tinku, impegnata nel promuovere attività e iniziative in favore dei campesinos e dei giovani senza tetto. I racconti di Julio dimostrano come quella che è
considerata una sostanza mondialmente proibita sia sinonimo di vita per un popolo
intero. Se da una parte, infatti, l’aspetto mistico e simbolico è sempre molto
forte, la realtà quotidiana parla soprattutto di migliaia di contadini per i quali
la foglia di coca rappresenta l’unica chance di sopravvivenza.
Il mito della hoja de coca. Le usanze e le tecniche di coltura praticate anticamente sono alla base del
forte senso solidaristico che tradizionalmente viene attribuito alla foglia di
coca e che permea ogni rito o cerimonia che preveda il suo impiego. Nell’impero
inca la hoja, considerata sacra, veniva coltivata da contadini provenienti da ogni zona,
riuniti per le semine stagionali. Il lavoro era sempre svolto in comune secondo
una logica di aiuto reciproco. Utilizzata sino ad allora solo dalle caste più
elevate, è con l’arrivo dei conquistadores che la foglia di coca si converte nel simbolo della fierezza e della resistenza
di un intero popolo. Secondo l’aneddoto raccontato da Julio, “si narra che al
loro arrivo gli invasori si imbatterono in un contadino, afflitto e sofferente
per la perdita della propria terra, ma deciso a non abbandonare ciò che possedeva.
Il contadino iniziò a piangere e a versare lacrime, grazie a cui iniziò a germogliare
una pianta che avrebbe dato energia e nutrimento a un popolo sottomesso e depredato.
Il contadino prese a diffondere questa pianta miracolosa, la hoja de coca”.
Cocaleros: sopravvivenza, duro lavoro e rituali quotidiani. Per la stragrande maggioranza dei contadini, coltivare la foglia di coca è una
scelta pressoché obbligata. La terra e le condizioni climatiche delle zone andine
boliviane non assicurano prodotti agricoli qualitativamente competitivi sul mercato
e i raccolti sarebbero scarsi. “La maggior parte della gente rimasta senza lavoro
dopo l’introduzione del nuovo modello economico, nel 1986, si è riversata nelle
campagne, dedicandosi alla coltivazione di quella che era l’unica risorsa naturale
che garantiva un reddito. L’intera economia boliviana, prevalentemente organizzata
su base familiare, si fonda sulle piccole imprese agricole. Per tutte le comunità
contadine la foglia di coca è il pane quotidiano, convertendosi, inoltre, in merce
di scambio per ottenere zucchero, riso e altri prodotti alimentari che scarseggiano.
La giornata lavorativa di un cocalero inizia alle 5 del mattino e si protrae per
tuta la giornata. Verso le 10, i contadini si fermano per una breve pausa e ripetere
insieme il rito del pijcheo, la masticazione della foglia di coca, che generalmente si consuma in compagnia
in quanto momento di aggregazione e socializzazione, ogni contadino prega in onore
delle divinità e degli antenati, con le mani rigorosamente raccolte vicino al
volto in segno di rispetto. Presentarsi a qualcuno e offrire una hoja è segno
di rispetto e benevolenza”. Tuttavia, la campagna di sradicamento della coca,
da alcuni anni a questa parte, si è abbattuta più sui semplici contadini che sui
narcotrafficanti. “I cocaleros sono stati vittime di vere e proprie campagne persecutorie.
Per anni hanno vissuto letteralmente sotto assedio. I corpi speciali di repressione
erano soliti effettuare blitz nelle abitazioni dei contadini, soprattutto quando
questi erano a lavorare nei campi, per compiere violenze di ogni genere. Quando
non bruciavano le biciclette – unico mezzo di trasporto per i campesinos – si
dedicavano a violenze e stupri nei confronti di donne e bambini, lasciandoli bendati
con mani e piedi legati”.
Tradizioni di ieri, feste di oggi. “Si utilizza la foglia di coca il 21 giugno – racconta Julio - in occasione
dell’equinozio di inverno, che coincide con l’inizio del calendario aymara, ma
uno dei riti più sentiti e rispettati è quello della Coa, che si tiene ogni primo venerdì del mese e viene ripetuto in tutti i successivi
martedì. Si tratta di una cerimonia in cui le foglie poste su un tavolino, imbandito
con dolci e piccoli confetti sui quali vengono disegnati i simboli relativi agli
auspici che ci si augura di realizzare, vengono fatte bruciare insieme ad altre
erbe aromatiche. Nel corso della cerimonia tutti masticano foglie di coca. Quando
il rito viene svolto in forma inaugurale, soprattutto nelle comunità contadine,
possono arrivare a partecipare perfino 200 – 300 persone. Ma, camminando per le
strade di Cochabamba il martedì o il venerdì, è ancora possibile avvertire il
forte odore di incenso che fuoriesce dalle abitazioni”.