04/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La situazione in Angola, a quattro anni dalla fine della guerra civile
Esattamente quattro anni fa, la firma degli accordi di pace tra governo e ribelli poneva fine alla guerra civile angolana. Molto resta ancora da fare per lasciarsi indietro l’eredità del conflitto, ma tra programmi di sviluppo e i problemi di sempre, il Paese guarda avanti.
 
La guerra. Una storia a lieto fine, dopo 27 anni di massacri e 500 mila morti. Domani l’Angola festeggerà il suo quarto anno di pace nella sua poco più che trentennale storia. Una storia che l’ha vista precipitare nel baratro della guerra civile subito dopo l’indipendenza, e che l’ha ridotta alla mercé di Sudafrica, Usa e Urss nel grande gioco della guerra fredda. Fino al 2002, quando la morte del leader storico Jonas Savimbi ha privato i ribelli dell’União Nacional para a Independência Total de Angola della loro guida, spianando la strada verso la firma della pace. A quattro anni da quella storica giornata, l’Angola guarda a una ricostruzione ancora agli inizi e a uno sviluppo economico che tarda a dare i suoi frutti.
 
Una piattaforma petroliferaLe risorse. Diamanti e petrolio. Principale fonte di finanziamento per la guerra i primi, volàno per l’attuale sviluppo economico il secondo. Attraverso le sue due principali ricchezze naturali, l’Angola prova a costruirsi un futuro più roseo dell’attuale presente. Prova appunto, perché finora i proventi del petrolio sono finiti nelle tasche di pochi. “La torta petrolifera è ricca, e tutti provano a prenderne una fetta”, confida a PeaceReporter un membro di una Ong che opera in Angola. “Il presidente Eduardo dos Santos fa la parte del leone, dopo aver messo le mani sulla Sonangol (la compagnia petrolifera di bandiera)”. Intanto, le elezioni presidenziali, previste per quest’anno, sono slittate al 2007 perché lo stato delle strade non permetterebbe di svolgere delle consultazioni regolari e soprattutto partecipative. E a Luanda circolano voci di uno sventato golpe, ordito dall’ex- capo dei servizi segreti Fernando Garcia Miala contro il presidente. “La notizia è stata data solo da alcune radio, e nelle province governate da ex-comandanti dell’Unita", continua il nostro interlocutore. "A Luanda, è passata in tv solo un giorno, verso mezzanotte. A dimostrazione di come il controllo dei media da parte del governo sia stretto”.
 
Il presidente angolano Eduardo dos SantosBuone notizie. Ma nonostante il pesante clima politico e i problemi economici, dall’Angola non arrivano solo brutte notizie. La pace regge, dopo quattro anni di transizione. Alcuni contingenti ribelli sono stati integrati nell’esercito, e gli ex-comandanti dell’Unita sono entrati in politica o sono diventati governatori di province. “Continuano ad abbondare le armi, i kalashnikov costano 50 dollari”, prosegue la nostra fonte, “ma si tratta di criminalità spicciola. La guerra civile è finita, e l’Angola oggi è in pace”. Una buona notizia, visto che molto spesso in Africa le guerre civili si lasciano pesanti strascichi fatti di disarmi mancati e scontri che si protraggono per anni, come in Congo. Se si eccettua invece il conflitto cabindano, oggi in Angola le armi tacciono, e i profughi hanno fatto ritorno nel Paese.
 
Uno sminatore in azioneLe mine. Resta invece pressante il problema delle mine. “Ce ne sono ancora milioni in tutto il Paese, messe da tutti i protagonisti della guerra: Angolani, Sudafricani, Cubani... E con la stagione delle piogge la situazione peggiora anche, visto che le strade smottano e alcune mine possono venire alla luce o spostarsi, rendendo pericolosi anche i percorsi teoricamente sicuri”, conclude il nostro interlocutore. Sono migliaia i mutilati del Paese, una delle tante eredità del conflitto. Un passato oscuro da cui l’Angola si allontana ogni giorno di più. A piccoli passi. 

Matteo Fagotto

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