Come si può insegnare la cultura di pace in un paese
distrutto da un invasione e sull’orlo di una guerra civile che sta mettendo le
une contro le altre tutte le fazioni della società? Gli studenti di Bassora ci
stanno provando a modo loro, usando volantini, manifesti e le chat line su internet.

Un'idea semplice. L’idea è venuta a un giovane studente sunnita la cui
famiglia è stata sterminata in un episodio di violenza
settaria, un fenomeno che
sta spaccando il paese conducendolo in una spirale di vendette
reciproche. “Se
la gente rimane chiusa in casa senza fare nulla, il risultato non potrà
che
essere una guerra civile” dice Ali, uno studente di ingegneria di
Bassora. Per
i giovani del movimento studentesco l’obiettivo immediato è quello di
aumentare
la consapevolezza della gente sulla follia della violenza tra
concittadini. Il gruppo si sostiene finanziariamente da solo e il
numero
dei partecipanti cresce ogni giorno, “adesso sono circa duecento i
ragazzi
delle varie facoltà di Bassora che ogni giorno dedicano almeno cinque
ore del
loro tempo alla causa comune –continua Ali- cioè aprire il cuore delle
persone
per liberarle dai desideri di rivolta e vendetta”.
Proseliti. I partecipanti sono divisi
in due gruppi, alcuni di loro passano il tempo nelle chat lines a discutere con
la gente dei problemi della convivenza inter-religiosa, cercando di convincere
la gente della necessità di evitare ulteriori escalation della violenza: “molte
persone hanno cambiato idea dopo aver partecipato alle nostre discussioni”
spiega Rasha, studente di filosofia e moderatore di una chat room, “alcuni
hanno anche aperto delle pagine personali, dei blog, per informare a loro volta
sui pericoli della guerra civile”. L’altro gruppo invece si occupa di visitare
le scuole, le università e altri istituti, dove passano il tempo discutendo,
con gli studenti, distribuendo materiale informativo, volantini e manifesti che
invitano alla coesistenza pacifica. Il successo che sta riscuotendo l’iniziativa
degli studenti
di Bassora è tale che il loro esempio è stato seguito anche da alcuni studenti
di Baghdad. Il movimento in questo caso è più piccolo e deve agire con molta
più cautela, perché spostarsi a Baghdad è molto più rischioso che farlo a
Bassora, dove la composizione sciita è molto più omogenea. “Se ogni persona, a
modo suo, facesse qualcosa per diminuire la violenza alla fine il risultato
potrebbe essere solo un paese migliore” spiega uno studente di Baghdad.
Violenze. La situazione, già grave, della sicurezza nel Paese, è
degenerata dopo l’attacco al mausoleo al Askari di Samarra del 22 febbraio, in
seguito al quale si stima che siano morte oltre 1450 persone, e che altre
seimila famiglie siano sfollate dai quartieri a più rischio della capitale. Gli
atenei oltretutto, sono tra le istituzioni più prese di mira da terroristi e
fanatici religiosi, gli insegnanti uccisi dall’inizio della guerra sono stati
oltre 250. L’ultimo attacco risale a 28 marzo scorso, quando Rajab al Hiti,
rettore dell’università di al Anbar a Ramadi, è stato rapito da uomini armati
che hanno fatto irruzione in casa sua.
Naoki Tomasini