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La guerra. Una storia a lieto fine, dopo 27 anni di massacri e 500
mila morti. Domani l’Angola festeggerà il suo quarto anno di pace nella sua
poco più che trentennale storia. Una storia che l’ha vista precipitare nel
baratro della guerra civile subito dopo l’indipendenza, e che l’ha ridotta alla
mercé di Sudafrica, Usa e Urss nel grande gioco della guerra fredda. Fino al
2002, quando la morte del leader storico Jonas Savimbi ha privato i ribelli dell’União
Nacional para a Independência Total de Angola della loro guida, spianando la strada verso
la firma della pace. A quattro anni da quella storica giornata, l’Angola guarda
a una ricostruzione ancora agli inizi e a uno sviluppo economico che
tarda a dare i suoi frutti.
Le risorse. Diamanti e petrolio. Principale fonte di finanziamento
per la guerra i primi, volàno per l’attuale sviluppo economico il secondo.
Attraverso le sue due principali ricchezze naturali, l’Angola prova a
costruirsi un futuro più roseo dell’attuale presente. Prova appunto, perché
finora i proventi del petrolio sono finiti nelle tasche di pochi. “La torta
petrolifera è ricca, e tutti provano a prenderne una fetta”, confida a PeaceReporter un membro di una Ong che
opera in Angola. “Il presidente Eduardo dos Santos fa la parte del leone, dopo
aver messo le mani sulla Sonangol (la
compagnia petrolifera di bandiera)”. Intanto, le elezioni presidenziali, previste
per quest’anno, sono slittate al 2007 perché lo stato delle strade non
permetterebbe di svolgere delle consultazioni regolari e soprattutto
partecipative. E a Luanda circolano voci di uno sventato golpe, ordito dall’ex-
capo dei servizi segreti Fernando Garcia Miala contro il presidente. “La
notizia è stata data solo da alcune radio, e nelle province governate da
ex-comandanti dell’Unita", continua il nostro interlocutore. "A Luanda, è
passata in tv solo un giorno, verso mezzanotte. A dimostrazione di come il
controllo dei media da parte del governo sia stretto”.
Buone notizie. Ma nonostante il pesante clima politico e i problemi
economici, dall’Angola non arrivano solo brutte notizie. La pace regge, dopo
quattro anni di transizione. Alcuni contingenti ribelli sono stati integrati
nell’esercito, e gli ex-comandanti dell’Unita
sono entrati in politica o sono diventati governatori di province. “Continuano
ad abbondare le armi, i kalashnikov costano 50 dollari”, prosegue la nostra
fonte, “ma si tratta di criminalità spicciola. La guerra civile è finita, e
l’Angola oggi è in pace”. Una buona notizia, visto che molto spesso in Africa
le guerre civili si lasciano pesanti strascichi fatti di disarmi mancati e
scontri che si protraggono per anni, come in Congo. Se si eccettua invece il
conflitto cabindano, oggi in Angola le armi tacciono, e i profughi hanno fatto
ritorno nel Paese.
Le mine. Resta invece pressante il problema delle mine. “Ce ne sono ancora
milioni in tutto il Paese, messe da tutti i protagonisti della guerra:
Angolani, Sudafricani, Cubani... E con la stagione delle piogge la situazione
peggiora anche, visto che le strade smottano e alcune mine possono venire alla
luce o spostarsi, rendendo pericolosi anche i percorsi teoricamente sicuri”,
conclude il nostro interlocutore. Sono migliaia i mutilati del Paese, una delle
tante
eredità del conflitto. Un passato oscuro da cui l’Angola si allontana ogni
giorno di più. A piccoli passi. Matteo Fagotto